Io, i pub e il Santo Graal

frecceE’ da un po’ che quando vedo sul suolo italico qualche rarità birraria mi chiedo: “Ma è giusto che questo tesoro sia qui?” E poi lo ordino…

Ne ho parlato un po’ di tempo fa con un amico che non mi fa l’autografo: la Lou Pepe alla spina non dovrebbe uscire da Bruxelles. Poi però la ordiniamo…più volte.

A Roma all’Off Licence hanno la Lees Harvest Ale. Non ho ancora capito se si dica “me cojoini” o “sti cazzi”. Comunque ne ho comprate 4, ero in aereo, altrimenti una cassa… Per me la LHA è una tappa obbligata, degna chiusura di una cena al White Horse di Londra, magari con un piatto di formaggi inglesi.Una sorta di mistico cammino verso i segreti profondi delle Ales.

E adesso un ragazzino appoggiato a una spider se la beve a cannella nell’arsura di un pomeriggio romano. Scena da Beverly Hills 90210, non da Camra Inside 00100.

E allora? Allora mi sento come un pensionato che tra un lavoro stradale e un settebello di scopa grida dietro ai ragazzini “Uè voi siete quelli del tutto e subito, io mi sono fatto la guerra…e voi fate l’obbiettore!”

Già. Ma la voglia di andare alla fonte, sedersi e capire, non mi passa. L’idea che una kriek dell’86, marcia, ma bevuta con quattro amici tra le botti di Cantillon apra la mente e le sensazioni a quella geuze o  kriek bevuta a 2000 chilometri dalla sua casa continua a rimanermi in testa. Una Urtiga, milanese come il panettone con le uvette e i canditi, bevuta su uno sgabello di Roma mi rimanda a una pinta, calda, bevuta su un divanetto sgualcito del Kent. Roba da triangolazione per un cartografo.

Non voglio fare il beer snob, ma secondo me viaggiare e bere sul posto è doveroso, aiuta a capire e ad accrescere la nostra cultura birrarria. Cultura: parolone, forse troppo grosso per chi, semplicemente, si vuole fare una birra. Però è questa cultura, questo esserci stato che ti fa apprezzare le mille sfaccettature della nostra amata bevanda.

L’essere andato in Franconia, l’ aver bevuto delle keller ad un tavolone con dei settantenni bavaresi mi portano a non snobbare una zwickel per partito preso e a non ordinare la AiPiEi di rito. Birre a cui solo la maestosità della Tipo Pils riesce a dare un po’ di lustro nel panorama italico. Già, le basse fermentazioni non sono complesse, sono figlie di serie B rispetto a una bella triplo malto d’abbazia. Sono cose che ho sentito anche in TV. Allora ci credo.

Ma queste sono birre-panda, birre che vanno protette e che difficilmente sopravvivono lontano da casa. Le koelsh, nella loro mostruosa bevibilità, hanno il gran pregio di suicidasi appena le metti nel baule della macchina.
E allora ci devi andare, devi cercare, scoprire e bere. Bere per giorni e giorni, lunghi e tranquilli. Birre che ti parlano, anche se non capisco una parola di tedesco.

E quando entri in un locale e ti guardano strano, perchè non è appena passato un gruppo di americani a saccheggiare, due danesi a ratare o quattro inglesi ad ubriacarsi molestamente, capisci che ti puoi sedere ed imparare qualcosa. E vorresti averlo sotto casa.
Ed ecco che il cerchio si chiude: è giusto trovare vicino a casa queste birre?

Me lo chiedo da molto e non ho una risposta. So solo che, sempre e comunque, quando le bevi a casa loro sembrano più buone. E ridivento il pensionato sulla panchina: “Ti ricordi la Bibock com’era buona? E quella WV bevuta in macchina in mezzo alla campagna belga? Che buona…” E ordino un’altra AiPiEi perchè mi manca l’america…amen.

Autore: Tyrser

Sotto ai venti litri è degustazione: scrivo una visione disincantata del mondo della birra artigianale tra pensieri e racconti

4 pensieri riguardo “Io, i pub e il Santo Graal”

  1. Combinazione!
    Anticipi di qualche giorno un post che avevo in mente da tempo sull’importanza dell’aggettivo “locale” quando si parla di birra. Mi ha sempre affascinato tantissimo la distribuzione “in loco” che le birre hanno in alcune nazioni storicamente birrarie: vedi Germania, Inghilterra, Repubblica Ceca.
    Una cosa che da noi manca: e invece come dici tu diffonderebbe Cultura, e sosterrebbe l’economia locale, abbattendo costi e tempi.
    Lascio parlare il tuo articolo, esaustivo e che condivido. In piccolo metto anche io un mea culpa per tutte le birre alle quali golosamente non riesco a dire no.
    Ciao, L

  2. allora “sti cazzi” indica disincanto, es. “se è così me ne fotto, sti cazzi” ; “me cojoni” indica grande stupore ed apprezzamento .

    ti prego ok la crociata contro i raters, ridicoli il piu’ delle volte, condivisibilissimo che una guinness a Dublino è un’altra cosa , che una bitter su un divano di moquette pieno di acari ti riconciglia col mondo , ma il “si stava meglio quando si stava peggio” no dai…

    sbandieriamo sempre il motto “piu’ birra buona per tutti” poi se uno non riesce per mille motivi ad andare 10 volte all’anno tra Belgio , Sweetwater falls ed Inghilterra non è degno di bersi una birra un po’ speciale? D’altronde l’hai trovata all’Off License che se il pischello stupido non gliela bevesse di fronte a canna probabilmente dovrebbe chiudere, non dal porchettaro de Ariccia.

    Ok, magica la WV che ho bevuto fuori dall’abbazia , ma anche viva la WV che ho bevuto a Cesena con una piadina salame e pecorino e sti cazzi dell’elite… 😉

  3. @Leo
    Ti ho battuto, anche io “covavo” il tema da un po’ 😉 Anche io non rinuncio alla “stranezza” se la trovo fuori dal suo ambiente naturale. E sicuramente i viaggi sono partiti da quello che ho bevuto e conosciuto qui. Ma mi hanno spinto conoscere l’habitat naturale di certe birre…

    @BienK
    Grazie della spiega!
    Non dico che alcune birre debbano essere “birre da riserva” (indiana non.. hai capito, no?) o che la WV o la bevi In de Vrede o ciccia. E so benissimo che l’Off Licence vive su ogni birra venduta e la maggior parte le vende a gente a cui poco frega della teoria. Comunque lo ringrazio di esistere, come tutto il resto.
    Quello che dico è che se a Cesena ci fosse stata dal piadinaro una Zwickel, una Bock o una Berliner Weisse avresti comunque detto: “bello! la provo”?
    Credo che certe realtà birrarrie siano sottovalutate, poco considerate e forse disprezzate proprio a causa del fatto che da noi arrivano molto poco e che i luoghi di produzione siano un po’ fuori dal giro.
    Di fronte a x spine, tra cui una Cantillon, due IPA americane, una Brewdog, una imperial danese, tre quattro italiane di grido, una Open, una Dupont, una De Ranke, un paio di De Dolle e una BFM e una barricata a tua scelta quanti si prenderebbero una mild o una bock tedesca di produttori semi sconosciuti? Il mio discorso è questo: tutte le spine devono avere pari dignità poi ognuno sceglie in base al suo gusto personale.
    Non parlo assolutamente di elite: “o c’hai il cash per andare a San Diego oppure le IPA te le scordi” anzi, sono favorevole alla “dispersione” della conoscenza; credo solo che certe zone/stili/birre/nazioni abbiano un deficit di considerazione nel consumatore medio di birra artigianale. E questo mi spiace perchè sono le birre che, alla fine, amo di più.
    E poi il “si stava meglio quando si stava peggio..” mai assolutamente: si sta bene quando si sta bene;-)

  4. ah ok , ora ho compreso meglio, tra hai paura che le varie Black Hole diventino la birra status symbol del bullo (come lo è sempre stata la Ce*es) a discapito di altri stili anch’essi apprezzabili. Siamo d’accordo, io al Macche sono stato molto democratico, prima ho provato tutte le spine presenti e solo dopo ho fatto il bis di quel che mi era piaciuto di piu’ 😉

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