Wrestling Birrario

Come promesso, dopo il grandissimo successo del Laboratorio sul Wrestling Birrario ,breve corso di “lotta verbale” sul web a cura di Luigi Schigi D’Amelio e del sottoscritto rendo pubbliche le slides dell’intervento.

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Inoltre vi lascio anche qualche link per approfondire l’argomento

Una copia delle discussioni di it.hobby.birra

Il famoso caso “vieni fuori Scauca”

Un vecchio articolo con doppio flame perforante

Vi ricordo inoltre che sono aperte le iscrizioni allo Schigi Institute, Alto Istituto per il Wrestling Birrario. Se volete entrare nel giro vi serve un istruttore qualificato. E adesso, get in the ring!

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I dieci segnali che sei un vecchio del bel mondo

Quello delle birre di qualità è un movimento giovane ed in rapidissima crescita e diffusione. Talmente rapida che alcuni si sentono già vecchi e un po’ gli pesa vedere tutta questa attenzione verso un mondo che quasi non sembra più (solo) loro. Vediamo quali sono i segnali per capire se anche tu sei “vecchio dentro”.

  1. Se puoi scegliere ordini una session beer solo con luppoli europei
  2. Hai bevuto tutti gli stili europei. In loco.
  3. Cerchi un volto amico per commentare “Chi cazzo è?” riferito a uno che ti ha appena salutato con rispetto ad un festival.
    Ah, tu c’eri alla prima edizione.
  4. Dici cose tipo “La vera Super alla spina del Baladin…” o “La Bibock di una volta…
  5. Tu c’eri.
    L’hai bevuta prima che non la facessero più.
    L’hai vista nascere.
  6. Non sei un fan dei danesi. Tutti.
  7. Se parli di Kuaska lo chiami “Lorenzo”.
    Fai una pausa e poi aggiungi “Kuaska”, perchè i ragazzi non sanno.
  8. “Sono <nickname> di IHB, ma tu forse non hai fatto in tempo a leggerlo. C’è Google Groups comunque”
  9. Quando il Colonna vendeva Tennent’s tu eri già in stato in Belgio.
    Meglio se coi mezzi pubblici.
  10. Spesso pensi “Che puttanata!” assaggiando birre Disneyland.
    Ma non lo dici quasi mai.

Come degustare una birra

Come si degusta una birra? Quali sono i parametri da considerare? Quali le caratteristiche da evidenziare? Ecco a voi la guida definitiva alla degustazione di una birra.

Degustare una birra non è una scienza esatta. E’ un’abilità, ammesso che lo sia, che si  acquisisce col tempo, con l’esperienza, con la pratica e con lo studio. Inoltre, per eccellere, serve quell’innata arte comunicativa che, oltre alla mera degustazione tecnica della birra,  permetta di dipingere un ritratto vivido di quello che c’è nel bicchiere e che faccia annuire chiunque lo “ammiri”  e magari accompagnare la lettura con un bel “ohhhh” di meraviglia.

Già, detta così sembra facile. Ma se io devo scrivere di una birra, degustarla, parlarne e non l’ho mai assaggiata, come faccio? Sì, esatto, hai capito benissimo: come faccio a scrivere le note di una birra che non ho mai bevuto? Semplice, ecco per te la guida definitiva per degustare una birra senza averla mai assaggiata. Ma mi raccomando, segui i punti con attenzione e con metodo e vedrai grandi risultati.


Premessa

La birra degustata sulla carta non potrà mai essere un capolavoro o una schifezza. Quindi, in una scala da 1 a 10, ci possiamo muovere solo nel range tra il 5 e il 7 . Meglio non dare voti , ovviamente,  e non metterci nella posizione, scomoda, di essere contestati.

 

Il birrificio

Prima mossa: fumo negli occhi. Se su 10 righe di degustazione ne scriviamo 5 sul produttore, sul suo percorso, sulla sua filosofia abbiamo già detto molto. Se il birrificio notoriamente pesta col luppolo, cerchiamo conferme e diciamolo, se invece è più sulla secchezza e la bevibilità, enfatizziamo queste caratteristiche. Cose come “scuola belga”, “luppolatura generosa”, “ricerca di territorialità” fanno sempre effetto e, a ben vedere, non dicono quasi nulla. Inoltre, se è un produttore famoso e celebrato, possiamo lasciarci andare sulle ali dell’entusiasmo parlando di altre birre, premi e successi vari e guadagnare un’altra riga.

 

Studiare il sito del produttore e trovare delle schede

Il sito del produttore, di beershop online o di locali spesso sono una miniera d’informazioni sull’archittettura formale della birra da degustare.

Spesso potrebbe bastare solo questo: se ne ricaviamo stile, caratteristiche, grado alcoolico e ingredienti siamo a cavallo: possiamo imbastire una degustazione generica sulla birra in questione in maniera abbastanza tranquilla.

Se ci sono ingredienti strani o spezie non è importante dire “di cosa sanno” ma semplicemente citarli.

Se il produttore usa il pepe lungo potremmo trovarne la scheda, prendere appunti e cercare conferme:
Odore. Molto profumato, ricorda un po’ l’incenso e la cannella, leggero simile alla liquirizia e al pepe nero.
Sapore. Meno piccante del pepe nero con note dolci e fruttate, con un sentore di cannella, liquirizia e anice.

Se in seguito troveremo riscontri sbilanciamoci, altrimenti andiamo via generici, tanto già a “con impiego del non usale pepe lungo o balinese” il lettore ci avrà tributato fiducia

Abbiamo quindi la nostra bozza embrionale di degustazione che, nella maggior parte dei casi, è già sufficiente; l’abbiamo collocata nel percorso del birrificio e ne abbiamo tracciato un identikit di massima. Adesso pennelliamo, perchè siamo esperti artisti.

 

BJCP: questione di stile

Capiamo subito se la birra è in stile canonico o una roba funky e hipster. Se parliamo di Pils, Bitter, Dry Stout le linee guida ci dicono, più o meno, cosa dovremmo trovarci nel bicchiere. A questo punto controlliamo la nostra degustazione sommaria e vediamo cosa aggiungere.

 

Cercare rating e recensioni

Buttiamoci Ratebeer e Beeradvocate, leggiamo quanti commenti e che voto medio ha la birra in questione. La nostra degustazione, ovviamente, si assesterà su quei valori, ma senza enfasi. Quindi non sarà mai una ciofeca ma “poco interessante”, mai “capolavoro” ma “da ritrovare”. A voti alti o bassi seguiranno alcuni aggettivi per infarcire la trama: l’amaro quindi sarà “bilanciato” o “sbilanciato”, il corpo “azzeccato” o “esile” o “mappazzone” e via così.

Tra i rating potremmo cercare qualche nome noto (esperti, o supposti tali, mega-raters ecc) per trarre ispirazione (cioè, copiare…) ma il nostro lavoro deve essere più subdolo. Leggiamo quindi gli ultimi 20/30 commenti e facciamoci un’idea di massima.

Se molti recensori convengono su alcune caratteristiche, facciamole nostre; ad esempio la nostra birra può essere calda e alcolica, moderatamente amara, profumatissima, secca ecc… Teniamo sempre presente lo stile di riferimento e cerchiamo di capire quanto “canonica” sia.

Se la birra è scura e molti la definiscono “dolce e cioccolattosa” chi siamo noi per non dirlo? Ovviamente noi diremo che “al naso si percepiscono note dolci , di cioccolato” e non “sembra un Nesquik”. Democristiani sempre.

Bene, adesso cerchiamo le note contrastanti: ad esempio una birra al peperoncino potrebbe essere definita da alcuni  troppo piccante e da altri invece poco caratterizzata; per noi la speziatura sarà quindi  “interessante, forse invadente se il limite personale al piccante è abbastanza basso, rimane comunque apprezzabile.”  Nessuno l’ha definita “infuocata” e forse  chi l’ha trovata poco piccante  partecipa regolarmente ai campionati calabresi di peperoncino.
E così via, più notizie troviamo più infiocchettiamo il nostro scritto, con uso sapiente di “abbastanza”, “mediamente”, “da stile”, “bilanciato” e via così.

 

Conferme e smentite

Ok, ammettiamolo, almeno le basi per degustare una birra dovremmo averle e quindi una birra belga al naso sarà fenolica? Fruttata? Esteri ci sono? L’alcolicità è pungente? Se usa luppoli americani va più sull’agrumato o il tropicale? Diciamo che se abbiamo una decina di “interruttori stilistici” da accendere e spegnere potremo cercare conferme dai nostri amici raters. Nel dubbio possiamo comunque sparare a caso: se scrivo “esteri al naso” per una Belgian Ale non sbaglio. Certo, non vuol dire nulla, ma va benissimo così.

 

Trovare almeno una foto della birra che stiamo degustando

Ormai il più è fatto: se vediamo un paio di foto della birra in questione, e magari un bel video su youtube, possiamo buttarci a capofitto nella descrizione del colore, della schiuma, di  come si presenta mentre la si versa eccetera eccetera. Sai che attacco ad effetto una roba tipo

“Bel colore aranciato carico tendente al rubino chiaro; nel bicchiere (e diciamo quale, in base allo stile!) si presenta limpida con schiuma intrigante, pannosa, compatta, caratterizzata da bolle a grana fine che danno ottima aderenza alle pareti del bicchiere”

Questo passaggio è fondamentale perchè  ci permette di aggiungere un paio di righe di fumo al nostro scritto senza comprometterci, sempre che almeno i colori sappiamo distinguerli.

Se non riusciamo a trovare una foto, fidiamoci dei rater: avranno il palato asfaltato ma se in 10 dicono che è “tonaca di frate”possiamo fidarci.

 

Il tocco personale

Se ora volete concluderla alla grande, usate un marchio personale: usate aggettivi, parole e allegorie vostre e solo vostre. Ripetetele sempre in tutte le vostre degustazioni. Avrete così un vostro stile e riuscirete a dare l’idea di capirne un sacco. Un esempio: se dico che una birra “danza nel palato come una ballerina di Ipanema” lascio al mio lettore l’interpretazione di quello che voglio dire, senza che io voglia necessariamente dire qualcosa. E mi darà ragione.

L’apoteosi

Date tempo al tempo. Nel giro di poco qualcuno vi citerà, vi copierà, vi contatterà. E finalmente potrete credere di capirci davvero qualcosa.

 

La nouvelle vague della Franconia

La Franconia e Bamberga sono uno dei centri nevralgici della produzione birraria tedesca. I birrai di questa regione sono spesso considerati tradizionalisti ed ancorati al secolo scorso ma alcuni vanno velocemente verso una filosofia più aperta e sperimentale. Oggi ne racconto due.

[dropcap]L[/dropcap]a Franconia e il suo cuore pulsante, Bamberga, rappresentano per me il concetto di “birra tradizionale”.
In questi paesini, in cui di certo c’è solo la chiesa, il municipio e la birreria, si respira un’aria vintage fatta di mobilio anni settanta, di ragazzi degli anni cinquanta e di birra, quasi sempre una sola, che non cambia mai, da generazioni.
Tutte birre diverse, ma a loro modo uguali,ripetute meccanicamente per un solo scopo: farle bere agli abitanti del paese, rigorosamente seduti ai tavoli divisi per sesso ed importanza.
Ma anche intorno a Bamberga il mondo birrario si smuove e sono due gli attori principali di questa sferzata di novità nel rispetto della tradizione, curiosamente legati da un passato (scomodo) in comune.

Non molto tradizionale
Contrasti generazionali

Il primo è la Mahrs Bräu, una delle birrerie storiche di Bamberga. Guidata da Stephan Michel la birreria sembra intraprendere una strada abbastanza modaiola. Stephan ha fatto alcune mosse abbastanza sconvolgenti per la tradizione tedesca (e anche per suo padre): innanzitutto modificare la ricetta della U (nomignolo della famosa Ungespundet hefetrub, birra maltata vero simbolo della tradizione birraria della Franconia) rendendola un po’ più dolce e meno secca. U che poi è stata imbottigliata anche nel rivoluzionario (per la Germania) formato da 25cl. Una sorta di bottiglietta da succo di frutta che sparisce letteralmente nel bicchiere.
E tutto questo per due motivi: primo perché se una birra la bevono le donne allora la bevono anche gli uomini (parola di Stephan); quindi una birra meno secco-amara e in un formato meno “intimorente” per quantità dovrebbe trovare posto nel frigo di tutte quelle donne che “a me la birra non piace e fa ingrassare”.
Secondo: perché il formato è ideale per i party glamour; Stephan sogna secchi di ghiaccio con infilate le sue bottiglie alla presentazione di Vouge, al party di Batman o nel dopo show di Lady Gaga.
Voi ve la sentireste di contraddire uno a cui i Metallica hanno regalato una Les Paul autografata per ringraziarlo delle sue birre?
Io no, neanche quando mi dice che in cantina ci sono barrique piene di kristal weizen che verrà rifermentata in bottiglia con lievito di vino frizzante francese per poi essere “spumantizzata” e un progetto di Eis Weizen Bock con packaging da distillato scozzese.

Il secondo rivoluzionario silente è il celeberrimo ed amico Andreas che nella sua Gänstaller-Bräu brasa quelle che per me sono tra le birre che mi soddisfano di più.
Andreas riesce in maniera semplice a rendere beverina una birra da 10 gradi e riesce ad usare luppoli USA con la leggerezza di una libellula.
Ma sono le sue birre in stile classico quelle che più mi hanno colpito: la Rauch e la Dunkel che sono due monumenti di bevibilità, eleganza e puro divertimento che sottolineano come le birre della tradizione non siano affatto superate o noiose, ma al contrario accompagnino tranquillamente il “degustatore” in un’intensa giornata (o più….) di bevute.

Come vestirsi per un festival birrario

Siccome la forma conta come la sostanza ecco per voi una rassegna dei temi da preferire quando si sceglie quale maglietta indossare per visitare un evento birrario

Stai uscendo per andare ad un festival e davanti al tuo armadio, vieni assalito dal dubbio: Ma come mi vesto? O utilizzi il modello Verdone di “Un sacco bello” oppure puoi seguire questi consigli fashion che ti aiuteranno a scegliere la maglietta giusta per l’evento, perchè non esiste LA maglietta da festival , esistono LE magliette da festival, che di seguito vado ad elencare:

  • La maglietta di Cantillon
  • La maglietta del Macche
  • La maglietta di un produttore italiano, plus se vintage
  • La maglietta del tuo locale di riferimento, per far capire che sei uno che beve forte e duro.
  • La maglietta di un festival straniero, coefficiente nerd direttamente proporzionale alla distanza in miglia dall’evento
  • La maglietta di un birrificio famoso, ma oltreoceano (Stone o Dogfishhead); mica ci sei stato ma l’hai recuperata in qualche modo, tipo da tuo cugino in viaggio di nozze.
  • La maglietta di Lambrate
  • La maglietta di George Best
  • La maglietta di un birrificio famossissimo, per far capire che sei uno che conta, ma solo se non l’hai comprata; plus se te l’ha mandata quello con cui fai trading, power up se è bruttissima (tipo pigiama), epic win se te l’ha regalata il birraio stesso.
  • La maglietta di un birrificio sconosciuto, per far capire che sei uno che ne sa e ti distingui dal coro
  • La maglietta del Popeye di Tokio
  • Magliette rugbystiche, power up se della Scozia o degli All Blacks
  • Magliette di squadre di calcio (quasi sempre inglesi, in primis l’odiato Liverpool; e sì, lo so che sei interista)
  • Le magliette di club, pub o associazioni (valide solo se indossate in gruppo: tutti vestiti uguali tipo banda bassotti)
  • Le magliette “politiche” (Che, ma non banale, e Padania/Insubria in primis)
  • Le magliette metal (a Roma quasi solo Motorhead)
  • Le magliette con le scritte sulla birra (“Non fermarti alla terza media” e “Risparmia l’acqua, bevi birra” su tutte), bonus se dei Simpson con birra Duff.
  • Le magliette delle città straniere per far capire che te la viaggi; power up per quelle di St. Pauli.
  • Le magliette della Guinness
  • Le magliette delle marche industriali (per i più sfigati quelle danesi che iniziano per c)
  • Le magliette dell’Hard Rock Cafè
  • Le magliette con richiami sessuali e ammiccamenti vari tipo “Fucktotum” o “Da sbronzo mi piaci di più” ecc.
  • Le magliette nerd vintage, tipo Atari, Intellevision ecc. Plus se hai superato i quaranta.

E per la stagione fredda puoi sfoggiare la tremenda combo felpa col cappuccio (che toglierai dopo un po’) – maglietta, che devono essere rigorosamente non coordinate.

  • Felpa Cantillon (unica che permette maglietta coordinata ma di colore diverso), plus se di colore improponibile
  • Felpa di Extraomnes (plus se non sai il perchè della scritta)
  • Felpa di Lambrate (plus se hai il portapass come portachiavi dell’auto)
  • Felpa di birrificio US

E finiamo questa rassegna con la classica domanda per agitare i commenti “E tu, come ti vesti per andare a bere forte?”

Birre alla frutta

Ma cosa diavolo sono le birre alla frutta? Ma ci mettono dentro la frutta vera? Ma dai, io pensavo che con la frutta si facesse solo il sidro. Ecco, leggi qui che ho scritto due cose.

Quando annusiamo una birra spesso diciamo che è “fruttata”: chi non ha mai esclamato “banana!” annusando una Weizen?
Il carattere fruttato che percepiamo non è però quasi mai dovuto all’impiego di frutta nella produzione ma è impartito dagli esteri e da altre componenti volatili che determinano l’aroma della birra.
Ma il vero carattere di una birra è raramente così semplice da essere riconducibile ad un solo aroma (o frutto), ma piuttosto è l’effetto combinato di una miscela di esteri che determinerà il “naso”, la complessa amalgama di profumi che conferiscono unicità di una birra. Una componente importante la giocano anche i luppoli: alcuni di questi, usati come componente aromatica della birra, danno note agrumate ben definite (il famigerato pompelmo del Cascade) o toni tropicali quasi da frutta fresca, fino all’uva o al cocco sprigionati delle varietà più modaiole di origine pacifica.

Sì, ma se la frutta dentro ce la mettono davvero?

Se stai leggendo queste pagine si suppone che tu sappia che la birra è un fermentato di cereali e che esistano altri fermentati di frutta mediamente famosi quali il sidro, il perry, il vino eccetera. Se la base della bevanda sono i cereali fermentati e viene aggiunta della frutta durante una qualunque delle fasi di produzione parliamo di birre con frutta o alla frutta.

Negli anni di un passato lontano l’uso di frutta per migliorare il gusto della birra era pratica comune, molto prima dell’impiego del luppolo sia come conservante che come “aromatizzante”.
Testimonianze storiche ci fanno supporre che in Egitto si impiegassero arance per aromatizzare bevande di malto simili alla birra, che i Sumeri utilizzassero i datteri come aromatizzante e che per il funerale di Mida sia stata preparata una bevanda a base di uva e cereali fermentati.
In Nord America ai tempi delle colonie, per evitare embarghi e tasse, i birrai usavano qualsiasi ingrediente per le loro birre (non che la cosa oggi sia cambiata…). Ci sono ricette commerciali, risalenti al 1771, che includono pastinaca (una radice), abete rosso e le più “attuali” zucche.

L’aggiunta di frutta alla birra aveva numerosi vantaggi tra cui l’aggiunta di zuccheri fermentabili al mosto che ne aumentavano il potere nutrizionale (spesso la birra era un vero e proprio pasto liquido).
Il gusto e l’aroma della frutta poteva inoltre migliorare il sapore delle birre nascondendo o mitigando alcuni “off-flavours” dovuti a fermentazioni alquanto incontrollate.

Oggigiorno la frutta può contribuire a donare alla birra colori, sapori e profumi diversi da quelli che il solo malto produce e per questo motivo molti birrai si cimentano con il suo impiego nelle forme e nei modi più disparati.

Tradizionalemnte la terra delle birre alla frutta è stata il Belgio e in modo particolare è da segnalare l’utilizzo di frutta nella produzione di birre a fermentazione spontanea. Sì, sto parlando dei lambic e ritengo che tu sappia cosa siano.

Le Kriek, dalla parola fiamminga che identifica una particolare varietà di ciliegia acida (Prunus Cerasus), viene prodotta aggiungendo ciliegie nelle botti che contengono lambic per poi essere lasciata rifermentare in bottiglia.
Le Framboise, o frambozen in fiammingo, vengono prodotte in un modo simile alle Kriek, ma con aggiunta di lamponi piuttosto che di ciliegie.

La nascita delle Kriek si rifà ad una leggenda spesso raccontata da Kuaska (che se ne assume le responsabilità!): un crociato belga, di ritorno dalla terra santa, non disponendo di vino (il sangue di Cristo) decise di dare il colore del sangue a quello che per lui era il vino: la geuze. Aggiunse così delle ciliegie al suo nettare e il gioco fu fatto.
Per inciso, leggende a parte, fu proprio durante le prime crociate che i monasteri belgi cominciarono a produrre e a vendere la birra per finanziarsi anche perchè la loro birra “leggera” era igienicamente preferibile alla semplice acqua.

La produzione di birre alla frutta in genere richiede più impegno e tempo rispetto alla produzione di birre ma sempre più sono i produttori che si sbizzarriscono con questo ingrediente che implica una grande attenzione. Il detto sentito moltissime volte durante le visite da Cantillon  “quando la frutta entra in birrificio, arriva il diavolo!”  indica proprio il fatto che la frutta, se non domata, può essere fonte di problemi in birrificio soprattutto perchè portatrice sana di lieviti incontrollabili.

In Italia, ma non solo, uno dei birrifici che produce ottime birre con impiego di frutta è il Birrificio Montegioco che la utilizza in tutte le sue forme: dallo sciroppo di mirtilli della Draco alle pesche di Volpedo della Quarta Runa passando per tutte le declinazioni dell’uva, alle ciliege, alle more di gelso fino alle fragole (e ne dimentico sicuramente…).

Ultima nota: le vere birre alla frutta NON sono dolci (o almeno non dolci come un succo): spesso infatti il suo impiego determina una maggiore acidità alle birre che ben si amalgama al carattere fruttato.

Addenda
Nella prima versione suggerivo alcune pagine di Fermentobirra per approfondire il tema “esteri”.  Grazie alla segnalazione di Davide riporto il link alla discussione seguita a tali articoli sul newsgroup IHB.  Per chi volesse approfondire l’argomento sui profumi di una birra segnalo quindi questo articolo di Tex. Sulle cose che non so tendo a fidarmi di più di una persona con cui ho bevuto qualche birra…

Le dieci cose che hanno rovinato il “vado a bere una birra”

Quali sono i dieci fattori che hanno rovinato il concetto di “bersi una birra”? Dai non crederete mica che questa sia una lista seria…

Una volta “farsi una birra” voleva dire “vado giù al bar a bermi una roba tra amici”.
Oggi diventa sempre più complicato, e spesso mi capita di sentirmi in colpa se in un brutto pub di Roma bevo un po’ di TipoPils di seguito senza assaggiare le garrule Double IPA nordiche che tutti gli altri avventori sembrano gradire. Quindi ecco la lista (NON in ordine di importanza) delle dieci cose che hanno rovinato il concetto di “bere una birra”.

  1. Le AiPiEi

    Le Aipiei

  2. I luppoli pacifici

    I luppoli pacifici

  3. I danesi (tutti)

    I danesi tutti

  4. I Sommelier

    I Sommelier

  5. “A Roma c’è”

    Si trova solo a Roma

  6. Brewdog

    Brewdog

  7. Le “One Shot”

    Le one shot

  8. Le collaborazioni

    Le collaboriazioni

  9. Ratebeer

    Ratebeer

  10. Teo&Leo (ovviamente)

    Teo&Leo

Io, le persone e la birra

Quali sono le personalità birrarie che più hanno influenzato la scena italiana e non solo? Quale origine hanno avuto molte delle nostre attuali abitudini? Ecco un primo elenco, altamente integrabile…

Andrea Turco su Cronache ha recentemente parlato delle birre che hanno influenzato il panorama artigianale italiano.
Partendo da questo spunto e da alcune considerazioni fatte recentemente durante la Quintessenza di Cantillon ho iniziato a domandarmi quali persone abbiano influenzato in maniera radicale la produzione, l’attitudine o la consapevolezza nel mondo delle birre.
L’inizio è troppo facile: Michael Jackson, è colui che ha “inventato” il concetto di birra artigianale, di degustazione e di stile birrario.

Ma oltre a lui? Ecco alcune delle mie scelte.

Lorenzo “Kuaska” Dabove
Se beviamo lambic, se sappiamo cos’è, se lo amiamo visceralmente è merito suo.
Tutti gli italiani che vanno a Bruxelles, tutti quelli che in segreto hanno sputato il primo lambic, tutti quelli che hanno portato a casa (almeno) una maglietta di Cantillon lo hanno fatto perché ne hanno sentito parlare da lui.
Se i Lambikstoempers organizzano un festival con 40 lambic e hanno 5 visitatori stranieri (4 italiani, uno con la maglietta Cantillon) vuol dire che l’interesse italico per l’acido è un valore assoluto. E poi, tempo fa, appena si entrava in un beershop si cercava un lambic; se c’era era una sorta di attestato di qualità, come il saluto della massoneria.

Vinnie Cirulzo
Pioniere dell’uso delle botti e inventore della DIPA californiana. Da solo ha ispirato l’85% dei birrai del nord Europa che al 99,9% non ci hanno capito nulla.

Teo Musso
Se i gastrofighetti adesso trincano artigianale è colpa sua. Ha sempre avuto questa visione di birra artigianale per l’alta ristorazione, ha usato da subito una bottiglia personale ed importante e ha sempre sposato il binomio cucina di livello e birre di livello. La birra è un prodotto popolare, ma l’esplosione del movimento si deve anche alla sua idea di posizionamento.

Bill Buchanan – Todd e Jason Alström

Gli inventori di Ratebeer e di BeerAdvocate: coloro che hanno permesso al concetto di “giudizio” di diventare una specie di tsunami mediatico che, volenti o nolenti, ci bagna sempre almeno i piedi.

Luigi “Schigi” D’Amelio
Inventore e re del wrestling birrario. Metà delle parole scritte in italiano sulla birra sono passate attraverso di lui. Ognuno di noi lo ha odiato ed amato tantissimo. Spesso nello stesso minuto.

Mikkeller
Famoso col nickname, tipo Zorro, perché Mikkel Borg Bjergsø è abbastanza complesso da ricordare al pari dell’elenco delle sue birre (oltre 300, in pratica una alla settimana da quando ha iniziato). Inventore del gipsy brewing, il buon Mikkel ha fatto birra (o ricette, se gli volete male) un po’ dappertutto senza avere un proprio impianto.
Ha rivoluzionato il concetto del fare birra e anche del berla con una mossa semplice ma geniale: “se faccio mille birre diverse tu te le berrai tutte e mille, se ne facessi solo 10 e pure buone forse tu ne berresti solo 10” e così molti appassionati seguono lui e i suoi epigoni attraverso selve di Imperial Stout e luppoli americani. Tutti gli altri continuano a bere pils di gusto.

Manuele Colonna
Ha trasformato una specie di sgabuzzino nel Valhalla di ogni appassionato. Bere una birra con lui ti insegna sempre qualcosa. Anche solo guardarlo in una keller della Franconia ti fa capire che “ha il sacro fuoco dentro”. Ogni volta che sentite un lieve accento romanesco dove c’è birra buona allora vuol dire che c’è uno che ha imparato qualcosa da lui.

Per ora mi fermo qua, ma ovviamente questo elenco è da integrare….

Estate 2012 – Appunti di viaggio

L’idea di questo post è quella di essere una sorta di blocco degli appunti dove inserire le impressioni generali che ho ricavato quest’estate. In seguito approfondirò alcuni temi con “consigli” su cosa mi è piaciuto bere.

A una settimana dal ritorno da un paio di settimane attraverso l’Europa birraria sento già la nostalgia delle giornate passate ad aggiornare i profili sensoriali del mio palato, a tarare il mio olfatto e a sviluppare la mia conoscenza dei nuovi e vecchi trend del vecchio continente (leggi: “bere” ndr).

Questi giorni mi hanno portato a riflettere su molte cose, e questo post riassume, a mo’ di elenco, le opinioni sparse, le sensazioni e le scoperte di questa vacanza/aggiornamento.
Svilupperò in seguito alcuni punti in post specifici, con i miei “consigli” e le mie impressioni su cosa e dove bere quello che mi è piaciuto di più.

  • Gli italiani sono dappertutto. Non passava giorno che non incontrassimo un appassionato che era “in giro a bere”
  • Le birre italiane al GBBF hanno fatto una gran figura. Siamo pronti per avere un banco nostro, spine nostre e orgoglio nostro. Grazie a chi era lì per la causa. Siamo l’America del vecchio continente.
  • A Londra qualsiasi ventata “nuova” mi sembra copiare gli USA: dalla tap room “a muro” a i mille frigo stracolmi, dall’American BBQ alle Imperialate varie. Un nuovo che a me sembra vecchio.
  • A Londra non si beve benissimo: in luoghi sacri come il Wenlock o il GBBF il 50% di quello che compravo lo buttavo. Arrotondando per difetto.
  • Sheffield è tradizione e innovazione, lassù sanno come si fa birra ecome la si serve (e come la si beve…)
  • La Capsule a Lilla è un posto splendido: con un po’ più d’esperienza e senza lasciarsi guidare troppo dall’etilometro diventeranno grandissimi (leggi, meno pigne)
  • Cantillon è uno dei 5 migliori pub al mondo, definitivo.
  • La IV Saison è tornata su buoni livelli, ma per fortuna che c’è la Zinnebier.
  • Le Koelsh “industriali” sono inquietanti: ne bevi 25 e non te ne accorgi. Ma poi finisci i soldi e smetti.
  • Andreas Gaenstaller è il miglior birraio di Germania. Forse d’Europa, Italia esclusa per impossibilità di confronto.
  • In (nord) Franconia ti riappacifichi col concetto di “birra da bere” e con l’uso di poche parole per definire la birra che bevi.
  • In Germania le birre sono carbonatissime. La Bertier di fantozziana memoria era naturale a confronto. Perchè?
  • Mahrs Bräu è tornata con una U in forma. E presto con novità quasi incredibili per la Germania tradizionalista…

L’immagine è un’elaborazione della copertina dell’album “Appunti di viaggio” di Paolo Conte © 1982 edizioni musicali RCA Musica