La nazionale della birra o la birra nazionale?

Se i giocatori azzurri fossero birre, quale birra sarebbero? E se gli europei si giocassero al pub quante possibilità di vittoria avremmo?

Prendo spunto dal divertente post di Andrea su Cronache di Birra per tentare di fare un parallelismo tra i giocatori della nazionale italiana e alcune birre di spessore della scena brassicola di qualità del Bel Paese. Quella che segue è la formazione-tipo, o almeno quella che sembra esserlo in questo momento. Se l’avventura proseguirà a lungo, magari ci scapperà un aggiornamento, con qualche birra aggiuntiva.

Buffon
In porta ci va un solido colosso, un giocatore di  certa esperienza e di innegabile fama a livello mondiale. Vero ambasciatore del Made in Italy, innovatore che ha fatto scuola. Per me il portierone è la Panil Barriquè.

Bonucci
Non sei certo un idolo delle folle ma ci sei, e il tuo lavoro lo fai. Certo nei cuori degli appassionati ti scontri con passati gloriosi ma dato che si gioca in undici anche tu hai il tuo posto. Per me sei la Seta del Rurale. In certi casi fai la differenza.

De Rossi
Uomo d’esperienza e di origine romana. Al centro della difesa ci vedo bene la ReAle, tradizione con una spolverata di estro, sperando nel fair play anglosassone. E comunque qualche spintone lo regala, che non fa mai male!

Chiellini
Tanti sorrisi ma quando c’è da picchiare si picchia. Perché l’attacco vende i biglietti ma la difesa vince la partita. Una Confine ci sta, a tracciare barriera (si spera) invalicabile.

Pirlo
Classe, esperienza e genio. Tipopils. E non smetti mai.

Maggio
A fare su e giù per il campo ci si logora, quindi ci vuole qualcosa di leggero che lasci lucidi per un passaggio illuminante: ci vedo bene l’Ortiga, birra da lunghe prestazioni.

Thiago Motta
Scuola straniera, lavoro nascosto, esperienza e propensione al colpo da ko. E’ la Tripel di Extraomnes, che ha bisogno anche lei del secondo nome sulla maglia per affermare la propria unicità.

Giaccherini
Tanto lavoro ma il peso di venire da una scuderia vincente e di non averne forse tutti i numeri. Il confronto coi compagni è ingeneroso. Per me è la Nazionale, con un nome così non poteva rimanere in panchina all’inizio. Ma potrebbe tornarci…

Giovinco
L’arma segreta, da mettere in campo quando serve, per cambiare le sorti del match e portare a casa la vittoria. E’ la BB9, che sembra la sorella piccola della BB10, ma mentre tu lo pensi lei la mette nel sette.

Cassano
Genio e sregolatezza. Per molto tempo sta quasi a dormire e poi, si spera, arriva il colpo da applausi. La Mummia è il numero dieci.

Di Natale
Stoico, esperto e di qualità, ma spesso sottovalutato nei grandi palcoscenici in cui si cerca all’estero quello che lui offre tutte le domeniche. Per me è la Patela: temuta dalle difese, ti affonda al primo spiraglio.

 

Io, gli anniversari e il Maestro

Oggi Michael Jackson avrebbe compiuto 70 anni. Un brindisi è dovuto.

Michael Jackson  - Beer Hunter
Michael Jackson - The Beer Hunter

Oggi Michael Jackson avrebbe compiuto 70 anni. Ma chi era ed è Michael Jackson? Semplicemente la voce più influente e autorevole nel modo della birra, una sorta di padre putativo di tutti noi.

Con i suoi scritti, le sue conferenze e le apparizioni televisive instancabilmente promosse e divulgò l’idea che la birra non fosse solo una bevanda ma che ci fosse qualcosa di più profondo,da capire, ascoltare ed amare.

Fondamentale fu la sua opera di catalogazione e definizione delle birre. Prima di lui l’idea di “stile birrario” non era neanche lontanamente diffusa. E’ quindi grazie al maestro se oggi possiamo definire uno stile di birra, assaporarne il gusto e perderci negli aromi e studiarne la storia e le tradizioni, alla scoperta delle storie perse in fondo al bicchiere.

MJ inoltre è stato il primo Beer Hunter rivoluzionando il modo di intendere la birra: non più solo una passeggiata verso il pub locale per bere una pinta ma un viaggio verso le radici della conoscenza e delle tradizioni.

Perchè capire e conoscere i “segreti” e i perchè alla fonte sono la base per capire e godersi quello che si sta bevendo.
Era dotato di una scrittura splendida e della grandiosa capacità di sintetizzare e di spiegare con pochissime parole esattamente quello che c’è nel bicchiere.

Ed era una persona di spirito, davvero: infatti per parlare del morbo di Alzheimer, che ce lo ha portato via, scrisse un suo ultimo pezzo dal titolo “Non sono ubriaco”.

“Un uomo che non si preoccupa delle birre che beve che potrebbe anche non preoccuparsi del pane che mangia. La birra potrebbe essere stata la base della dieta dell’uomo prima che il pane fosse inventato, e questi due alimenti primari sono paragonabili in quanto strettamente correlati. Entrambi possono costituire una mera esperienza quotidiana o un piacere raro. In ogni caso, ciò che cerchiamo è una misura di ciò che ci meritiamo.”

Dalla prefazione di The World Guide To Beer (1977)

 

Abbinamento birra e piatti vegetariani

Schigi in persona mi consiglia dei piatti vegetariani da abbinare alle birre di Extraomnes. Missione impossibile o matrimonio d’amore?

extraomnesCi sono cose strane che succedono quando una birra arriva alle labbra del suo bevitore designato, un po’ come quei giochi di sguardi nei film romantici o in quei versi di quella canzone che sembra perfetta per quel momento: la scintilla accende un fuoco che non si spegnerà più.
Ultimamente mi è capitato di vedere i successi di due birrifici relativamente nuovi, anche se di nuovo non hanno proprio nulla dato che chi c’è dietro frequenta il nostro mondo da anni.
E sono Brewfist ed Extraomnes, i due emergenti del 2011 e colossi del 2012.

In particolare il birrificio di Marnate ha fornito svariate gateway beer (con gateway beer si intende la birra del non ritorno; quella che ti fa passare da bere bottiglie da 66 a canna a spendere le serate sugli sgabelli di un pub, possibilmente ad almeno 500 chilometri da casa) a persone che la birra buona la frequentavano poco.
Dall’assalto alla Tripel dell’IBF 2011 alla discesa romana con tanto di pischelli che trincano Straff dalla bottiglia a notte fonda le birre di Extraomnes hanno un appeal che va oltre i canoni ordinari a cui siamo abituati.

Per questo motivo ho chiesto a Schigi, il pastore del matrimonio d’amore, ovvero abbinamento birra/cibo, amico e mentore birrario senza eguali di consigliarmi un abbinamento per ognuna delle “sue” birre.
Per aumentare il coefficiente di difficoltà ho inserito la variabile “vegetariano” perché, alla fine, volevo complicare le cose al sommo.

Ed ecco quello che è venuto fuori, troppo bello per tenermelo solo per me

Blond
La sua morte sono i frittini di verdura, tipo tempura, cucinati con una pastella leggera (ad esempio con farina di riso e Blond ghiacciata)

Zest
Falafel in cartoccio, degno accompagnamento per una “birra di strada”.

Saison
Andiamo in Provenza: da accompagnare a una zuppa di verdure e pasta con pesto, la Soupe au Pistou, ma anche una semplice pasta al pesto.

Tripel e Straff
La scelta cade su qualche verdura un po’ amara come ad esempio i carciofi alla giudia o una minestra di fave e cicoria.

Bruin
Da provare con un misto funghi in padella, con tanti porcini e finferli.

Donker
L’abbinamento più difficile e complesso: il “Risotto con i capperi di Pantelleria e polvere di caffè Haiti” di Alajmo, con i dovuti aggiustamenti sul brodo e sul burro

Kerst
Ci spostiamo sul dolce: Tarte Tatin con una brisè (che può essere preparata anche con una margarina vegetale)

Sfido qualsiasi carnivoro integralista a non lasciarsi tentare nella prova di questi abbinamenti.
E ovviamente accetto suggerimenti differenti.
Buon appetito!

 

Io, Sam e le risposte

Le mie risposte alle domande di Sam Calagione sulla situazione birraria in Italia

Sam CalagioneNel post precedente ho parlato di come Sam Calagione fosse interessato alla scena birraria italiana e di come mi avesse chiesto alcuni dettagli sui rapporti tra appassionati e birrifici.

La prima domanda che mi ha fatto è stata “Che ne pensano gli appassionati dei birrifici “grandi” come Baladin e Borgo?” Anche in Italia se un birrificio cresce gli appassionati lo guardano male?

Sam è stato autore di un noto “sfogo” su BeerAdvocate contro le critiche ai birrifici più popolari e più “grandi” degli Stati Uniti e contro le loro birre.
Anche alla luce di questo credo che la sua domanda fosse molto pertinente e ho risposto che, anche in Italia, gli appassionati integralisti vedono un po’ con sospetto la crescita dei birrifici. Dalla famosa querelle dell’entrata in Assobirra di alcuni nomi noti in poi le critiche verso il sodalizio Teo Musso + Leonardo di Vincenzo si sono fatte aspre. Dalla scomparsa del termine “non filtrata” al progetto Open, da New York a Roma ognuno poteva trovare un appiglio per parlare “male” di questi due birrifici/personaggi.
E ogni volta che un birrificio cresce, cambia impianto o tecnologia gli integralisti sono subito pronti a dire “non è più buona come una volta” come se il gusto e la qualità fossero inversamente proporzionali alle dimensioni dell’impianto.
Io penso che ognuno sia libero di esprimere il proprio parere e le proprie perplessità sulle scelte fatte da alcune aziende.
Ma il fulcro deve essere e rimanere la birra: bevendo recentissimamente la Perle ai Porci (Stout con le ostriche di Birra del Borgo) con il suo salmastro e la sua ruvida eleganza o la Super di Baladin, con il suo speziato finale (quasi incenso) e la sua morbida dolcezza non posso non dire che siano due grandi birre.
Ben vengano quindi gli ingrandimenti, i materiali, gli investimenti e la professionalità spinta se tutto questo porta ad avere nel bicchiere prodotti di altissimo livello.
Il giudice deve essere il nostro palato, senza pregiudizi. Alla fine dovrebbe interessarci quello che beviamo e non giudicarlo dall’etichetta.

La seconda domanda è stata invece “Gli appassionati di vino come si comportano con la birra? Sopportano, condividono o odiano?”

In Italia la situazione è diversa rispetto agli USA: abbiamo più tradizione e il vino non è solo una bevanda.
Purtroppo gli appassionati e/o i professionisti del vino in Italia spesso hanno dei pregiudizi sulla birra a causa della poco conoscenza del settore o di corsi approssimativi o di mere conoscenze commerciali. La birra non è solo gialla e gasata, e i pregiudizi vanno sconfitti in un solo modo: facendoli bere…
Quello delle birre è un mondo complesso e profondo che necessità volontà di conoscenza e mente aperta, perché lo scopo è quello di provare piacere per quello che si ha nel bicchiere.
Molti appassionati sono tranquillamente bigami, e non c’è nulla di male.

In conclusione mi è sembrato che tutto il mondo sia paese e che anche negli USA gli appassionati guardino con sospetto i birrifici “grandi” e che i beergeek della prima ora vivano di nostalgia piuttosto che di attualità. Il mondo del vino poi, anche oltreoceano, è visto come diretto concorrente sulle tavole dei ristoranti ma gode di una certa nobiltà atavica che è difficile da “combattere”.
In conclusione la grande differenza è che Sam al Macche chiede come ultima birra “qualcosa di americano”; io al Toronado non mi sognerei mai di chiedere qualcosa di italiano…

Per completezza allego quanto scritto da Calagione sul forum di BeerAdvocate

It’s pretty depressing to frequently visit this site and see the most negative threads among the most popular. This didn’t happen much ten years ago when craft beer had something like a 3 percent market share. Flash forward to today, and true indie craft beer now has a still-tiny but growing marketshare of just over 5 percent. Yet so many folks that post here still spend their time knocking down breweries that dare to grow. It’s like that old joke: “Nobody eats at that restaurant anymore, it’s too crowded.” Except the “restaurants” that people shit on here aren’t exactly juggernauts. In fact, aside from Boston Beer, none of them have anything even close to half of one percent marketshare. The more that retailers, distributors, and large industrial brewers consolidate the more fragile the current growth momentum of the craft segment becomes. The more often the Beer Advocate community becomes a soap box for outing breweries for daring to grow beyond its insider ranks the more it will be marginalized in the movement to support, promote, and protect independent ,American craft breweries.

It’s interesting how many posts that refer to Dogfish being over-rated include a caveat like “except for Palo…except for Immort…etc.” We all have different palettes which is why it’s a great thing that there are so many different beers. At Dogfish we’ve been focused on making “weird” beers since we opened and have taken our lumps for being stylistically indifferent since day one. I bet a lot of folks agree that beers like Punkin Ale (since 1995) , Immort Ale (wood aged smoked beer) since 1995, Chicory Stout (coffee stout) since 1995 , Raison D’être (Belgian brown) since 1996, , Indian Brown Ale (dark IPA) since 1997, and 90 Minute (DIPA) since 2000 don’t seem very weird anymore. That’s in large part because so many people who have been part of this community over the years championed them and helped us put them on the map.These beers, and all of our more recent releases like Palo Santo, Burton Baton, Bitches Brew continue to grow every year. We could have taken the easy way out and just sold the bejeezus out of 60 Minute to grow but we like to experiment and create and follow our own muse. Obviously there is an audience that appreciates this as we continue to grow. We put no more “hype” or “expert marketing” behind our best selling beers than we do our occasionals. We only advertise in a few beer magazines and my wife Mariah oversees all of our twitter/Facebook/dogfish.com stuff. We have mostly grown by just sharing our beer with people who are into it (at our pub, great beer bars, beer dinners, and fests) and let them decide for themselves if they like it. If they do we hope they tell their friends about. We hope a bunch of you that are going to EBF will stop by our booth and try some of the very unique new beers we are proudly bringing to market like Tweason’ale (a champagne-esque, gluten-free beer fermented with buckwheat honey and strawberries) and Noble Rot (a sort of saison brewed with Botrytis-infected Viognier Grape must). One of these beers is on the sweeter side and one is more sour. Knowing each of your palettes is unique you will probably prefer one over the other. That doesn’t mean the one you didn’t prefer sucked. And the breweries you don’t prefer but are growing don’t suck either. Respect Beer. The below was my favorite post thus far.

This thread is hilarious. Seriously, Bells, Founders, FFF, Surly, RR, DFH, Bruery, Avery, Cigar City, Mikkeller are all overrated? Since I’m from Ohio, I’ll pile on and add Great Lakes, Hoppin Frog, and Brew Kettle to the list. Your welcome.

Hopefully soon we will have every craft brewery in the US on the list.

 

 

Rimini: Birramoramento, Blog e Birra

Durante Sapore 2012 a Rimini sarà relatore di una conferenza sul beer blogging italiano. Un po’ di ansia c’è…

Ci siamo. Sabato comincia Pianeta Birra Sapore 2012 alla fiera di Rimini. Quella che una volta era la Disneyland degli appassionati e che col tempo sta diventando sempre più una specie di Gardaland è comunque un evento a cui non mancherò.

Quest’anno poi sarò addirittura relatore alla conferenza dal titolo Italian beer blogger (Sabato 25 ore 11:30) insieme ai colleghi Alessio Leone, Andrea Turco, Nicola Utzeri e Alberto Laschi.
Organizzata da Interbrau col progetto Birramoramento la conferenza avrà come tema i media web e la birra, sulla loro importanza, sul loro scopo, sulla loro filosofia e sulla loro interazione con il mondo “reale”.

Quindi, oltre a provare nuove e vecchie birre, salutare amici e conoscerne di nuovi, se siete in zona venite ad ascoltarci!

Qui trovate tutti i dettagli, e anche la mia foto per riconoscermi.

 

Previsioni per il 2012

Le mie considerazioni e previsioni sul 2012 birrario che sta per arrivare. Si fa per scherzare.

In questo periodo dell’anno tutti sono portati a fare bilanci, a pensare a cosa buttare e a cosa tenere (l’ho fatto anche io su intravino) e, ovviamente, a buttarsi in previsioni per l’anno che verrà.

Già che ci sono, perché esimermi? Così diamo anche un po’ di vita al blog. Il 2011 ci lascia le collaborazioni, le ospitate, i birrifici nomadi e tante birre “one shot” che forse non ritroveremo più. Il 2012 cosa ci porterà?

Il 2012 sarà un anno femminile: il consumatore che si avvicinerà alla birra con spirito più critico e aperto sarà donna. Le donne hanno meno pregiudizi, perché loro hanno saltato la fase “Peroni ghiacciata e rutto libero post-calcetto” e sono più attente a quello che bevono di molti uomini.
Vanno più incontro ai loro gusti piuttosto che alle mode e non hanno paura di sperimentare e di dire “questa sì” e “questa no”.
La mia piccola esperienza dietro le spine e grande davanti mi porta a pensare che il bevitore “entry-level” che si godrà di più quello che c’è nel bicchiere sarà donna. E non importa se non sa di luppoli e malti.

Lo stile del 2012 sarà il Barleywine, la nuova AiPiEi dei bevitori non maniaci.
Birre forti, di carattere, con un gusto marcato, dolcezza e ossidazione che centrifugano l’amaro e nascondono l’alcool. Niente tostature che un po’ spiazzano, ma solo birre “piene”, calde e suadenti e adatte ad accompagnare una lunga conversazione tra amici.

L’ingrediente “mai più senza” del 2012 sarà la segale. E a me la segale nelle birre non piace, e manco nei bourbon. Le Black IPA ormai sono superate, il futuro è luppolatura mostruosa (americana) su tappeto di segale. Perché la segale fa diventare il rater ciecolo

Scrivere di birra

Se le tue azioni ispirano gli altri a sognare di più, ad imparare di più, a fare di più e a migliore sei un leader.
Se le tue azioni ispirano gli altri a bere di più, a leggere per bere di più, a viaggiare per bere di più, a farsi la birra per bere di più, a bere meglio e di più ti consideri un beer evangelist. Ma col cavolo che andrai in paradiso.

macchina da scrivereMi considero uno nella folla di quelli che fanno e bevono birre di qualità, persone che cercano i contorni del gusto e le onde degli aromi in quella che per molti rimane solo una bevanda gialla e gassata.
E sono uno di quelli che scrive e parla di birre. Uno di quelli che lurkava usenet negli anni con lo zero davanti (e prima) e che poi ci ha iniziato a bere (bene) e a scrivere.
Scrivere di birre non è facile. E’ da un po’ che cerco di teorizzare come sarebbe “il giusto”, di quale siano le caratteristiche che lo scrittore di birra ideale dovrebbe avere e di come questa passione (non missione) vada vissuta.
Cosa differenzia nelle parole di Kuaska “quelli che scrivono sui blog” (dispregiativo) da “quelli che scrivono” (positivo) ?
Ecco che in uno scritto di Ray Daniels del 2008 ritrovato per caso ho letto cose che pensavo ma che non riuscivo a scrivere in modo compiuto. Quindi seguo la sua traccia imbruttendola di mio.

Lo scrittore di birra dovrebbe essere autentico.
Cercare l’autenticità parlando con chi fa e vive birra è una necessità; la capacità di rapportarsi con il birraio che brassa nel granaio nei weekend e con il manager californiano tutto sorrisi, surf e 10 birrai a cottimo è un obbligo. Saper capire e ascoltare le storie e i percorsi che hanno portato le persone con cui parli dove sono è fondamentale; sapere che il tal birraio guidava i bus non ti fa capire le su birre ma ti fa capire il suo percorso e ti spinge a far apprezzare il fascino del lavoro che ama.

Lo scrittore di birra deve essere diplomatico.
Dimentica le fogne, dimentica le rietichettature, dimentica gli aumma aumma.
Sapiamo benissimo che i risultati spesso non sono come te li aspetti.
Ma la berlina facile alla lunga non paga. Essere positivi e obbiettivi non vuol dire omertà o essere prezzolati ma semplicemente significa dare il giusto peso a tutto.
Se qualcosa non va il modo per sottolinearlo deve essere adeguato.

Lo scrittore di birra deve essere tenace.
Credici, persevera e parla. Oggi è sempre più facile trovare una platea, ma tutto, dall’informazione poco corretta delle multinazionali all’inesperienza di alcuni attori porta ad un offuscamento della “luce birraria vera”.
Poco a poco il popolo de “la birra è amara e fa schifo” si assottiglierà e faremo più fatica a trovare uno sgabello libero al pub.

Lo scrittore di birra deve essere modesto.
Non esiste il palato assoluto. E c’è sempre qualcuno meglio di te. Parla di quello che sai e di come lo sai, e ascolta. I grandi hanno fatto così, perché non dovresti farlo tu?
Abbiamo sempre contestato al mondo del vino le cravatte e la schiena dritta, cerchiamo di non copiare (male) le guide coi voti e i semidei sommelier che “con tre aggettivi (uno inventato) ti ribalto il mercato”.

Le birre quindi non dovrebbero essere un vettore verso qualcosa, ma essere semplicemente il viaggio, quel viaggio che non finisce e che ti fa venire una gran voglia di chiedere, ascoltare e raccontare a chi non c’era o a chi, quella volta lì, inseguiva un rate e non una pinta.
Ray Daniels nel suo scritto parla di Michael Jackson e di come lui fosse, semplicemente, il leader della band (come lo definì Tomme Arthur), band in cui io sono sempre stonato.
MJ è l’uomo con cui avrei tanto voluto bermi due pinte in un pub senza neanche riuscire a parlare. Un po’ come faccio con Kuaska, a meno che non si parli di calcio…

D-IPA – YMCA incontra il luppolo

Il caldo, un paio di pinte e un motivetto nella testa che fa “It’s fun to drink an IPA”. Il passo è breve verso la realizzazione dell’elemento birrario più trash del 2011. Listen and repeat.

Oggi per tutto il pomeriggio, complici un tweet di Mark Dredge e il caldo, mi rimbalzava nella testa in loop “It’s fun to drink an IPA” accompagnata dal balletto dei Village People.
Questa sera, complici il caldo, un paio di Spaceman di Brewfist e ricerche infruttuose su Google, sono passato su Youtube e, dopo aver cercato“YMCA Karaoke” tutto mi è apparso chiaro.
Da bravo paroliere in overdose di Citra ho pensato di rovinare riscrivere alcune parti della nota canzone randalizzandola un po’.
Quello che segue è il risultato. Dato che non sono Mogol il tutto è perfettibile, soprattutto l’inglese, ma se vi bevete due pinte prima di schiacciare play forse vi sembrerà un po’ meno brutta…

PS
Mentre scrivevo queste righe ho già individuato il prossimo bersaglio: Surfin’ USA dei  Beach Boys sembra adattarsi bene a un Drinkin’ IPA

IPA day – Aneddoto sulle India Pale Ale

Oggi tutti gli appassionati dell’universo celebrano il giorno delle IPA. Ecco il mio contributo, da leggere, possibilmente, ciucciando un pellet del vostro luppolo americano preferito!

IPA brewed in a Tea PotOggi è L’IPAday. Cos’è? Bhè ne ha parlato Andrea su cronache nel post odierno, e non ha senso scriverlo due volte, visto che l’hai già letto no?
Se poi vuoi leggerne la genesi in inglese la trovi qui.

Delle IPA se ne parla molto, inglobando sotto al loro ombrello (quasi) tutte le birre tra il chiaro e l’ambrato con del luppolo americano. Di cosa siano davvero e di come siano nate se ne sa un po’ meno.
A volte letture un po’ datate ci illuminano, oppure no?
Riporto di seguito quanto scritto su un sottobicchiere di Ind Coope, storica birreria di Burton-on-Trent.

La India Pale Ale o I.P.A. , come è universalmente nota, fu brassata per la prima volta a Burton specificatamente per il commercio coloniale con l’India.
Il suo gusto più luppolato e il suo minor tenore alcoolico la resero più adatta al consumo nelle regioni con clima più caldo.
Ma divenne ben presto famosa in tutto il mondo, così come in tutto il Regno Unito.
Una leggenda di Burton narra che la prima I.P.A. fosse stata brassata in una teiera da un uomo chiamato Jon Goodhead.

Quanto c’è di vero? Quanto di addomesticato? Quanto di “leggenda metropolitana”?
Per spiegarlo dovrei scrivere una bella storia delle IPA, o meglio, riordinare gli appunti. Quindi questo, in gergo è un teaser… 🙂

P.S.
Sullo tema “come scegliere un’IPA?” avevo già fatto una striscia.

 

Birra in stile italiano – Ha senso parlarne?

Parlare di stile italiano nel mondo birrarrio ha senso? Cosa definisce questo stile e perchè dovremmo o non dovremmo parlarne?

Lelio Bottero ne parla sul suo blog e lo scrive sulle birre “di famiglia”.
Ma che cosa diavolo è lo “stile italiano”? E ha senso parlarne in campo birrario?

Italian Style fa molto moda, Vespa e cibo.
Fa molto lounge-bar a Tokio, Pizzeria a New York e mafia nel resto del mondo.
Nel mondo birrario italiano stile italiano non vuol dire nulla.
Un po’ come vino italiano,  olio italiano o formaggio italiano: quelle cose che, se le vedi in un supermercato a Londra sorridi e passi oltre.
Posso essere anche d’accordo sul fatto che fare una Mild con luppoli pacifici o una Pils con luppoli americani sia una forzatura, non birraria bensì stilistica.
Ma se esce buona, e a me piace, sti cazzi…

Ho già espresso la mia idea su come gli stili birrari siano fuorvianti per i neofiti che prendono per oro colato quanto scritto in etichetta e lo accettano per inesperienza e continuo a pensarla così.

Abbiamo fatto per anni vanto del fatto che non abbiamo radici birrarie e che quindi possiamo fare di tutto, anche a cazzo di cane,e avere la coscienza pulita, per lo meno verso chi se la beve.
Adesso invece si cercano le radici, il territorio e i prodotti tipici quasi con disperazione.
Si cerca di abbracciare il vino dall’uva al mosto alle botti (che spesso lavano più bianco…) e si butta nella birra qualsiasi cosa sia bio, slow, presidiato o in offerta alla lidl.
Facciamolo, e qualcuno lo sa fare davvero bene, ma facciamolo per un motivo, fosse anche solo il divertimento e la sperimentazione.
Ma non facciamolo perché è italiano.