Degustare una birra non è una scienza esatta. E’ un’abilità, ammesso che lo sia, che si  acquisisce col tempo, con l’esperienza, con la pratica e con lo studio. Inoltre, per eccellere, serve quell’innata arte comunicativa che, oltre alla mera degustazione tecnica della birra,  permetta di dipingere un ritratto vivido di quello che c’è nel bicchiere e che faccia annuire chiunque lo “ammiri”  e magari accompagnare la lettura con un bel “ohhhh” di meraviglia.

Già, detta così sembra facile. Ma se io devo scrivere di una birra, degustarla, parlarne e non l’ho mai assaggiata, come faccio? Sì, esatto, hai capito benissimo: come faccio a scrivere le note di una birra che non ho mai bevuto? Semplice, ecco per te la guida definitiva per degustare una birra senza averla mai assaggiata. Ma mi raccomando, segui i punti con attenzione e con metodo e vedrai grandi risultati.


Premessa

La birra degustata sulla carta non potrà mai essere un capolavoro o una schifezza. Quindi, in una scala da 1 a 10, ci possiamo muovere solo nel range tra il 5 e il 7 . Meglio non dare voti , ovviamente,  e non metterci nella posizione, scomoda, di essere contestati.

 

Il birrificio

Prima mossa: fumo negli occhi. Se su 10 righe di degustazione ne scriviamo 5 sul produttore, sul suo percorso, sulla sua filosofia abbiamo già detto molto. Se il birrificio notoriamente pesta col luppolo, cerchiamo conferme e diciamolo, se invece è più sulla secchezza e la bevibilità, enfatizziamo queste caratteristiche. Cose come “scuola belga”, “luppolatura generosa”, “ricerca di territorialità” fanno sempre effetto e, a ben vedere, non dicono quasi nulla. Inoltre, se è un produttore famoso e celebrato, possiamo lasciarci andare sulle ali dell’entusiasmo parlando di altre birre, premi e successi vari e guadagnare un’altra riga.

 

Studiare il sito del produttore e trovare delle schede

Il sito del produttore, di beershop online o di locali spesso sono una miniera d’informazioni sull’archittettura formale della birra da degustare.

Spesso potrebbe bastare solo questo: se ne ricaviamo stile, caratteristiche, grado alcoolico e ingredienti siamo a cavallo: possiamo imbastire una degustazione generica sulla birra in questione in maniera abbastanza tranquilla.

Se ci sono ingredienti strani o spezie non è importante dire “di cosa sanno” ma semplicemente citarli.

Se il produttore usa il pepe lungo potremmo trovarne la scheda, prendere appunti e cercare conferme:
Odore. Molto profumato, ricorda un po’ l’incenso e la cannella, leggero simile alla liquirizia e al pepe nero.
Sapore. Meno piccante del pepe nero con note dolci e fruttate, con un sentore di cannella, liquirizia e anice.

Se in seguito troveremo riscontri sbilanciamoci, altrimenti andiamo via generici, tanto già a “con impiego del non usale pepe lungo o balinese” il lettore ci avrà tributato fiducia

Abbiamo quindi la nostra bozza embrionale di degustazione che, nella maggior parte dei casi, è già sufficiente; l’abbiamo collocata nel percorso del birrificio e ne abbiamo tracciato un identikit di massima. Adesso pennelliamo, perchè siamo esperti artisti.

 

BJCP: questione di stile

Capiamo subito se la birra è in stile canonico o una roba funky e hipster. Se parliamo di Pils, Bitter, Dry Stout le linee guida ci dicono, più o meno, cosa dovremmo trovarci nel bicchiere. A questo punto controlliamo la nostra degustazione sommaria e vediamo cosa aggiungere.

 

Cercare rating e recensioni

Buttiamoci Ratebeer e Beeradvocate, leggiamo quanti commenti e che voto medio ha la birra in questione. La nostra degustazione, ovviamente, si assesterà su quei valori, ma senza enfasi. Quindi non sarà mai una ciofeca ma “poco interessante”, mai “capolavoro” ma “da ritrovare”. A voti alti o bassi seguiranno alcuni aggettivi per infarcire la trama: l’amaro quindi sarà “bilanciato” o “sbilanciato”, il corpo “azzeccato” o “esile” o “mappazzone” e via così.

Tra i rating potremmo cercare qualche nome noto (esperti, o supposti tali, mega-raters ecc) per trarre ispirazione (cioè, copiare…) ma il nostro lavoro deve essere più subdolo. Leggiamo quindi gli ultimi 20/30 commenti e facciamoci un’idea di massima.

Se molti recensori convengono su alcune caratteristiche, facciamole nostre; ad esempio la nostra birra può essere calda e alcolica, moderatamente amara, profumatissima, secca ecc… Teniamo sempre presente lo stile di riferimento e cerchiamo di capire quanto “canonica” sia.

Se la birra è scura e molti la definiscono “dolce e cioccolattosa” chi siamo noi per non dirlo? Ovviamente noi diremo che “al naso si percepiscono note dolci , di cioccolato” e non “sembra un Nesquik”. Democristiani sempre.

Bene, adesso cerchiamo le note contrastanti: ad esempio una birra al peperoncino potrebbe essere definita da alcuni  troppo piccante e da altri invece poco caratterizzata; per noi la speziatura sarà quindi  “interessante, forse invadente se il limite personale al piccante è abbastanza basso, rimane comunque apprezzabile.”  Nessuno l’ha definita “infuocata” e forse  chi l’ha trovata poco piccante  partecipa regolarmente ai campionati calabresi di peperoncino.
E così via, più notizie troviamo più infiocchettiamo il nostro scritto, con uso sapiente di “abbastanza”, “mediamente”, “da stile”, “bilanciato” e via così.

 

Conferme e smentite

Ok, ammettiamolo, almeno le basi per degustare una birra dovremmo averle e quindi una birra belga al naso sarà fenolica? Fruttata? Esteri ci sono? L’alcolicità è pungente? Se usa luppoli americani va più sull’agrumato o il tropicale? Diciamo che se abbiamo una decina di “interruttori stilistici” da accendere e spegnere potremo cercare conferme dai nostri amici raters. Nel dubbio possiamo comunque sparare a caso: se scrivo “esteri al naso” per una Belgian Ale non sbaglio. Certo, non vuol dire nulla, ma va benissimo così.

 

Trovare almeno una foto della birra che stiamo degustando

Ormai il più è fatto: se vediamo un paio di foto della birra in questione, e magari un bel video su youtube, possiamo buttarci a capofitto nella descrizione del colore, della schiuma, di  come si presenta mentre la si versa eccetera eccetera. Sai che attacco ad effetto una roba tipo

“Bel colore aranciato carico tendente al rubino chiaro; nel bicchiere (e diciamo quale, in base allo stile!) si presenta limpida con schiuma intrigante, pannosa, compatta, caratterizzata da bolle a grana fine che danno ottima aderenza alle pareti del bicchiere”

Questo passaggio è fondamentale perchè  ci permette di aggiungere un paio di righe di fumo al nostro scritto senza comprometterci, sempre che almeno i colori sappiamo distinguerli.

Se non riusciamo a trovare una foto, fidiamoci dei rater: avranno il palato asfaltato ma se in 10 dicono che è “tonaca di frate”possiamo fidarci.

 

Il tocco personale

Se ora volete concluderla alla grande, usate un marchio personale: usate aggettivi, parole e allegorie vostre e solo vostre. Ripetetele sempre in tutte le vostre degustazioni. Avrete così un vostro stile e riuscirete a dare l’idea di capirne un sacco. Un esempio: se dico che una birra “danza nel palato come una ballerina di Ipanema” lascio al mio lettore l’interpretazione di quello che voglio dire, senza che io voglia necessariamente dire qualcosa. E mi darà ragione.

L’apoteosi

Date tempo al tempo. Nel giro di poco qualcuno vi citerà, vi copierà, vi contatterà. E finalmente potrete credere di capirci davvero qualcosa.

 

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