“Il successo che in questi anni sta avendo la birra artigianale, italiana e non, ha creato una schiera di consumatori definiti “consapevoli””
da “I nuovi mostri” di Schigi
Dopo aver soggiornato alcuni giorni al bancone di un pub  (ricordo una divertente non stop di 10 ore con un gruppo di astemi emiliani) ho razionalizzato l’idea che i “nuovi” consumatori di birre di qualità possono essere divisi in alcune categorie.
Parlo ovviamente di chi crede che Fuggle sia una boy band e che Maris Otter sia una pornodiva ungherese, di chi incrocia le birre vere per le prime volte, di chi non ha mai perso una capsula cercando di dire “Stille Nacht Reserva” in fiammingo o di chi ha un comprato uno smartphone solo per ratare sul posto.
Le Vergini
Si avvicinano al bancone titubanti e ordinano “una birra, per favore”. Alla domanda del publican “Come la vuoi?” rispondono con un arrossito “Fai tu…” Sanno più o meno che esiste una birra più buona del solito ma non hanno la minima idea di che cosa voglia dire. Spesso a loro la birra non piace perchè è amara, ma non lo confessano agli amici mentre guardano seccati l’orologio.
I cercatori
Sono quelli che scelgono la birra in base al nome. Li vedi leggere la lavagna con faccia smarrita o scorrere con l’indice una lunga lista di bottiglie: quando individuano il bersaglio si fermano, pronunciano mentalmente il nome due o tre volte, annuiscono e ordinano. “Una Sciantillon!”.
Gli amanti del vetro.
Sono quelli che davanti a 20 spine chiedono una birra in bottiglia. Non perché le abbiano bevute già tutte o perché nel frigo-vetrina ci sia il Santo Graal, ma semplicemente perché la birra si beve in bottiglia, alla spina fa schifo. A volte capita che siano appassionati di vino.
Gli ingranati
C’è uno stile, uno solo, che conoscono tutti. Le Uaiz. Le torbide birre bavaresi mietono vittime a iosa e spesso il loro bevitore abituale è di sesso femminile. Non per sessismo, ma semplicemente perché le donne tendono ad essere più furbe: se non ti piacciono le birre perché amare ordini una Uaiz. Gli uomini, che sentono messa a repentaglio la loro virilità, cedono solo se è doppio malto: almeno sfoderano il machismo misurandolo a gradi.
Los Machos
“Dammi la più forte che hai”. Il loro Q.I. è direttamente proporzionale al tempo in cui la birra rimane nel loro bicchiere. E spesso non ordinano una seconda perché, alla fine, non sono così duri: con una Tennent’s vedono la Madonna (intesa come cantante) e ne sentono l’aureola il giorno dopo mentre con una birra vera sentono in bocca un gusto strano, un sapore che di solito non c’è e lo devono uccidere con un coca-e-rum.
I tradizionalisti
Loro la vogliono molto amara perché la birra deve esserlo. Poi davanti a una IPA danese da 100 IBU tentennano: al primo sorso hanno la bocca felpata, al secondo si sentono disidratati e, tenendo i denti serrati, fanno smorfie da circo. Di solito salutano con un bel sorriso e appena fuori dalla porta cercano una Valda per cancellare il ricordo di quel fiele.
I Lascia o raddoppia
Un gradino sopra ai macho ci sono loro, quelli della “doppio malto”. Di solito ogni pubblican ha una spina con la birra per loro: una birra qualunque, sui sei gradi, perché no un po’ dolcina e magari ambrata.
I replicanti
Sono quelli che ordianano solo birre-tipo: una tipo la Menabrea, una tipo uaiz, una tipo quella che ho bevuto il mese scorso. Detestano il cambiamento e fraintendono la TipoPils: non capiscono che non è un tipo di birra, ma una birra tipo.
I Furio Zoccaro
Sono quelli che se le fanno spiegare tutte, con dovizia di particolari. Magari chiedono qualche assaggio. Dopo 15 minuti di spiegazione di solito ordinano “La prima che hai detto”. Ovviamente non si ricordano nè il nome nè lo spiegone.
Gli informati
Sono quelli che leggono e prendono nota. Sono quelli che dal parrucchiere sono incappati in una rivista che parla di “birra cruda”, quelli che hanno letto su un blog “non pastorizzata”, quelli che alla televisione hanno visto uno che parlava di artigianale. Poi si confondono e vorrebbero una birra col lievito madre, oppure una “fatta a mano”. Di solito loro la birra “normale” non la bevono perché fa un po’ cheep, ma questa, quella buona e viva la vedono con un occhio diverso. Come quando stappano un barolo ma non si accorgono che sa di tappo.
Le navi scuola
Sono quelli che portano gli amici perché loro lì sono di casa. Azzardano consigli agli amici, scelgono loro le birre, poi si alzano dal tavolo e vanno ad ordinare. Di solito al banco ricevono risposte del tipo “Non c’è da un mese”, “Come? Che? Ortica?Ah, l’Urtiga”. L’uomo dietro il banco li squadra, li serve e “Le birre si pagano subito, scusa”. A Lambrate danno il meglio, specie se il Re è in forma (cioè sempre).

I duri e puri
Bevono una birra sola. Sempre. Solo quella. Pensano che la birra artigianale sia quella, e solo quella. A Rodero era l’ArtigianAle, a Roma è la ReAle.

[attention] Disclaimer: L’analisi è volutamente scherzosa. Spero che sia chi si riconosce sia chi riconosce qualcuno si faccia una risata.Il tema invece è molto serio e prossimamente lo affronterò nel modo che merita.[/attention]

Sotto ai venti litri è degustazione: scrivo una visione disincantata del mondo della birra artigianale tra pensieri e racconti

6 Comment on “Io, il bancone e i tipi da pub

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