Bere birra a Roma

Roma città eterna, ma anche Roma città birraria. L’offerta unica ed enorme che offre la capitale fa sì che sia la meta birraria per eccellenza. O forse mi manca il clima che ci si respira, le persone che animano la “scena” o le birre.

Forse non ho ancora smaltito l’effetto-mare di birra, forse ho la pubdade (la saudade da pub ©mio!) o forse semplicemente è un dato di fatto: Roma è la destinazione birraria per eccellenza.
Il posto in cui vorrei essere per farmi due birre e due chiacchere.
Oggettivamente, Roma ha un’offerta birraria fuori dal comune, con locali di classe mondiale e personaggi che, da soli, valgono il viaggio.
Ma cosa fa grande Roma?
Ecco il mio elenco, in rigoroso ordine sparso, incompleto e in divenire.

Il Colonna | Tu sei Manuele e su questo pub costruirai la birra, nel più bel brutto posto del mondo. Semplicemente il miglior comunicatore di birra che puoi trovare: che tu non ne capisca un’acca o che tu sia un rater danese lui si metterà al tuo livello e ti porterà per mano a quello superiore. Dietro alle spine pare quasi bello.

Via Benedetta | Passano tutti da qui. Fatti due birre, attraversa, cena, riattraversa, altre due birre.
Come minimo sei passato affianco a un birrraio, a due beerlovers stranieri e a qualche appassionato italiano.
Qui la gente  lavora con passione: ecco perché non me ne voglio mai andare e perché, in fondo, li invidio.

L’Open | Quando ha aperto era da sindrome di Stendhal: tutte quelle spine di birre italiane, quelle bottiglie… un tuffo al cuore e la consapevolezza che eravamo cresciuti.
Adesso che dietro alle spine c’è il vecchio giovane ha una marcia in più. Poi l’Open apre alle 12, così anche il pranzo è coperto 😉

4:20 | Per alcuni è il sottomarino della sbronza, per altri la morte nera. Esteticamente il più bel locale birrario di Roma e non solo. Frutto e realizzazione delle idee di Alex Liberati, ha aperto le porta al “lato oscuro” della birra: le pigne di De Molen, le interminabili serie di Mikkeller, i lambic di 3Fontainen, i luppoli californiani e una marea di pompe di Real Ales. Ha alzato l’asticella della concorrenza birraria a Roma aiutando a dare velocità al movimento.

I locali | I posti dove si beve bene e si sta bene. Magari non tutti celebrati ma pieni di buone birre per passare una serata (anche lunga) in buona compagnia. Ad esempio il Birrifugio di Ostia, così quando ci vai puoi vedere anche il mare;-)

Cronache di Birra | Dalla “scena romana” è nato IL blog di riferimento per la birra italiana di qualità. Andrea Turco, con passione e dedizione, ogni giorno scrive di birra creando una imprescindibile rassegna stampa su tutto quello che accade nel mondo birrario, con scoop e notizie di prima mano. E’ colpa sua se a volte la pausa pranzo slitta aspettando il suo post quotidiano… e aumenta la pubdade.

Leonardo Di Vincenzo |
Da ricercatore a birraio a Open Roma a Eataly New York.  Altro esempio lampante dell’ospitalità romana, è sempre disponibile a quattro chiacchere: bersi una birra con lui è ascetico: potete passare dal diverissment a un discorso tecnico senza problemi ed imparare sempre qualcosa. Se a Roma ReAle è uno stile e non “solo” una birra è colpa sua.

I Beershop | Ormai sono più delle chiese: questa esplosione di negozi che vendono birra sicuramente è segno che la birra buona a Roma ha mercato. Certo, vedere un ragazzino che si beve una Delirium Tremens a canna seduto sul marciapiede non è il massimo per l’idea che ho io di birra qualità, e infatti faccio quattro passi in più e vado al Pub…

Gli eventi | A Roma gli eventi, le degustazioni e i festival si susseguono a raffica. Oltre ai “soliti noti”, locali come il Blind Pig organizzano serate a tema e non passa settimana o quasi senza qualcosa da fare, come se l’offerta media nei locali fosse noiosa…

Il Mastro Titta | Non è sicuramente la meta dove fare beer hunting: ci si deve “accontentare” di quello che c’è alla spina. Oppure passare ai distillati, di grandissimo livello.Ma non è la ricerca della chicca che mi porta al Mastro a fine serata: una carbonara e una (!) birra sono la scusa per salutare Giorgione, barman consumato e che ti consuma, e per fare quattro chiacchere con lui e con i folkloristici avventori. Ci sarà un motivo se molti publican, abbassata la serranda, vengono qui a tirare l’alba.

Roma | Roma offre un palcoscenico indescrivibile. Sfrecciare in taxi di notte di ritorno dal Mastro o attraversare Ponte Sisto al tramonto sono cose ti lasciano a bocca aperta. Se qui si è fatta la storia del mondo si capisce perché qui si faccia, anche, la storia delle birre…

La Maledizione della Mummia

Le birre speciali sono croce e delizia di un birraio, ma a volte la loro luce è così forte da oscurare le altre birre, quelle meno pirotecniche ma altrettanto godibili. Ne parlo, facendo nomi e cognomi.

La Runa Bianca del Birrificio MontegiocoCi sono birre che fanno la fortuna di un birrificio; “imbroccare” il cavallo vincente, studiare e costruire una birra ad effetto o avere la grazia divina di ritrovarsela nei maturatori senza sapere perché è l’Eldorado del birraio.
Spesso il “famolo strano” mischiato ad una sana dose di passaparola porta il birraio, ed il birrificio, ad una fama nazionale e non solo.

Tutti la vogliono, tutti devono degustarla, tutti la cercano. Cosa?
Ma la birra Gardaland, quella per cui fai anche due ore di coda per 5 minuti di sano e violento godimento sensorial-emozionale.
A volte le birre Gardaland diventano birre-benessere: birre che ti coccolano e ti fanno stare bene, tanto da non vedere l’ora che sia venerdì sera per stappartele con calma, tanto domani è sabato.
Altre diventano, semplicemente, capolavori.

La Mummia è una di queste, la sour-session-beer per eccellenza.
Nata dalle mani sapienti del birraio del Birrificio Montegioco, Riccardo Franzosi, in armonia con botti orgogliose in cui ha riposato la Bigolla, la Barbera di Walter Massa, il profeta del Timorasso Derthona, questa birra è diventata, assieme ad alcune sorelle modestamente bellissime, una sorta di maledizione per il Birrificio e per Riccardo stesso.

Riccardo brassa numerose birre fortemente radicate nel territorio e nelle sue tradizioni: dalla Quarta Runa con le pesche di Volpedo alla Draco con sciroppo di mirtilli, dalla Tibir con mosto di Timorasso alla Open Mind con mostofiore (mosto di Barbera senza bucce, da Elisa Semino de La Colombera)  a molte altre.

Birre che tutti vogliono e tutti cercano, birre che “non ce n’è mai abbastanza”, birre che sono il tormento e l’estasi del birraio che deve rispondere molto più spesso “finita” che “quanta ne vuoi” ai clienti.

Ma queste birre, al limite dell’eccezionale, fanno di lui un grande birraio?
Per me no.
Ecco… sento tuonare… mi spiego.

Riccardo secondo me è un grande, grandissimo birraio non per queste birre (o non solo) ma per il continuo lavoro di cesello, di crescita e di miglioramento che ha fatto sulle “birre base”, quelle cioè fatte “solo” con ingredienti tradizionali.
Runa e Rurale sono birre che negli ultimi due anni sono migliorate tantissimo: due ottime birre da bere in quantità ingenti e che rispecchiano appieno lo spirito conviviale e disincantato che aleggia su Montegioco: “Sta lì, sta citu e toca ňenta (stai zitto, non toccare niente) e bevi.
La ricerca sulla ricetta, sui malti, sui lieviti (e ultimamente persino sui luppoli!) e su tutto il processo produttivo è evidente.
E questa mano, attenta e consapevole, si vede evidentemente sulla Runa Bianca, senza dubbio una delle migliori Blanche in Italia, birra in uno stile così difficile che anche in Belgio non riescono a farle così e, di sicuro, gli rode…e vai a far assaggiare della Rat Weizen ai tedeschi…

E tutto questo fa sì che, ad ogni visita a Montegioco, quasi mi dimentico delle birre speciali, di quelle “che le vogliono tutti” e, davanti a un bicchiere di Rurale, vedo Riccardo e il suo lavoro e mi sento, davvero, un nicchione, con una sete boia e anche un po’ schiavo della Runa….

Io, il wrestling e la cronaca

Su Cronache di Birra impazza la polemica: scopriamo i personaggi che si affrontano sul ring virtuale, ovviamente in modo poco serio.

WrestlingIn questi giorni su Cronache di Birra si è svolto un vero e proprio main event del wrestling birrarrio.Presa come scusa una discussione sulla birra in lattina i migliori atleti del panorama italiano si sono combattuti nell’arena di Mr. Turco.Conosciamo un po’ meglio i personaggi:

Marcos
Luchador in stile messicano, fonde etica e combattimento in modo molto personale. Cambia spesso federazione polemizzando con i dirigenti e a volte interrompe i match con proclami d’intenti.
Tecnico e orgoglioso di esserlo mischia i combattimenti con dei clinic sulle mosse adottate: forse un po’ narcisita e un po’ poeta fa del wrestling una questione morale. A volte combatte solo per la giusta causa o per rivendicare con forza le proprie idee.Quando il match si fa sporco a volte lascia il ring con disgusto; si dice abbia anche distrutto qualche spogliatoio….

Catalizzatore
Lottatore-Dirigente scende sul ring per difendere con forza le idee della sua crew. Con un passato nelle leghe PRO adesso combatte di rado nelle serie amatoriali.
Ha dei nemici giurati e sul ring li attacca sia con sberleffi che con colpi bassi. Spesso il lavoro da manager lo tiene lontano dai ring, ma appena mette il costume si scatena un main event. E’ sempre seguito da groupie assatanate.

SR

Wrestler californiano, si fa i muscoli in spiaggia a Venice. Presenzialista del ring, è sempre pronto a combattere. Molto tecnico, cerca la mossa ad effetto, provata e riprovata in allenamento.
Alterna colpi bassi a mosse pulite e non disdegna il pettegolezzo: ama infastire gli avversari portando alla luce segreti più o meno scabrosi.
A volte, nel mezzo del match, preferisce mostrare i muscoli al pubblico piuttosto che finire l’avversario: per lui il ring è una vetrina e il suo personaggio, tipicamente tweener, recita la parte del rompiscatole integralista. Spesso si lamenta per il prezzo dei biglietti e della pay-per-view.

Schigi
Heel in tutto e per tutto è dotato di tecnica sopraffina e di esperienza da vendere. Gode nel vedere l’avversario al tappeto e non finisce mai un match se non per abbandono dell’avversario.Ha memoria da elefante e conosce il punto debole di ogni avversario su cui infierisce con sadico divertimento.Spesso nel corso dei match utilizza sedie o altri oggetti per colpire l’avversario. Se colpito, come Hulk Hogan, si rialza e fa segno di no con la testa. Praticamente invincibile, riempie le arene di folle urlanti che vorrebbero vederlo perdere. Ma li disattende quasi sempre.

Dino
L’uomo mascherato. Non si sa chi sia e da dove venga, ma colpisce forte e duro. Tecnico e preparato è abbastanza indecifrabile.Forse è un’identità segreta di uno dei lottatori precedenti. O forse è qualcuno che vuole celare la sua identità.
Speriamo non sia una meteora: è da picco d’audience.

Ma chi è esperto di birra? Parliamone!

Il solo bere molto non ci rende esperti. Chi è un esperto di birra? E che cosa lo rende tale? Che cosa trasforma la passione in evangelizzazione? La mia modestissima opinione. Comunque Kuaska mi ha salvato la vita!

Kuaska mi ha salvato!Fino a qualche anno fa (pochissimi) se qualcuno in Italia si definiva “esperto di birre” o era Kuaska oppure suscitava reazioni-tipo: “Ne bevi tanta? Sei stato all’Oktoberfest?”.
L’idea che birre e cultura potessero convivere nella stessa frase semplicemente non esisteva così come era a zero la convinzione che ci fosse qualcosa di più oltre ai rutti fragorosi davanti alla TV di fantozziana memoria.
Era: passato prossimo, molto prossimo.
Oggi ci hanno sdoganato e le birre e il loro mondo incuriosiscono un pubblico vergine e fertile: l’esperto ora è necessario perché deve traghettare anime perse in un mare di sangue d’uva verso lidi maltati e divini.

Ma chi è un esperto di birra? Probabilmente quasi tutti i miei cinque lettori sono appassionati di birre buone e ne sanno, mediamente, più dei loro amici.
Ma cosa rende un consumatore abituale un esperto?
Bhè iniziamo a tracciare un identikit.

  • Innanzitutto il nostro cosiddetto esperto sa cosa gli fa preferire una birra ad un’altra?
  • Sa oggettivamente descrivere il motivo per cui preferisce la TipoPils alla Bud?
  • Saprebbe consigliare una birra ad un amico dopo averne capito i gusti? E possibilmente provocando un “Però, buona!” pieno di rispetto da parte dell’amico.
  • Il nostro esperto sa relazionarsi con i professionisti che incontra (publican,gestori di beershop, camerieri…)  per ottenere sempre quello che vuole senza farsi condizionare?
  • Se ordina una birra che non conosce riesce comunque a farsi un’idea di come dovrebbe essere prima di vederla?
  • Ha mai viaggiato andando alla radice delle birre che beve?
  • Ha un’idea precisa di come si produce una birra?

Se le disposte alle domande sono tutte sì, allora abbiamo iniziato a delineare il profilo dell’esperto.
Sbagliato.
Abbiamo appena definito un consumatore consapevole, un appassionato, un bere jeek, un illuminato. E allora che così un esperto?
C’è chi dice che un biersommelier lo sia, oppure un Certified Cicerone o un più “modesto” universitario.
Certo il mercato vuole medaglie sulle giacche e c’è sempre chi vuole primeggiare in tutto quello che fa.

Ma cosa diavolo è un esperto?

Esperto: persona alla quale, per motivo di professione oppure per acquisita competenza ed esperienza, viene richiesto di fornire pareri scientifici su argomenti di dettaglio.

Appassionato: qualcuno attratto fortemente verso qualcosa

Quindi, in pratica, se sono appassionato di fisica guardo il Discovery Channel, se ne sono esperto spacco i protoni con Rubbia.

Non esiste (per ora) una qualifica comparabile al sommelier, quindi chiunque può nominarsi esperto, professionista o no, e nessuno può dire nulla.
Ma io di solito parlo…

Un esperto di birre, per me, è chi riesce a dare ad un appassionato qualcosa in più, qualcosa che, da solo, non raggiungerebbe in modo così immediato, e fore non ci arriverebbe mai.
Esperto è chi riesce a dire “fichi secchi” mentre tu impazzisci per capire che diavolo ti ricorda quello che senti nel bicchiere.
Esperto è chi cambia il bicchiere e subito cambia la birra. Quello che riesce a dirti due cose che il giorno dopo ti rimangono in mente. Quello che “lo diceva che…” e così via.
Io ne ho incontrati un po’ di quelli che considero esperti, da Kuaska in poi, e ognuno di loro mi ha aiutato a crescere (niente facili battute…).
Ed è per rispetto a loro che non mi definisco esperto: sono solo uno che beve e parla: troppo poco o troppo, dipende dai casi!

 

 

Non andate ai corsi AssoBirra AIS

Sono stati annunciati i primi corsi sulla birra tenuti congiuntamente da AIS e Assobirra. Analizzo il comunicato stampa e do il mio suggerimento: “andate al mare!”

E’ notizia di qualche giorno fa che i due “colossi” che stavamo aspettando si sono mossi e hanno trovato un’intesa: da un lato Assobirra, l’associazione di tutti i macro produttori (con qualche infiltrato artigianale), quelli che d’estate ti tempestano di pubblicità piene di ghiaccio e bottiglie bevute a canna, e dall’altro AIS, l’associazione dei sommelier, di quelli che non bevono ma sputano, però in giacca e cravatta al Ritz.

E l’intesa è sancita dalla realizzazione di una piattaforma per creare corsi per appassionati della bevanda fermentata. Fico. Già il nome “Due dita di schiuma, un mondo di gusto” è tutto un programma.
Analizziamo però il comunicato stampa congiunto: si inizia parlando della tendenza (!) chiamata birra per arrivare a un lapidario: “Mancava però un corso “base” per curiosi e appassionati d’introduzione a questa bevanda millenaria“.
I nostri colmano la lacuna. Peccato che da anni ci siano associazioni di appassionati veri che cercano di creare le lacune nella banalità scavando sul macadam con cui sommelier e industriali asfaltano i gusti dei bevitori.
Poi arriva questo:
“Come molti sommelier hanno già avuto modo  di scoprire, quello della birra è un autentico universo nel quale scorre una robusta vena gourmande che aspetta soltanto di essere scoperta per poter dare i suoi frutti di sensazioni, di emozioni e di piacere.”
Io ho i brividi. Sono corso a rimettere in cantina una Orval che volevo bermi come aperitivo (sono o non sono trendy?).
L’ho guardata male e le ho detto, sbattendomi dietro la porta, “non hai una spiccata vena gourmande!”.
Temo che il povero birillo stia ancora singhiozzando…
A latere ci vedo comunque una critica ai pinguini che non hanno saputo trovarla da loro questa benedetta vena.
Ma subito parte uno scritto che neanche Salgari quando raccontava di giungle era così immaginifico: ci sono le Stout cremose, i complessi e misteriosi Lambic (la vedi la scimitarra e la benda sull’occhio?), i segreti della fermentazione e poi loro, le perle di Labuan, gli otto stili birrari più rappresentativi: siete pronti? Vado? Vado: Abbazia, Ale, Blanche, Bock, Lager, Pils, Weizen e Analcolica!!!
E vai con la ola! Ma fermatevi subito perché ci aspetta la “scuola di spillatura per imparare a presentarla (la birra NdS) con le proverbiali “due dita” di schiuma, vero must di una corretta degustazione”. Tripudio di appassionati.
Il resto ve lo risparmio.

Ma cosa rimane dopo aver letto il comunicato?

A parte ovviamente la spavalda ironia che ci coglie quando leggiamo quello che qualcuno “fuori dal giro” scrive di birra.
Rimane il fatto che il movimento sta crescendo, che molta gente ha curiosità e interesse verso qualcosa, la birra, così “banale” ma così poco conosciuto.
E chi con la birra ci fa economia, chi è davvero professionale vuole dire la sua.
E chi, storicamente, è alfiere del bere bene e gode di quella credibilità e di quel mistico catenone ha sicuramente, nell’immaginario collettivo, l’autorevolezza per insegnare.
Peccato che al primo interessi soprattutto che il bevitore consapevole compri le sue birre e che il secondo, dopo tanti studi e tanti assaggi di vino,  si senta in grado di spiegare che la birra analcolica è uno stile, e che anche le ale lo sono.
Il matrimonio AIS-Assobirra è inoltre da passare subito alla Sacra Rota: da una parte i difensori della purezza enologica, dall’altra quelli che ci vogliono far credere che i vino buono riposa in tetrapac e che lo stappi con la bocca.
E’ un po come se l’AIS facesse un corso col Tavernello e il Prosecco in lattina: qualche infarto ci scapperebbe.
Da qui il mio consiglio: non andate a questi corsi. Investite i soldi sugli scaffali di un beershop, in un weekend low cost in una destinazione birraria o andate ad ascoltare qualcuno che parla di birra con passione. Non vi dirà la verità assoluta e non sarà perfetto, ma almeno non dovrete bervi una birra analcolica molto gourmande con due dita di schiuma. Pardon, degustare.

Ma che differenza c’è tra una Stout e una Porter?

Le Stout e le Porter. Due famiglie di birre scure, due sorelle, due facce della stessa medaglia. Quali sono le differenze tra questi due stili? Come riconoscere se nel bicchiere ho l’una o l’altra? Io cerco di dare la mia risposta.

In un post precedente ho detto la mia sugli stili esprimendo l’opinione, parecchio controversa, che gli stili birrari possano essere dei freni alla passione di chi si avvicina per le prime volte alle birre con un gusto vero.
Ciò non toglie che il “Che stile è?” sia probabilmente uno dei giochi preferiti che si fa tra noi appassionati: cercare di soppesare, capire e catalogare ogni birra che ci passa davanti appaga il nostro ego tassonomico facendo anche mostra della nostra “cultura”.
E forse una delle domande più comuni che ci facciamo (o che io mi faccio…) é “Ma questa è una stout o una  porter?
Facile e scontata domanda che spesso genera diatribe stilistiche quasi religiose e, come dice Roger Protz, i pugni risuonano sul tavolo del pub.
Ma qual è la risposta?
Cercherò di dare, e giustificare, la mia.
Come prima cosa, parlando di stili, dovremmo rifarci alla codifica BJCP,  l’organismo che dal 1985 si prefigge il compito di catalogare gli stili birrari.
Prendendo ad esempio le Brown Porter  e le Dry Stout vediamo che le prime possono avere una OG leggermente superiore mentre le seconde hanno un range  sia di IBU sia di SRM maggiore; in pratica: le prime possono essere un po’ più alcoliche mentre le seconde possono essere più amare e più scure.
Per il resto gli ingredienti base sono quasi gli stessi, così come la durezza dell’acqua impiegata. La differenza forse più significativa è che, per il BJCP, le Porter hanno spesso un riflesso rosso rubino mentre le Stout sono più impenetrabili, opache, con eventuali riflessi granata. Questo potrebbe essere anche dovuto al fatto che, per il BJCP,  nelle  Porter  venga utilizzato maggiormente il malto Black Patent mentre nelle Stout prevalga l’utilizzo dell’orzo tostato.
Già, peccato che ad esempio, quando era ancora in produzione, la Porter della Guinness venisse realizzata con gli stessi malti della Stout.

La questione è storicamente britannica e quindi vediamo allora cosa dicono gli inglesi del CAMRA.
Anche loro sostengono che l’aspetto scuro delle porter è dato dall’utilizzo di malti scuri mentre nelle Staut si utilizza orzo tostato maltato.
Mhm, quel “maltato” mi fa pensare al fatto che o il CAMRA non intenda orzo tostato come per il BJCP oppure che sul sito è scappato un “malted” di troppo.

Per il CAMRA le Porter  hanno inoltre un range alcolico tra il 4% e il 6.5% mentre le stout tra il 4% e l’ 8%.
Ne sappiamo come prima.
Proviamo con la Brewers Association: qui gli stili sono molto simili a come li descrive il BJCP, con la sempre evidente differenza dell’uso di orzo tostato nelle Stout e di malti scuri nelle Porter.
Benissimo, quindi abbiamo la risposta: la differenza sta nelle note di orzo tostato o di malto tostato. O almeno questa è la risposta teorica.
Risposta che non mi soddisfa per due motivi: non prende in considerazione la storia  e le tradizioni e non si adatta alla realtà dei produttori, ma li cataloga rigidamente.
Quindi, per dare una risposta più soddisfacente, preferisco dare uno sguardo alla scena produttiva  attuale  e valutare la storia e l’evoluzione degli stili.
Stout e Porter sono stili britannici, nati a Londra e poi diffusisi per tutta la nazione e successivamente in tutto il mondo. Quindi un’analisi delle attuali birre prodotte in Inghilterra potrebbe aiutarci a capire qualcosa. Martyn Cornell ha analizzato 30 Stout e Porter a caso prodotte nel 2009: da questo studio si evince che gli stili abbiano mediamente la stessa gradazione alcoolica e che le Porter tendano più verso il fruttato/cioccolato mentre le Stout vadano verso l’amaro e il secco.
E in Italia? Su microbirrifici.org vengono listate al momento 42 Dry Stout con una gradazione media di 5% mentre solo 9 Brown Porter sono listate con una gradazione media di 5.5% (ma togliendo la Porter di Texicana  da 7% la  media scende a 5.3%). Quindi anche in Italia le differenze alcooliche tra i due stili non sono ben chiare e definite: non credo bastino pochi decimali per tracciare un solco netto tra le due famiglie.
A questo punto proviamo con l’approccio storico: le Porter sono nate a Londra intorno al 1720. Le Stout (aggettivo che potremmo tradurre con “forte”), erano semplicemente delle birre più forti del normale, o la versione più forte di una birra. Parlando di Stout per come le intendiamo noi ci riferiamo alle Brown Stout che erano una  versione “strong” delle Porter; in particolare veniva chiamata  Stout la birra più forte e di migliore qualità prodotta con il primo utilizzo del malto.
In pratica le Brown Stout e le Strong Porter nella Londra della rivoluzione industriale erano la stessa identica birra.
Fino quasi alla metà del XIX secolo le Stout erano quindi delle Porter di migliore qualità: la ricetta per realizzare Porter e Stout era identica, cambiava solo la quantità di mosto prodotto: minore per le alcoliche Stout, maggiore per le più economiche Porter. Le Stout probabilmente erano più maltate e “dolci” delle Porter che risultavano più tostate.
La dolcezza delle Stout venne poi enfatizzata dando origine alle Sweet Stout, che prevedevano l’impiego di zucchero, ma la rifermentazione tarpava questa dolcezza, motivo per cui queste birre dovevano essere vendute molto fresche. L’introduzione delle Milk Stout, che rimanevano dolci per molto più tempo grazie al lattosio, risolse questo problema.
Le Stout cominciavano così a proporsi come birre nutrienti e rinvigorenti, una specie di Red Bull ante litteram.
L’arrivo della prima guerra mondiale con la conseguente minore disponibilità di malto e la crescita della popolarità delle Mild  portò Stout e Porter inglesi a perdere progressivamente punti di OG e di mercato. Questo declino, corroborato dal fatto che le Porter erano sempre più considerate sorelle povere delle Stout,  portò alla progressiva estinzione delle Porter e all’affermarsi delle Stout irlandesi sul suolo inglese: iniziava il dominio della Guinness.
La birreria di St. James’s Gate produceva delle Extra Stout Porter,  ma piano piano il termine Porter in etichetta si perse perchè. forse,  era ridondante. La Stout Guinness era ormai diventata il simbolo delle birre scure a livello planetario.
Nel 1957, in un libro del belga Jean DeClerk, le Porter vengono considerate solo come delle Stout con una OG più bassa, ormai cadute in disuso. Era la fine per le Porter che scomparivano dal panorama birrario anglossassone.
Dopo l’excursus storico sono convinto che siate ancora più confusi di prima: allora qual’è questa differenza?
Semplice: nessuna!
A meno che non dobbiate giudicare la World Beer Cup potete serenamente assaggiare queste birre scure senza troppi patemi stilistici.
Nonostante le differenze storiche oggi questi due stili sono così vicini sia per gusto che per ingredienti che quasi sempre solo la discrezione del birraio può dividerli.
Una birra scura con determinate caratteristiche può essere sia una Stout che una Porter: se il birraio vuole rifarsi alla tradizione o a una delle diverse fasi storiche della scura bevanda probabilmente la chiamerà Porter, sicuro di non andare mai fuori stile. Potrà poi chiamare Stout una birra con ricetta simile ma con una OG più elevata.
Se invece la sua birra scura è destinata alla spina probabilmente la chiamerà semplicemente Stout, perchè il mercato è abituato a quel nome.
Ovviamente tralasciamo le Brown Ale e tutte le derive imperialistiche degli stili in oggetto altrimenti metteremmo troppe variabili rendendo l’equazione irrisolvibile.
Almeno fino alla prossima puntata.

Quelli del vino non sono per niente simpatici

La birra è da sempre considerata in Italia come la sorella povera del vino. Per questo motivo gli esperti, o presunti tali, del vino si sentono in dovere di pontificare sulla birra e di prenderci in giro quando facciamo loro le pulci. Io non ci sto!

Diciamocelo: noi, birrofighetti talebani, baroni del luppolo e anche un po’ rompicoglioni, la spremuta d’uva non la sopportiamo. Abbiamo ragione, a prescindere. Ma mi tocca spiegare perché.

Se vuoi parlare di birra, e magari spiegarla, non devi vestirti come un pinguino. Non devi metterti al collo una sorta di collare da alano con tanto di coppetta da cui abbeverarti col pollice all’insù. Non devi fare dei gargarismi strani e sputare.

Se vuoi mangiarti un’insalata di carciofi, un carpione o un dolce al cioccolato non devi strapparti le vesti in cerca dell’abbinamento impossibile: c’è sempre almeno una birra che fa per te.

Se vuoi berti qualcosa di veramente figo non devi intaccare la liquidazione o vendere la suocera: spesso basta l’equivalente di una cena per stapparti una bottiglia molto rara.

Se ti devi stappare suddetta bottiglia non devi fare equilibrismi stani o usare utensili tecnologici: quasi sempre basta un accendino e via.

Non devi essere figo: puoi essere brutto quanto vuoi, a volte pure puzzare, in un pub o in una kermesse brassicola non sarai messo alla porta. E spesso ci sarà già qualcuno peggio di te (io per esempio).

Puoi passare 12 ore al bancone del pub a bere e scherzare, oppure a guardare le mucche al pascolo in Franconia o i turisti giapponesi che passano per le vie di Bruxelles senza il minimo cedimento.
Alla seconda bottiglia di vino spesso hai come unici compagni di bevute Elvis e Jim Morrison. Se insisti ti rimangono solo dei tipi su un furgone con le luci.

Il vino si fa con l’uva e basta. Che palle. Puoi trovare una birra fatta con qualsiasi cosa. Viva la libertà.

Con il Timorasso si fa la Tibir, voi cosa riuscireste a fare voi con del malto o del luppolo?

Se bevi vino credi che Micheal Jackson sia uno sbiadito che canta nei dischi.

Il vino ha le annate. Se il tempo è sfavorevole tutti a piangere, a buttare le bottiglie, a tenersi per mano per consolarsi. Possono anche piovere locuste, ma se il birraio è bravo, la birra verrà sempre buona.

Se bevi vino non sai chi è Kuaska.

Il vino è o bianco o rosso. Il rosato è già da femminucce. La birra è libertà cromatica. Dite che avete fatto il sessantotto e poi vi rinchiudete in un mondo binario.

Dite che bevete la birra per fare i rutti. Vi auguro di esplodere un rutto fragoroso alla prossima carissima degustazione di Champagne: verrete allontanati dalla sala in malo modo e qualcuno sussurrerà "sarà un bevitore di birra, crucifigge!" Il concierge dell’hotel stellato di turno provvederà a buttarvi nel cassonetto per la raccolta differenziata.

La birra ha rubato Schigi al vino. Voi chi ci avete rubato?

Se bevi vino soffri: per bere un Chateau Du Ball del 1941 in degustazione lo devi dividere in 24 e te lo versano in un bicchiere con uno stelo più lungo del tuo avambraccio. Il 90% rimane sul preziosissimo cristallo di boemia e sulla tua lingua finiscono due gocce. Sa di tappo, peccato.

Vogliamo parlare del vino alla spina?

Se ti senti esperto di vino pensi di essere un dio. Se bevi birra buona sai di esserlo.

In vino veritas, ma l’allegria è nella birre.

Quelli che bevono vino "ad un certo livello" guardano con disprezzo chi beve birra. Ci vedono un po’ come il fratello povero, il cugino scemo, quello che, quando il prete viene a cena, chiudi in soffitta. Quelli che bevono birra, bevono birra e basta.

Esiste la Merla del vino?

La pubblicità insegna: chi beve birra campa cent’anni, chi beve vino preferisce quello in cartone.

Se bevi birra non devi scrivere su qualiasi blog, forum, sito o portale per difenderla sbeffeggiando la spremuta d’uva per rispondere a vecchi, saccenti, intransigenti, so-tutto-io, bevitori di vino fighetti. Ah no, aspetta, quello lo facciamo. Pure troppo. Ma i romani avevano il vino e i barbari la birra. Ricordate chi ha vinto alla fine? Salute!

Io, gli inizi e il Gatto e la Volpe

Come San Paolo sula via del luppolo, sono stato folgorato anni fa dalle parole di Kuaska. Ma come sono passato dalla Schweppes Lemon alla Confine? Dove come e quando ho capito che una birra è qualcosa di più di una bevanda? Mi tocca raccontarlo…

Il Turco mi ha fregato ancora: oggi pubblica un post sull’amarcord invitando a raccontare l’evento che è stato punto di non ritorno della nostra passione. Quindi mi tocca pubblicare la mia prima volta…

Sono da sempre cresciuto in mezzo alla birra: con un padre serio collezionista di lattine quando i miei compagni si scambiavano le figurine dei calciatori io vedevo dei grandi scambiarsi pezzi di ferro colorati eda cui ero attratto. Quei marchi, quei loghi cominciavano a girarmi in testa,a dirmi delle cose.

Stranamente ero attirato dalle birre americane (!) e da quelle inglesi (!!): Abbot e Truman erano compagni di gioco come Tardelli e Cabrini.

Crescendo non ho mai provato attrazione per il contenuto ma cresceva l’interesse per il contenitore birrario.

La birra era amara ed imbevibile. Forse perchè in casa passavano le sottomarche di allora e non qualcosa di buono. Come la Splügen Fumée, una birra che sapeva di speck, una rauch in stile Bamberga (strani incroci…) che negli anni ottanta probabilmente vedeva una cassa al mese, metà a mio padre.

Avanti veloce.

Agli inizi del nuovo millenio i birrifici artigianali iniziavano a spuntare e i collezionisti, come avvoltoi, ci si buttavano.

Io avevo la “sfortuna” di vivere vicino a due di questi e di seguire mio padre che ci andava incuriosito soprattutto dal fatto che a mezz’ora da casa un certo birraio produceva una birra in stile Koelsch, stile che il genitore adorava data la sua lunga frequentazione di Colonia.

Officina della Birra - BioggioAltro link collezionistico mi ha portato una sera di dicembre a Bioggio, in terra elvetica: Eric, birraio dell’Officina della Birra organizzava una serata con le birre di natale. Io accompagnai il genitore più per il menu e per la compagnia che per le birre. La serata era tenuta da un tipo strano, con la camicia con le mucche, che sembrava essere tremendamente di corsa. Primo piatto. L’oratore col bicchiere in mano comincia la degustazione. Mi hanno versato la birra: provo ad annusare. Ma cosa diavolo è questa? La birra non è così. “Ma la birra non esiste figliolo...”  Click. Quasi quasi provo a seguire questo esagitato, parla bene, scherza con le ragazze di fronte a me, ma ha una luce negli occhi quando vede che senti quello che dice, che lo percepisci, quando te ne accorgi ormai ti ha fregato. Dopo poco mi ritrovo in piedi, a muovermi verso i vari tavolini dove mi riempio il bicchiere di Noel, di Brighella, di birre di BFM, di quelle di Eric…  “Ma a me la birra non piace(va)…”

A un certo punto un signore un po’ timido si alza riluttante e va a fare compagnia al Guru, un somellier di vino, un suo amico, uno che subito ti piazza l’abbinamento, uno che rotea il bicchiere come un equilibrista, uno che sembra saperla lunga. A fine serata mi accorgo di aver provato tutte le birre presenti, credo fossero più di dieci. Porto a casa alcune bottiglie vuote, il germe collezionistico era ancora troppo attivo.

La volta successiva che sono andato a Rodero ho provato una birra scura, complicata, che mi ha fatto capire che ormai il Confine era superato. E il tubo di TipoPils bevuto a Pasturana sotto la neve mentre ascoltavo birrai oggi famosi raccontarmi la loro filosofia ha semplicemente ribadito il fatto che non si tornava più indietro.

Oggi sono umile socio del mio birraio, di tubi di Tipo ne ho svuotati tanti, ho bevuto in un parcheggio belga con il Gatto e la Volpe e mi sono divertito tanto. Sabato c’è la Merla, the show must go on!

Gli stili e le parole pesate

Quali sono le parole chiave utilizzate per descrivere gli stili? Più in generale: potrebbero queste parole essere sufficienti a spiegare, descrivere o raccontare una birra? O semplicemente la loro rappresentazione grafica può risultare gradevole e apparire sensata? Scopriamolo…

Ho recentemente trattato la mia idea sull’importanza degli stili per chi si avvicina per le prime volte a delle birre di qualità e il post ha avuto qualche commento più del solito ispirando anche un articolo su Cronache di Birra.
Dato che il tema è ancora caldo ho deciso di riprendere il discorso sugli stili, ma in un modo completamente diverso. La mia mente malata mi ha portato a chiedermi quale fosse il peso delle parole usate per descrivere gli stili birrari. Non quindi il contesto, le descrizioni o i dati ma le parole, nude e crude, private dal loro contesto, messe sulla bilancia e pesate. Ho preso in esame tre fonti anglosassoni (BJCP, Brewers Association e CAMRA) e , per quanto riguarda l’italiano, la classificazione degli stili di microbirrifici.org. Ho preso le rispettive linee guida, ho rimosso le parti comuni (ad esempio ho eliminato il riassunto di ogni stile per non permettere a sigle come OG o IBU di “inquinare” il risultato) mantenendo solo le parti descrittive.  Da qui, usando un approccio molto web 2.0, ho creato delle Tag Clouds grafiche per vedere cosa sarebbe successo. Ecco il risultato, visivo e diretto.

BJCP

rappresentazione visiva delle parole pesate della descrizione degli stili del BJCP
rappresentazione visiva delle parole pesate della descrizione degli stili del BJCP

BREWERS ASSOCIATION

rappresentazione visiva delle parole pesate della descrizione degli stili della Brewers Association

rappresentazione visiva delle parole pesate della descrizione degli stili della Brewers Association

CAMRA

rappresentazione visiva delle parole pesate della descrizione degli stili del CAMRA
rappresentazione visiva delle parole pesate della descrizione degli stili del CAMRA

Somma dei tre elementi di lingua inglese

rappresentazione visiva delle parole pesate delle descrizioni degli stili in lingua inglese
rappresentazione visiva delle parole pesate delle descrizioni degli stili in lingua inglese

all’italiano ci pensa microbirrifici.org

rappresentazione visiva delle parole pesate della descrizione degli stili in italiano di microbirrifici.org
rappresentazione visiva delle parole pesate della descrizione degli stili in italiano di microbirrifici.org

Anche AssoBirra in effetti “descrive” gli stili

Parole chiave usate da Assobirra per descrivvere gli stili
Parole chiave usate da Assobirra per descrivere gli stili

Sicuramente la rappresentazione grafica dei documenti risulta intrigante:  le parole chiave estratte dalle descrizioni del CAMRA sono un compendio della storia e degli stili birrari anglosassoni con ben evidente la dicotomia Ale-Beer. BA e BJCP presentano un gran numero di risultati simili tra cui si fa ben vedere un grosso “may”: una buona parte delle descrizioni contengono quindi dei “potrebbe” che fanno capire come, forse, sia sempre più difficile tracciare i confini tra gli stili.
Microbirrifici non si dissocia molto: anche qui il campionario dei termini descrittivi è completo, ma il “potrebbe” qui è sostituito dal “dovrebbe”: forse perchè in Italia siamo un po’ più creativi e un po’ meno attenti ai dettami stilistici? 🙂
Analizzando AssoBirra si nota come i colori e l’alcolicità delle birre spicchino ben evidenti. E’ difficile decidere se questo avviene perchè le descrizioni siano superficiali o perchè vengano usati i parametri più facili da capire dai bevitori occasionali. E quella “bottiglia” abbastanza evidente mi fa pensare al fatto che in Italia spesso l’equazione, sbagliata, è birra di qualità = birra in bottiglia.

Un ultima nota personale: è sempre ben evidente la parola diacetile:  tanto per sottolineare una volta di più che questo difetto/pregio si muove sempre sul limite della legalità. La sua soglia di percezione è molto personale ma per me quando si manifesta in un pub inglese ti fa sentire un po’ più a casa…

Io, il bancone e i tipi da pub

Come sono i nuovi consumatori di birre di qualità? Come si avvicinano al bancone? Su cosa basano le loro scelte? No questo non è un noiso sondaggio alla Porta a Porta, ma un’analisi scherzosa di alcuni comportamenti-tipo che ho notato spesso nei locali dove si beve bene.

“Il successo che in questi anni sta avendo la birra artigianale, italiana e non, ha creato una schiera di consumatori definiti “consapevoli””
da “I nuovi mostri” di Schigi
Dopo aver soggiornato alcuni giorni al bancone di un pub  (ricordo una divertente non stop di 10 ore con un gruppo di astemi emiliani) ho razionalizzato l’idea che i “nuovi” consumatori di birre di qualità possono essere divisi in alcune categorie.
Parlo ovviamente di chi crede che Fuggle sia una boy band e che Maris Otter sia una pornodiva ungherese, di chi incrocia le birre vere per le prime volte, di chi non ha mai perso una capsula cercando di dire “Stille Nacht Reserva” in fiammingo o di chi ha un comprato uno smartphone solo per ratare sul posto.
Le Vergini
Si avvicinano al bancone titubanti e ordinano “una birra, per favore”. Alla domanda del publican “Come la vuoi?” rispondono con un arrossito “Fai tu…” Sanno più o meno che esiste una birra più buona del solito ma non hanno la minima idea di che cosa voglia dire. Spesso a loro la birra non piace perchè è amara, ma non lo confessano agli amici mentre guardano seccati l’orologio.
I cercatori
Sono quelli che scelgono la birra in base al nome. Li vedi leggere la lavagna con faccia smarrita o scorrere con l’indice una lunga lista di bottiglie: quando individuano il bersaglio si fermano, pronunciano mentalmente il nome due o tre volte, annuiscono e ordinano. “Una Sciantillon!”.
Gli amanti del vetro.
Sono quelli che davanti a 20 spine chiedono una birra in bottiglia. Non perché le abbiano bevute già tutte o perché nel frigo-vetrina ci sia il Santo Graal, ma semplicemente perché la birra si beve in bottiglia, alla spina fa schifo. A volte capita che siano appassionati di vino.
Gli ingranati
C’è uno stile, uno solo, che conoscono tutti. Le Uaiz. Le torbide birre bavaresi mietono vittime a iosa e spesso il loro bevitore abituale è di sesso femminile. Non per sessismo, ma semplicemente perché le donne tendono ad essere più furbe: se non ti piacciono le birre perché amare ordini una Uaiz. Gli uomini, che sentono messa a repentaglio la loro virilità, cedono solo se è doppio malto: almeno sfoderano il machismo misurandolo a gradi.
Los Machos
“Dammi la più forte che hai”. Il loro Q.I. è direttamente proporzionale al tempo in cui la birra rimane nel loro bicchiere. E spesso non ordinano una seconda perché, alla fine, non sono così duri: con una Tennent’s vedono la Madonna (intesa come cantante) e ne sentono l’aureola il giorno dopo mentre con una birra vera sentono in bocca un gusto strano, un sapore che di solito non c’è e lo devono uccidere con un coca-e-rum.
I tradizionalisti
Loro la vogliono molto amara perché la birra deve esserlo. Poi davanti a una IPA danese da 100 IBU tentennano: al primo sorso hanno la bocca felpata, al secondo si sentono disidratati e, tenendo i denti serrati, fanno smorfie da circo. Di solito salutano con un bel sorriso e appena fuori dalla porta cercano una Valda per cancellare il ricordo di quel fiele.
I Lascia o raddoppia
Un gradino sopra ai macho ci sono loro, quelli della “doppio malto”. Di solito ogni pubblican ha una spina con la birra per loro: una birra qualunque, sui sei gradi, perché no un po’ dolcina e magari ambrata.
I replicanti
Sono quelli che ordianano solo birre-tipo: una tipo la Menabrea, una tipo uaiz, una tipo quella che ho bevuto il mese scorso. Detestano il cambiamento e fraintendono la TipoPils: non capiscono che non è un tipo di birra, ma una birra tipo.
I Furio Zoccaro
Sono quelli che se le fanno spiegare tutte, con dovizia di particolari. Magari chiedono qualche assaggio. Dopo 15 minuti di spiegazione di solito ordinano “La prima che hai detto”. Ovviamente non si ricordano nè il nome nè lo spiegone.
Gli informati
Sono quelli che leggono e prendono nota. Sono quelli che dal parrucchiere sono incappati in una rivista che parla di “birra cruda”, quelli che hanno letto su un blog “non pastorizzata”, quelli che alla televisione hanno visto uno che parlava di artigianale. Poi si confondono e vorrebbero una birra col lievito madre, oppure una “fatta a mano”. Di solito loro la birra “normale” non la bevono perché fa un po’ cheep, ma questa, quella buona e viva la vedono con un occhio diverso. Come quando stappano un barolo ma non si accorgono che sa di tappo.
Le navi scuola
Sono quelli che portano gli amici perché loro lì sono di casa. Azzardano consigli agli amici, scelgono loro le birre, poi si alzano dal tavolo e vanno ad ordinare. Di solito al banco ricevono risposte del tipo “Non c’è da un mese”, “Come? Che? Ortica?Ah, l’Urtiga”. L’uomo dietro il banco li squadra, li serve e “Le birre si pagano subito, scusa”. A Lambrate danno il meglio, specie se il Re è in forma (cioè sempre).

I duri e puri
Bevono una birra sola. Sempre. Solo quella. Pensano che la birra artigianale sia quella, e solo quella. A Rodero era l’ArtigianAle, a Roma è la ReAle.

[attention] Disclaimer: L’analisi è volutamente scherzosa. Spero che sia chi si riconosce sia chi riconosce qualcuno si faccia una risata.Il tema invece è molto serio e prossimamente lo affronterò nel modo che merita.[/attention]

Settimana della birra artigianale

Per celebrare la prossima settimana della birra artigianale stilo la mia personalissima lista delle 6+2 birre con cui celebrare l’evento.
Tutte le birre hanno un significato particolare in fondo al bicchiere, e questa è una ragione in più, se ci volesse, per svuotarlo…

settimana della birra artigianaleL’idea di Andrea Turco (quello di Cronache di Birra) è semplice: buttare un sassolino e dare cassa di risonanza al suo rotolare ed ingrandirsi su e giù per l’Italia. Questo sassolino è l’idea di creare un festival aperto che si svolga lungo tutta la penisola e che abbia come unico fil rouge quello di promuovere e festeggiare le birre artigianali. Tutto ovviamente ben documentato sul sito ufficiale della settimana della birra artigianale
Decine e decine di “soggetti birrari” hanno aderito alla sua iniziativa proponendo offerte, eventi ed idee per celebrare al meglio la nostra adorata bevanda nella settimana che va dal 7 al 13 febbraio.
Ottima iniziativa, a mio parere, ma è strano che parta da una persona e non da un’associazione. Ma forse questo è il suo punto di forza: scavalcare gli attriti e i “bambinismi” che a volte annebbiano il giardinetto della birra artigianale italiana proponendo un’iniziativa senza alcun cappello “istituzionale”.
Spero che l’unione faccia la forza e che questo evento porti un messaggio comunicativo e positivo e che faccia riempire qualche bicchiere in più di buone birre traviando per sempre i consumatori abituali di “birre” bevute a canna.
Da parte mia aderisco scrivendo una personalissima lavagna delle 7 birre con cui celebrerei ogni giorno della settimana della birra artigianale.

Lunedì
Pliny The Elder – Double IPA – 8% – 100IBU – Russian River Brewing Company
Il capostipite di tutte le birre con luppolatura californiana. Classica come una canzone dei Beach Boys, dall’alto dei suoi anni lascia da parte i muscoli e la voglia di sorprendere. Siediti con lei e ti svelerà le AiPiEi.

Martedì
Pilsner Urquell Kvasnicový – Pils Boema – 4.4%
Giù, nei profondi corridoi sotterranei del mega impianto di Pilsen, ci sono ancora dei tini di legno dove riposa e matura un po’ di questo nettare degli dei. Mentre il mondo si beve la versione morta in bottiglia, chi ha la fortuna di passare in quella cantina ha un’esperienza mistica: luppolo, malto, legno: ingredienti semplici per creare LA session beer definitiva. Una botte, please!

Mercoledì
Cantillon Bruocsella – Lambic – 5% – Brasserie Cantillon
Senza compromessi, il lambic è qualcosa che o ami o odi. E se lo ami lo fai follemente, intensamente, lussuriosamente. Mi ricorda il Belgio, lo spirito cordiale, i caffè e tante persone che mi hanno fatto crescere. Questa è la birra nelle sue espressioni più crude e senza compromessi. Ciò che i più ritengono disgustoso a me pare sublime. Noi nerd siamo così.

Giovedì
Harvest Ale – Barley Wine – 11,5% – J.W. Lees
Per me il monolite dello stile. Una birra, grande, complessa, alcolica ma facile da bere, che può invecchiare molto bene. Un solo malto e un solo luppolo per creare questo nettare che così bene accompagna i formaggi inglesi. Un po’ come la Regina, non la vedi spesso ma l’importante e sapere che c’è. God Save The Lees.

Venerdì
La Mummia – 4.8% – Birrificio Montegioco
La miglior birra italiana? Forse. Il miglior birrificio italiano? Probabilmente.
Ricordo i primi assaggi, le prime botti, la ferma o la mossa? Una birra che bevi a secchi e non ti fermi mai, ma tanto finisce subito perché ce n’è poca. Stai lì bravo, non toccare niente e bevi. L’arte della degustazione destrutturata e data in pasto ai maiali che restituiscono un salame che ben ci sta con l’acidità della Mummia. Una birra che quando la bevo mi fa stare bene, anche se subito sento come la presenza di Riccardo che mi vuole menare… 🙂

Sabato
Westvleteren 12 – Trappista – 10,2% – Westvleteren Abdij St. Sixtus
Birra con una certa fama. Difficile da trovare, ma non troppo, prodotta in un’abbazia off limits per intercessione diretta di Dio, venduta in un caffè che sembra un autogrill e bramata da ogni appassionato novizio.
Il livello di follia dell’appassionato italiano è spesso direttamente proporzionale al numero di bottiglie col tappo oro che ha in cantina. La migliore di sempre l’ho bevuta grazie a Schigi. E’ anche per quello che gli voglio bene.

Domenica
Confine – Comasc Porter – 6% – Birrificio BI-DU
TipoPils – Italian Pils –  5.2% – Birrificio Italiano
La domenica si santifica con due birre. Le due più importanti: la prima birra di cui ho bevuto un bicchiere intero e poi un secondo e quella che mi ha fatto capire che di scuro nel bicchiere non volevo la coca-cola. Se sono qua è grazie a loro, a Kuaska e a Sandro. Un’altra, pelase.