Gli esteri nella produzione della birra

Che cosa sono gli esteri? Sono composti chimici molto importanti per il profilo aromatico della birra. Quindi se senti profumo di banana quando annusi una weizen non è perchè “ci hanno messo dentro la banana” ma è colpa degli esteri, come ci spiega in maniera approfondita Davide “TEX” Tessaro che ringrazio per la disponibilità.

“Ehi! Chi ha infilato una banana nella mia weizen?!”

[box style=”blue” icon=”fa-pencil”]L’autore di questo articolo è Davide “TEX” Tessaro che ringrazio per avermi dato la disponibilità a pubblicare su queste pagine il suo lavoro[/box]

Che cosa sono?

Gli esteri sono una classe di composti chimici ottenuti formalmente dall’unione di un acido con un alcol. Per esempio:

L’aggettivo “formalmente” si riferisce al fatto che è piuttosto difficile ottenere quantità significative di estere semplicemente mescolando una certa dose di acido con un’altra dose di alcol. Di solito si ricorre a condizioni drastiche, a derivati più reattivi o a catalizzatori. Il lievito ricorre alle ultime due strategie.

Perché interessano a noi birrai?

In generale in una birra la quantità di esteri in soluzione è molto bassa, dell’ordine dei mg/L. Ciò nonostante, la loro soglia di percezione al gusto è dello stesso ordine di grandezza: questo vuol dire che gli esteri risultano alla fine molto importanti per il profilo aromatico della birra, tanto è vero che per alcuni stili la presenza di esteri e la loro identità sono assolutamente caratterizzanti. Basti pensare all’aroma di banana delle Weizen bavaresi, ma anche ai sentori fruttati di molte birre belghe (il famoso aroma di pera nella Duvel, tanto per dirne uno). È quindi molto interessante, dal punto di vista del mastro birraio, conoscere le cause e le condizioni di formazione degli esteri per avere un miglior controllo sulla qualità della propria birra.

Quali interessano?

Gli esteri presenti nella birra e che ne influenzano le caratteristiche gustative appartengono ad un gruppo ristretto.
In particolare si hanno:

nome soglia di percezione (mg/L) caratteristiche gustative
acetato di etile 21-30 fruttato, note di solvente
acetato di isoamile 0,6-1,2 banana, pera
caproato di etile 0,17-0,21 mela, anice
caprilato di etile 0,3-0,9 mela
acetato di feniletile 3,8 rosa, miele, note dolciastre

 

Come si formano?

Durante la fermentazione, gli esteri sono prodotti all’interno della cellula di lievito e si diffondono poi nel mosto. L’efficienza di questo trasporto aumenta con l’aumento della temperatura e dipende anche dal ceppo di lievito. I lieviti lager hanno, per esempio, un’efficienza minore. Il meccanismo di produzione è simile a quello precedentemente illustrato:

Quali sono le differenze rispetto a prima? Prima di tutto l’acido è legato ad un’altra molecola, molto importante nei sistemi biologici, che si chiama “coenzima A”, abbreviato in CoA. La S sta ad indicare che il legame tra il gruppo acilico (che è l’acido senza il gruppo OH) e il CoA avviene tramite un ponte formato da un atomo di zolfo. I sistemi biologici utilizzano proprio il CoA come trasportatore di gruppi acili all’interno della cellula. La seconda differenza è la sigla “AAT” scritta sopra la freccia. Tale acronimo significa “alcol acetil transferasi” e caratterizza un enzima della cellula di lievito. Come dice il nome stesso, questo enzima trasferisce un acetile (il gruppo CH3CO-) dal CoA ad un alcol, sintetizzando quindi l’estere. Tale enzima è specifico per l’acetile, e va quindi a produrre esteri del tipo “acetato di…”, che sono i principali tra quelli precedentemente elencati. Gli altri esteri saranno sintetizzati in maniera simile da altri enzimi appositamente dedicati. L’efficienza di produzione degli esteri sarà quindi legata a due fattori: la disponibilità dei substrati (acil-CoA e alcol) e l’attività dell’enzima. Per attività si intende la misura di, per l’appunto, quanto sia attivo l’enzima, cioè quanto sia veloce nella trasformazione.

Come si controlla la produzione di esteri?

Andiamo ad analizzare alcuni dei fattori che influenzano la sintesi degli esteri.

Il ceppo di lievito

Ogni ceppo di lievito dà luogo, a parità di condizioni di fermentazione, non solo a quantità diverse di esteri, ma anche ad una diversa distribuzione degli stessi. Le ragioni di ciò paiono legate proprio alla diversa attività della AAT in ogni ceppo. Inoltre, lo stesso ceppo, mano a mano verrà riutilizzato, tenderà a cambiare le proprie caratteristiche di produzione degli esteri (deriva genica). È buona norma, quindi, evitare di riciclare troppe volte lo stesso lievito.

Il mosto: zuccheri

Risulta ben stabilito che mosti di alta OG provocano una produzione di esteri decisamente più alta rispetto a mosti di bassa OG. Palmer ha osservato che un mosto di 20°P produce una quantità di esteri (acetato di etile e di isoamile) quattro volte superiore rispetto ad un mosto a 10,5°P. Inoltre, pare che mosti contenenti alti livelli di glucosio e fruttosio producano più esteri rispetto a mosti con alto contenuto di maltosio.

Il mosto: azoto

Alte quantità di azoto portano ad una maggiore produzione di esteri. Una spiegazione univoca non è stata ancora trovata, ma un’ipotesi abbastanza convincente suggerisce che una serie di aminoacidi (derivanti dal mashing) venga trasformata in alcoli dal lievito stesso. Come si diceva prima, un’alta concentrazione di alcoli crea le premesse per un’alta produzione di esteri.

Il mosto: ossigeno

L’ossigeno reprime la formazione di esteri durante la fermentazione andando a inibire l’enzima AAT. Quindi, fino a che ci sia una quantità significativa di ossigeno nel mosto, non si produrranno esteri. D’altra parte, anche l’assenza di ossigeno (<1 mg/L), impedendo una crescita delle cellule, va ad inibire la formazione di esteri. Gli esteri vengono perciò prodotti quando la quantità di ossigeno cade in un certo intervallo ben preciso.

La temperatura di fermentazione

In generale, una maggiore temperatura di fermentazione porta ad una maggiore produzione di esteri. Tuttavia, studi più dettagliati hanno mostrato che differenti esteri hanno differente dipendenza dalla temperatura. Alcuni di questi studi hanno mostrato che l’acetato di etile si produrrebbe maggiormente intorno ai 20°C, mentre l’acetato di isoamile e il caprilato di etile avrebbero il massimo di produzione a 15°C. Occorre comunque ribadire che altri ceppi di lievito mostrano caratteristiche di produzione ben diverse. È poi interessante notare che non è importante solamente la temperatura di fermentazione “media”, ma anche il profilo di temperatura mantenuto durante la fermentazione. Alte temperature iniziali favorirebbero la formazione di esteri. Ricordiamoci inoltre che la produzione di esteri è dipendente dalla disponibilità di alcoli, e anche la produzione di alcoli è dipendente dalla temperatura.

L’inoculo

Un abbondante inoculo di cellule vitali riduce la produzione di esteri.

Altri parametri

A livello di microbirrificio risultano importanti anche parametri come il design del fermentatore, l’applicazione di una sovrapressione durante la fermentazione, l’introduzione di fattori di crescita per il lievito, ma non li ho riportati poiché credo che non siano di interesse per la produzione casalinga.

Conclusione

Sono stati analizzati i vari fattori che concorrono ad influenzare la produzione di esteri nel mosto in fermentazione. Ovviamente non c’è alcuna pretesa di completezza, data anche la complessità (intesa come numero di variabili) della questione. Credo però che si possano individuare alcuni utili spunti per cercare di portare al meglio la qualità della nostra birra o, comunque, per acquistare una maggiore, per quanto modesta, consapevolezza di ciò che accade durante quel piccolo spettacolo di magia che è la trasformazione del mosto in birra.

Riferimenti

Per scrivere questo articoletto, ho cercato di mettere insieme le mie personali conoscenze e quanto ho letto su varie fonti. In particolare, la maggior parte del materiale proviene da una utilissima review pubblicata sul Journal of Bioscience and Bioengeneering intitolata “Flavor-active esters: adding fruitiness to beer” (vol. 96, no. 2, 110, 2003) ad opera di vari autori (K. J. Verstrepen et al.) per la maggior parte belgi.

 

Beer Hunter – Il film su Michael Jackson

E’ finalmente uscito il film su Michael Jackson: l’ho visto e vi dico come mi è sembrato.

Erano mesi che lo aspettavo: Beer Hunter – The movie , il film su Michael Jackson , è finalmente uscito. John Richards, l’autore, l’ha finanziato (anche)  con un progetto su KickStarter raccogliendo oltre 44.000 dollari,  e anche io avevo contribuito alle donazioni a Dicembre 2011.
Dopo numerosi ritardi e annunci finalmente sono venuto in possesso della copia “WEB” (quella con gli extra mi arriverà per posta).

Ho quindi aspettato il download (4 GB…) preparando i popcorn (e le birre…)  e ho premuto Play.

Il film dura circa un’ora e mezza (ma raggiunge le due ore con i credits,  i ringraziamenti e i bloopers) e la maggior parte dei contenuti sono riprese fatte intorno al 2004 , quando l’autore seguiva MJ durante i suoi tour per conto del Rare Beer Club che aveva intenzione di realizzare un documentario sul maestro, ed interviste a chi lo aveva incontrato in quel periodo. Il montaggio è un misto tra 16/9 e 4/3 e mi ha dato un’impressione più da “homebrewer” che da Spielberg.
L’audio di Jackson è quasi sempre in presa diretta e non microfonato, quindi non è facilissimo da capire (non ci sono sottotitoli) ma bello da ascoltare, mentre le interviste sono più chiare.

Ma veniamo alla domanda cruciale: com’è?
Triste.
Per la prima ora del film mi sono chiesto che senso abbia un documentario del genere: Michael Jackson è palesemente sofferente, quasi goffo, con alle volte difficoltà evidenti nell’esprimere i concetti che ha scolpiti nella mente (imho) : nella serata con Calagione mi viene quasi da dire “ma mandatelo a letto, poverino!”.

Michael, allo spettatore medio, sembrerà un alcolista, uno che “ha fatto qualche tasting di troppo” (cit.) ma invece è un uomo orgoglioso e forte che lotta contro una malattia bastarda. Che senso ha farlo vedere così?  Che senso ha violentare la sua arte con questi sguardi vuoti e con questo malfermo reggere il bicchiere?
Non lo capisco. Certo, l’autore aveva ore di girato e una fortissima ammirazione per il Maestro, ma…
E’ un po’ come fare un documentario su Brigitte Bardot e metterci solo foto così.
L’ultima parte poi, con i brindisi alla memoria e le parole commosse di chi l’ha conosciuto aumentano l’ombra nera malinconica e disperata che si staglia su questo lavoro. Ne ricavo un fortissimo senso di perdita che il movimento americano ha per quella che ritiene essere una delle sue guide e principio scatenante. Mi sono piaciute le parole di Fritz Maytag di Anchor che ne parla in modo spontaneo e leggero e quelle di Sam Calagione che è un bravissimo comunicatore. Altre sembrano parole un po’ di circostanza.

Per me , che  MJ non l’ho mai incontrato ma l’ho solo tetto tantissimo, vissuto nelle parole altrui  e seguito nei documentari Beer Hunter (li trovate su youtube) questo film è una specie di pugno sotto la cintura che, quasi quasi, vuoi che ti mandi KO prima della fine.
Qualcosa salvo: alcuni colpi di classe strappati al Parkinson,  alcune battute profondamente British, l’occhio con cui guarda le birre e la scena del taxi in cui ho avuto un “pericolosissimo” link mentale con Kuaska, ma si sa, il genio spesso rima.

Chiudo con una provocazione: quando gli americani cercano di fare un remake di qualcosa di europeo spesso non ne capiscono il senso e riescono nel difficile compito di rovinarne la magia mettendo troppo dove serve poco e togliendo quello quello che rendeva la ricetta equilibrata. Forse se il regista fosse stato British sarebbe stato più nelle mie corde. Ma non lo è ed è un vero peccato.

PS
Se qualcuno di voi l’ha visto e ha un’opinione diversa, sono qua per parlarne, e spero di essermi davvero sbagliato

Nota Bene: il film “Beer Hunter The Movie”  è un progetto commerciale quindi sarà (non so come, non so quando)  in vendita sul sito del progetto . Io l’ho visto perchè ho pagato $30 dollari per finanziare il film oltre un anno fa e domenica ho ricevuto il link per scaricare la mia copia digitale (e sono in attesa del DVD con la versione “estesa” che mi arriverà per posta).  In pratica è come se avessi visto lo Hobbit alla conferenza stampa:  se vuoi sapere come vederlo anche tu, semplice: paga il biglietto…
Spero di essere stato chiaro.

 

The Bruery – Saison Rue

Le mie impressioni sulla Saison Rue del Birrificio The Bruery, uno dei più nuovi e chiacchierati birrifici californiani che invece che puntare sul luppolo si ispira direttamente al Belgio usando spezie, zucchero e brettanomiceti.

The Bruery è un birrificio americano che mi ha incuriosito da subito: californiani di Orange County che non vogliono fare i californiani a botte di D-IPA ma che guardano all’Europa e ai brettanomiceti con interesse e devozione. Gente che vuole portare l’asticella del fare birra ad altezze che danno le vertigini per spingere i limiti una spanna più avanti.  O così si descrivono.
Il primo contatto l’ho avuto da Stone: ho provato la loro Hottenroth Berliner Weisse e sono rimasto sorpreso da quella delicata, acida e tremendamente beverina creazione. E sono rimasto curioso.  Non li ho più incorciati fino al Salone del Gusto dove, nelle mie spese americane, ho preso “una bottiglia per tipo “di quelle disponibili (Saison Rue, Saison de Lente e Autumn Maple). Data la curiosità queste birre sono rimaste in cantina molto molto poco…

La Saison Rue si presenta limpida , molto carbonata con schiuma molto abbondante:  il colore è aranciato carico, che mi fa temere un po’ il caramello, croce e delizia della California.
Al naso avverto subito un’acidità pungente, lo speziato belga, pepe e un sottofondo aggrumato di luppolo e un dolce, quasi di miele. Inoltre una certa alcolicità non si nasconde…
In bocca la birra è giustamente secca, con un attacco dolce biscottoso in primis, un tappetino, seguito subito da un forte pepato speziato che mi riporta al Beglio, soprattutto quando la citricità moderata del luppolo si scioglie in un’acidità brettata evidente.
Il rustico gusto di questa saison dallo stato  “preoccupato allarme-infezione aiuto” mi fa subito passare allo stato “beverinità notevole”.
La persistenza in bocca è notevole ma quello che mi rimana principalmente è un dolce-acido-speziato che mi fa pensare a delle note di vermouth dolce, stemperate dall’acidità dei brettanomiceti.
L’alcolicità spiccata, 8,5%, rimane nascosta ben bene fino a fine sorsata. L’uso di segale maltata contribuisce a dare complessità e a amalgamare i toni aciduli alla birra.
In conclusione una birra molto divertente, forse un pochino troppo alcolica per essere una session beer, ma comunque piacevole dall’inizio alla fine.
Ho apprezzato molto il fatto che i birrai abbiano amalgamato in modo notevole le componenti acide e speziate con una secchezza che ripulisce la bocca chiedendoti a gran voce un altro sorso.

Nota a margine
Quando bevo una birra americana non leggo mai l’etichetta prima di averla bevuta: ho imparato che gli americani tendono a dare  definizioni alle birre diverse da come sono davvero: ad esempio una Red Ale infettata con batteri lattici oppure una Bitter Ale da 7 gradi… L’etichetta della Saison Rue invece definisce la birra come “American Farmhouse Ale con segale e brettanomiceti“, quindi esattamente com’è.

Scheda

Birrificio: The Bruery
Birra: Saison Rue
Nazionalità: USA, California
Stile: American Farmhouse Ale, Saison
ABV: 8.5%
IBU: 30
Note: Con segale e brettanomiceti
Plus: Ben equilibrata, beverina, secca
Minus: Un po’ tanto cabonata, schiuma copiosa
Web: www.thebruery.com

Mappa della Birra al Salone del Gusto (Padiglione 2)

Dopo tanto parlarne ecco come sono disposti gli stand birrari al Salone del Gusto 2010

Ecco qua, la mappa del padiglione 2 con indicati i luoghi birrari. Alla fine si puo’ fare un onesto pub crawl.

Mappa della birra al Salone del Gusto
Mappa della birra al Salone del Gusto

Ed ecco l’elenco degli espositori

Espositore Web Padiglione e Stand
32 Via dei Birrai sito web Padiglione 2- F228
Beba Padiglione 2- H145
Birra Forst Padiglione 2- F133
Birra Pasturana sito web Padiglione 2- H147
Birra Più Padiglione 2- H214
Birra del Borgo Padiglione 3- R013
Birraceca sito web Padiglione 1- C129
Birrificio Artigianale Foglie d Erba Padiglione 2- H210
Birrificio Artigianale Gilac sito web Padiglione 2- H143
Birrificio Artigianale Lariano Padiglione 2- F016
Birrificio BI-DU sito web Padiglione 2- G017
Birrificio Baladin – Selezione Baladin sito web Padiglione 2- H121
Birrificio Cittavecchia sito web Padiglione 2- H206
Birrificio Grado Plato sito web Padiglione 2- H133
Birrificio L’Olmaia Padiglione 3- R217
Birrificio L’Orso Verde Padiglione 2- G025
Birrificio Lambrate sito web Padiglione 2- G013
Birrificio San Paolo sito web Padiglione 2- H135
Birrificio Scarampola Padiglione 1- K194
Birrificio Torino sito web Padiglione 2- H129
Birrificio Troll Padiglione 2- H141
Birrificio del Ducato Padiglione 2- L246
Birrificio del Golfo Padiglione 2- K197
Brewers Association – Usa Padiglione 1- A031
Citabiunda sito web Padiglione 2- H131
Doppio Malto Brewing Company Padiglione 2- F018
Fabbrica di Pedavena sito web Padiglione 2- G166
Flensburger Brauerei sito web Padiglione 1- E050
Interbrau S.p.A. Padiglione 2- G190
Maltus Faber sito web Padiglione 2- K198
Sauris Agri Beer sito web Padiglione 2- H218
White Dog Brewery Padiglione 2- L245
Zago sito web Padiglione 2- H217

Io, il tram e i collegamenti

Una serie di casuali e voluti collegamenti legano il mio viaggio a San Francisco con una birra bevuta tra amici a Roma.

Lost Abbey Cable Car
Lost Abbey Cable Car

Tutto inizia a San Francisco, in un pub: il Torondo, T-Room per gli amici.
Ricordo ancora l’emozione di aprire la mezza porta ed entrare in quello che, a qualunque sano di mente, sembrerebbe un girone infernale.
Il posto burbero e ruvido per eccellenza, ma appena il tuo sedere si adatta allo sgabello diventa una reggia dalla quale non vuoi più uscire.
Il viaggio inizia con un approccio quasi fisico, continua con le mance e le Pliny, ormai siamo sulla strada giusta. La Couvee de Tomme, incastonata tra alcune Pliny collega Lost Abbey a Russian River.
Torno a casa, ma rimango linkato alla California. Alle sue botti e alle sue wild ale.

Pausa.

San Diego. Pellegrinaggio a San Marcos. Tomme e le botti. Magheggi e sogni. Capolavori e sindrome di Stendhal. Poi gli sgabelli, l’ O’Brien’s, uno dei bar più luppolati del mondo dove puoi vedere una cameriera spostare allegramente fusti (pieni) mentre ti consiglia le birre.
E qui tra una Pliny e l’altra passano le varie Beatification, Supplication, Temptation (tutte batch 1… ça va sans dire) grazie alla presenza del Maestro.
A fine serata, come per magia, appare un souvenir.

La reliquia mi viene concessa, incartata e riportata a casa, coccolata e trasportata a Roma dove, in una notte di Settembre, è stata condivisa con un gruppo di amici. Con la sua eleganza alla Audrey Hepburn ha fatto diventare subito delle Lady Gaga qualsiasi le birre bevute fino ad allora.

Altro link, altra coincidenza (voluta), altra emozione: bere quella birra, dedicata alla T-Room, proprio “in fronte al Macche“, uno di quei posti che chiamo casa. Un altro passo verso l’illuminazione. Un altro passo verso la conoscenza. Oppure, semplicemente, prendo una tramway a cui nessuno cambierà colore e mi faccio portare fino alla prossima fermata.

Abbiamo bevuto una Lost Abbey Cable Car del 2009, una American Sour Ale di 7 gradi prodotta appositamente per il Toronado di San Francisco.
Il retro etichetta recita così, e non è neccessario altro commento:

You’ve made it to 547 Haight Street.
This destination is more San Francisco than Rice A Roni, Chinatown, and Lombard Street combined.
Welcome to Broadway for brewers everywhere. Everyone who is anyone has poured their kegs here.
For the last 20 years, this place has launched careers, confirmed legacies, and since 1987 the only name you need to know is David Keene.

Take a seat. Tip Strong. Nod appreciatively and don’t ask stupid questions. Welcome to Big Daddy’s House known to most simply as “The T-Room.”
Here the bartenders are fluent in English, German, Flemish, French, Waloon and Czech. But they’re most know for their American Lip Service.
Watch it. The lady with the jet black hair behind the bar eats idiots for lunch.

At 547 Haight Street, you won’t find any Cable Cars except for this one. But if you’re standing outside the Dutch Doors of the World Famous Toranado, you surly found the most interesting place in all San Francisco.

Its’ about RESPECT. Dave you continue to have ours. Here’s to 20 more years of punishing livers everywhere. Cheers Gina, Jim, Tomme, Vince and the Brewers of Port Brewing

Io, Aruba e l’hacker

Per qualche ora il blog è stato down, colpa della weakness del provider che ha permesso a qualche smaettone di inserire codice malevolo nelle mie pagine.
Ora dovrebbe essere tornato quai tutto a posto. Mi raccomando, se il blog ve lo chiedesse NON SCARICATE alcunchè, NON PERMETTETE che si attivi alcun plug in e abbandonate la pagina se siete minimamente sospettosi. Ah, scrivetemi per segnalarmi qualsiasi comportamento anomalo.

Io, i giudizi e la poesia

Lezioni di spilatura all'OpenDiciamolo, quando Teo mostrava le super cuffie sui fermentatori mi sembrava una cosa strana, un po’ circense. Per non dire di peggio.
Quando dice che lo fa per noi un po’ storco il naso perchè non credo nella santità a prescindere. E se camminerà sulle acque sarò comunque tra quelli che cercheranno il trucco alla David Copperfield.
Ammettiamolo, di Baladin in forma precaria ne ho trovate alcune, soprattutto qualche anno fa. Anche se non ne ho bevute spesso, anche a causa del prezzo…
Ma Teo è comunque il numero uno. Quello che sdogana, quello che apre le strade, quello che vende.
Quello che fa la birra. Sono convinto che molti di quelli che criticano le sue birre, o quelle di Palli come direbbero loro, se non vedessero la bottiglia ricercata e il teku e non sapessero cosa stanno bevendo non sarebbero poi così categorici. Oppure quelli che dicono che la Super non è più lei ma la bevono solo da due anni…
Teo è il punto esclamativo della birra italiana. Punto. Sono stanco di leggere e sentire chi è sempre pronto a dare contro a priori ad un uomo che fa azienda, produce reddito e comunicazione. Forse si preferiscono quei birrai che non arrivano a fine mese, che rischiano di perdere la casa, che lavorano dodici ore al giorno per fare dodici fusti, quelli che le loro birre non le trovi mai, perché non ce n’è. Perché loro “fanno artigiano”. Ma poi si pretende che vendano la birra ai prezzi della Lidl.

Per non parlare poi di Leonardo, il fido scudiero, anche lui venduto al consumismo sfrenato e al capitalismo di stampo americano. Io onestamente so solo che la ReAle è lì da 5 anni (cinque…sembrano 100…) con l’ArtigianAle a fare spettacolo e scuola, imitata e mai raggiunta nella sua eleganza.
E Leo è un ospite eccezionale, sempre pronto a condividere e a spiegare. Come alla prima lezione del corso MoBI di Caprino. A volte mi imbarazza per la sua generosità e con la sua conoscenza profonda che regala sempre qualcosa da annotare sul libretto. E arriva persino a dispiacersi perché non c’è una sedia libera per me a una degustazione dove mi sono imbucato, mentre gli altri pagano. Noblesse oblige.
Ecco che i due demoni si sono fusi in Open, tana delle tigri, summa di tutto il male birrario italiano.
Sì vado sempre all’Open quando sono a Roma e a volte capita che alcune birre siano un po’ “stale” o non in forma ottimale (da profano direi per colpa dei metri di pitone che separano cella e banco…) ma quel posto, che a me stilisticamente non piace proprio, ha un impatto enorme. E’ un Louvre della birra italiana che amiamo dove tante etichette diverse stanno fianco a fianco su quella scaffalatura, in un’armonia e in una comunione d’intenti che i loro produttori e consumatori sembra proprio non vogliano raggiungere o perseguire.
E soprattutto apre la porta della birra di qualità a un pubblico che non entrerebbe mai in un pub classico dove noi abbruttiti di classe ci sollazziamo.
E fa crescere il germe della curiosità. Se un avvocato della Roma bene scende a Trastevere per farsi una Confine dopo numerosi aperitivi all’Open, allora capisco che cosa vuol dire sdoganare.

Concludo con una nota sulla foto a corredo di questo post: un lunedì pomeriggio eravamo con alcuni amici a farci “una berretta” all’Open.

La ragazza che si occupava di servirci era un po’ in difficoltà a spinare la Montestella (mi pare fosse quella la birra). Manuele (nota per quelli che non conoscono le facce: Manuele Colonna, deus ex machina del Macche, pub-tempio del bere bene mondiale) tranquillo va dietro al bancone, le cambia il TeKu con la pinta e le fa vedere come spinarla. Un po’ come il calciatore che butta la palla fuori perché l’avversario ha i crampi. E il suo pubblico lo fischia.
Amen

Io, Rimini e la crisi

La mia esperienza a PianetaBirra 2010

rullesCome sempre in questi eventi mi perdo via in chiacchiere e assaggio molto meno di quello che vorrei… comunque qualcosina l’ho provata.
Parto da quella che non c’era: Rulles Dix, etilica e un po’ scomposta in bocca, con una botta di amaro terrificante e un naso da lievito tremendamente Rulles. Deve maturare un paio di mesi e vedremo. Grazie Gregory.
Di italiano mi è piaciuta tanto la Imperial Ghisa: eh lo so Stefano mi odia, appena ne stappava una arrivavo. Nello stesso livello etilico grande anche la Imperial di Maltus Faber, e grande l’attitudine di Max e Fausto verso il consumatore, loro sanno.
Sempre buona la Seta del Rurale, una Wit che manca nel panorama italiano.
Passoni avanti veloci per Amiata: Claudio e Gennaro ci mettono il cuore, le birre pure: equilibrate e caratterizzate,  certo che darmi una birra alle castagne e una al miele… mancava la weisse e poi avevano beccato le tre famiglie che gradisco meno! 😉
Al Bi-Du non ho bevuto perché erano in riserva.
Ottima la Sticher di Grado Plato, molto meno convincenti Engel e la Zingibeer medagliata: mi ha ricordato la Juju di Left Hand, spingendo sul ginger in modo a mio gusto esagerato.
Spiazzante la Martina di Pausa Cafè: non ho voluto sezionarla, me la sono solo goduta, tantissimo. Un bravo anche ai ragazzi che “per ovvi motivi non possono essere qui”! E’ stato inoltre un piacere incontrare tutti quelli che vedo sempre troppo poco.
A Interbrau invece ho bevuto una buonissima Nethergate Old Growler Porter, una Jaipur in forma e delle Sierra Nevada sempre divertenti.
Insomma, nonostante tutte le gufate PianetaBirra è stato vivo e divertente, soprattutto perché  è il centro in cui convergono tanti amici. Alla prossima.

Io, Stoccolma e il Valhalla

Il lato bottiglie dello stand Oliver Twist
Il lato bottiglie dello stand Oliver Twist

Stoccolma mi mancava; il nord Europa con tutto il suo movimento mi affascinava; lo Stockholm Beer Festival è stata la scusa giusta per rompere gli indugi.
Dopo casini logistici (non trovavo la via dell’hotel, non trovavo il terminal degli autobus, non trovavo il festival…) entro finalmente alle 5 di un giovedì grigio nel regno nordico della birra.
Non ci sono le Valchirie a scortarmi e allora faccio un giro esplorativo. Il festival mi sembra subito molto bello e curato: più simile a Rimini che al CAMRA, dietro agli stand c’è la mano di un allestitore e gli espositori ci tengono a presentarsi al meglio: anche le micro più piccole hanno la loro batteria di spine pronta a colpire.
Comincio con la God Ale di Nils Oscar, più che il nome mi attira la gradazione 4,7° : la più bassa che trovo girando un po’ tra le spine. Questa ale ambrato scuro non mi colpisce per nulla: un po’ di acidino da malti e pure un po’ di cartonato mi fanno pensare: “cominciamo bene, le pesco pure in svedese…”
Ok faccio un salto all’Oliver Twist, lato bottiglie: una decina di metri di bancone, con 10 frigo vetrina alle spalle e una bella fila di bottiglie americane: ho visto beershop meno forniti negli USA. Saluto Jorgen e attacco con la doppietta Racer 5 e Odell IPA. Odell si conferma uno dei miei produttori preferiti: una (A)IPA come si deve, luppolosa e maltata il giusto. Approvato! Racer5, una conferma ad altissimo livello: mentre io la bevevo a Denver vinceva l’oro… sinergie!
Bene adesso con la bocca asfaltata vado a caccia di svedesi. Lavo il bicchiere nel lavandino dell’IKEA (ok tutto mi sembra un po’ IKEA…) e attacco: Skebo Herrgårdsporter , 5% pastosa e molto amara, con naso di frutta rossa e lieve acidino in bocca, superato dal tostato e dall’amaro finale. Poi passo alla Nynäshamns Sotholmen Extra Stout, 7% luppolata con un tostato ed un amaro molto ben bilanciati in bocca. Prendo poi una Jämtlands Pilgrim, Ale ambrata che non mi dice molto, troppo luppolo per lo stile ma la accompagno con un ottimo Kebab di renna che diventerà il mio cibo da festival nei giorni seguenti…
Ok cambio registro, sono le 7 passate e la gente comincia ad arrivare in massa, quindi attacco alcuni grossi calibri : sosta all’OT per resettare la bocca con una Left Hand 400 pound Monkey , una IPA ancora in fase sperimentale: elegante e delicata in bocca con ottimo amaro e naso complesso. Ottima.
Bene e adesso mi do alla follia: 100Kr (10 euro) per 1 cl di lei, la chimera, la terra promessa, l’araba fenice della birra: Sam Adams Utopias 2008. Una ragazza me la serve in un ditale di plastica e mi mette la bottiglia sul bancone dicendomi: “Wanna play?” Intendeva dire che potevo aprire e chiudere gli sportelli che rivelano la faccia di Sam Adam… contenta lei. Com’è? Onestamente: una Xyauyù etilica e fortissima, che perde la bevibilità e anche un po’ di aroma e guadagna di corpo. Vaniglia al naso con caramella mou e caramello. In bocca l’alcool punge troppo. Ma alla fine sei contento di averla provata. E se ricapita un secondo giro me lo farò.
Altro giro sulla giostra: Thomas Hardy dal cask: 80Kr per 12 cl. Al naso succo di pera, ossidata e non ancora complessa come dovrebbe, è forse giovane, punge un po’ d’etilico. Ma va giù benissimo e scalda il cuore.
Traballo un po’, è ora di cena e decido di uscire. Solo che “inciampo” in una verticale di Närke Stormaktsporter: versione 2007 e 2008 sia della base che della kaggen. Sgancio 200Kr e mi becco 5cl. Di ognuna. Blocchetto alla mano segno le note. No aspetta. Ferma tutto. Me le gusto così senza scrivere. Ping pong da una all’altra. Wow. Il Valhalla. Eccolo. Divine. Best of best la Kaggen 07, secca, equilibrata e di una classe impeccabile. La Kaggen 08 è un filo più complessa ma l’acool in più (9% la 07, 9.5% la sorellina) mi pare più pungente. Le porter vanno dietro alle sorelle barricate in sintonia perfetta. Meno rotonde e meno etiliche sono davvero da applausi.
Applaudo ed esco. Meta l’OT per cena. Ma questa è un’altra storia….