Gli stili birrari sono davvero utili?

Qual’è l’impatto dello stile di una birra sul bevitore medio? Gli stili ci aiutano a bere meglio? Una rigida categorizzazione fa bene alle nostre bevute? Ecco il mio pensiero a riguardo.

Gli stili sono dannosi. Questa è la polemica conclusione a cui sono giunto ragionandoci su un po’ negli ultimi tempi.
Ma partiamo dall’inizio: chi decide gli stili, chi li categorizza, chi mi da la certezza?
Il BJCP, nume tutelare della tassonomia birraria. Bene, ma il BJCP si adatta a chi deve giudicare un concorso, a chi necessita una categorizzazione asettica che non tenga conto di variabili come la storia, la tradizione o l’innovazione. Il BJCP ti da dei parametri rigidi e tu, come un bravo geometra, misuri e archivi. Un po’ come un test a risposte multiple: una sola è giusta, non puoi argomentare ma solo segnare con la crocetta.
Ma per il 99% dei bevitori, consapevoli o meno, cosa sono gli stili? Robe pericolose, quasi come i colori delle birre. Il pischelletto romano che si sente un appassionato delle luppolature generose ordinerà AiPiEi fino alla morte, igorando magari che il luppolo divertente c’è anche, chennesò, nella XX Bitter o in una Pils ceca e non per forza solo e soltanto nelle birre della West Coast (o almeno nelle 4/5 che conosce).
Il bevitore medio, quello che cerca o trova la qualità nel bicchiere senza esasperarsi o talebanizzarsi, quello che dopo l’ennesima Tennent’s capita nel pub “sbagliato” e si fa dare una doppio malto inciampando in una Bibock, cosa diavolo pensa degli stili? Nulla, apprende e basta. Non andrà a leggersi il BJCP, al massimo capiterà su un sito che gli confonde ancora più le idee. Ricorderà dei nomi, degli input. Quelli magari che gli arrivano da dietro il banco. Ma per lui è importante ricordarsi “che stile era” oppure è meglio ricordarsi che “quella birra corposa e alcoolica, dolce ma anche amara mi è piaciuta”?
Gli stili sono dannosi anche in etichetta? Se leggo Saison ed è acida, se leggo “Pale Ale” ed è scura, se leggo Pils ed è ad alta la mia percezione/degustazione/bevuta è compromessa, o per lo meno disturbata.
Quante volte mi è capitato di dire: “non è una brown ale” ma è buona, oppure “E questa sarebbe una Bitter?”. E spesso la birra che mi bevo è gradevole, ma lo sarebbe di più se non fosse annacquata da un po’ di masturbazioni stilistiche.
In conclusione credo che gli stili siano utili e necessari se si tratta di inserire nella giusta categoria una birra ad un concorso e non.
Penso che lo studio della storia e dell’evoluzione degli stili stessi sia importante per ogni appassionato. E trovo diabolicamente divertente il gioco “ma che stile è?”.
Ma tutto questo vale per noi, nerd integralisti e appassionati fino al midollo.
Per il resto dei bevitori, per quel 99% che sempre più spesso ha la possibilità di inciampare in una birra come si deve, gli stili sono potenzialmente dannosi. Fino al momento in cui l’interesse e la passione non li porta sulla strada dell’illuminazione.

“Styles are Evil”
Peter Bouckaert, New Belgium Brewing Company

Addenda
Oggi 13 Gennaio La Brewers Association a rilasciato le linee guida 2011 per gli stili, le trovi qui

Io, Manuele e il Sacro Vincolo

Anto&ManuMa che siamo andati a fa’? Spiego. Trova un borgo medioevale calmo e bellissimo. Buttaci dentro una banda di pazzi internazionali. Arredali con i costumi più folli di un carnevale acido. Prendi un gruppo di straniti siciliani incolpevoli. Battezzali tutti di birra e se non basta bagnali nella piscina di sua maestà Giorgione, il boia della monotonia. Immagina un Sindaco imbarazzato, daje Sindaco articolo 147, e un cowboy spara mentre l’highlander de Ostia ride. La sposa, bellissima come Biancaneve. Lo sposo, meno bello, come i sette nani, ma uno sopra l’altro. Bacio! Bacio!. Mettigli in mano la bomboniera: un boccale da mezzo. Adesso sazia tutti con ogni ben di dio immaginabile, moltiplica per due e aggiungi il fattore Bonci (santo subito!). Continua a dargli da bere. Continua. Continua. Altro cibo. Fai scendere la penombra, accendi le torce e metti musica che faccia muovere almeno la testa. Ecco, la ricetta dell’evento perfetto. Quello in cui puoi passare momenti divertenti con amici nuovi o vecchi, farti quattro risate e soprattutto incidere indelebilmente la giornata nella tua mente. Alzare il boccale autografato e libiamo, libiamo ne’lieti calici,bella Manu, bella Anto. Grazie a Manuele, lo Yin e Yang di via Benedetta, che dietro a una spina sembra quasi bello dal carisma che ha. Grazie a Antonella, capitello di cotanta Colonna. E grazie a tutti quelli che hanno condiviso con me queste giornate. Vista da quassù Roma è sempre più vicina.

Io, i pub e il Santo Graal

frecceE’ da un po’ che quando vedo sul suolo italico qualche rarità birraria mi chiedo: “Ma è giusto che questo tesoro sia qui?” E poi lo ordino…

Ne ho parlato un po’ di tempo fa con un amico che non mi fa l’autografo: la Lou Pepe alla spina non dovrebbe uscire da Bruxelles. Poi però la ordiniamo…più volte.

A Roma all’Off Licence hanno la Lees Harvest Ale. Non ho ancora capito se si dica “me cojoini” o “sti cazzi”. Comunque ne ho comprate 4, ero in aereo, altrimenti una cassa… Per me la LHA è una tappa obbligata, degna chiusura di una cena al White Horse di Londra, magari con un piatto di formaggi inglesi.Una sorta di mistico cammino verso i segreti profondi delle Ales.

E adesso un ragazzino appoggiato a una spider se la beve a cannella nell’arsura di un pomeriggio romano. Scena da Beverly Hills 90210, non da Camra Inside 00100.

E allora? Allora mi sento come un pensionato che tra un lavoro stradale e un settebello di scopa grida dietro ai ragazzini “Uè voi siete quelli del tutto e subito, io mi sono fatto la guerra…e voi fate l’obbiettore!”

Già. Ma la voglia di andare alla fonte, sedersi e capire, non mi passa. L’idea che una kriek dell’86, marcia, ma bevuta con quattro amici tra le botti di Cantillon apra la mente e le sensazioni a quella geuze o  kriek bevuta a 2000 chilometri dalla sua casa continua a rimanermi in testa. Una Urtiga, milanese come il panettone con le uvette e i canditi, bevuta su uno sgabello di Roma mi rimanda a una pinta, calda, bevuta su un divanetto sgualcito del Kent. Roba da triangolazione per un cartografo.

Non voglio fare il beer snob, ma secondo me viaggiare e bere sul posto è doveroso, aiuta a capire e ad accrescere la nostra cultura birrarria. Cultura: parolone, forse troppo grosso per chi, semplicemente, si vuole fare una birra. Però è questa cultura, questo esserci stato che ti fa apprezzare le mille sfaccettature della nostra amata bevanda.

L’essere andato in Franconia, l’ aver bevuto delle keller ad un tavolone con dei settantenni bavaresi mi portano a non snobbare una zwickel per partito preso e a non ordinare la AiPiEi di rito. Birre a cui solo la maestosità della Tipo Pils riesce a dare un po’ di lustro nel panorama italico. Già, le basse fermentazioni non sono complesse, sono figlie di serie B rispetto a una bella triplo malto d’abbazia. Sono cose che ho sentito anche in TV. Allora ci credo.

Ma queste sono birre-panda, birre che vanno protette e che difficilmente sopravvivono lontano da casa. Le koelsh, nella loro mostruosa bevibilità, hanno il gran pregio di suicidasi appena le metti nel baule della macchina.
E allora ci devi andare, devi cercare, scoprire e bere. Bere per giorni e giorni, lunghi e tranquilli. Birre che ti parlano, anche se non capisco una parola di tedesco.

E quando entri in un locale e ti guardano strano, perchè non è appena passato un gruppo di americani a saccheggiare, due danesi a ratare o quattro inglesi ad ubriacarsi molestamente, capisci che ti puoi sedere ed imparare qualcosa. E vorresti averlo sotto casa.
Ed ecco che il cerchio si chiude: è giusto trovare vicino a casa queste birre?

Me lo chiedo da molto e non ho una risposta. So solo che, sempre e comunque, quando le bevi a casa loro sembrano più buone. E ridivento il pensionato sulla panchina: “Ti ricordi la Bibock com’era buona? E quella WV bevuta in macchina in mezzo alla campagna belga? Che buona…” E ordino un’altra AiPiEi perchè mi manca l’america…amen.

Io le IPA e Three Folks

bombe-e-granateScena: esterno Pub notte, quasi mattina.

“Non mi piacciono i lambic,li ho provati eh, ma a me piacciono solo le Ai-Pi-Ei e le Imperial”.

Mamma mia una cosa così mi rende acido, ma non acetico.

Parlo con tre ragazzi: due sono un po’ tanto provati il terzo meno.

La conversazione va sulla birra, unico comun denominatore della via.

“Per me De Molen è il migliore”. Davanti a una cosa così, a un’affermazione di principio, che fai? Cerchi le solide basi.

“Sono buone perchè sono belle pastose, la birra deve essere così!”

Ah, e le Pils? “Buoneeeeee ho provato la Tipopils e la Verhaeghe”  Pastose? Ah. Solide basi. Scricchiola tutto.

Stasera che ti sei bevuto?

“Buono sto Val d’Orcia, ho bevuto la 5 e non mi è piaciuta invece buona la sua seson” Scusa? “Sì sì la PVK”.

Ah. Faccio il brillante, sai perchè… “So Tutto”. Sorride.

Saison? “non è una seson? Dimmi che stile è! Dai!” Bisogno di catalogazione. Sento Moreno rotolarsi nel letto.

Hai bevuto la Dupont? “Noooon mi piace, non è buona.” Ah ok… Pils, sei a posto, Saison pure.

Torna Menno con le sue bombe e le sue granate “Che te piace la De Molen?”

Ne fa 173 elevato al cubo. Quale intendi? Spara 2/3 nomi in olandese. Lo guardo stupito e sussurro la bomben. Ammicca. Forse pensa che io sia uno che può vedere la luce.

“A te che stile piace?” Stile, ancora stile, mi sento come a un cocktail con Dolce & Gabbana.

Dipende. “Daiiiii uno stile”. Sorrido, satanico come un felino. Stout. “Ah vedi belle corpose imperial, corpose, son birre quelle, mamma mia, belle tostate”

No. Frena.Stop. Makke Stout, mica le tue Stout. “Ah non la conosco. Buona?” Provala. Quali stout hai bevuto?
“DeMolen” Cazzo quasi quasi lo odio sto mulino.
“Mikeller” Ecco ha fatto scopa. Dai, metti il carico.
“Brewdog” Scopa!
“e ‘n’americana”  Hai detto tutto…si intitola?
“la ieti” Ok. Ho capito che hai bevuto solo in tre locali fino ad ora.
“Ma a me me piacciono le AiPiEi” Double?
“Magari!” Pastose?
“Siiiiì” Caramellose?
“siiiiììì” Ghigno satanico.
Ti piacciono le birre dolci eh? “noo le imperialaipiei c’hanno pure 120 ibbu, sono amarissime” Eh lo so… Sì. Tipo?
“la mikkeller amariglio” Ah…bhè… tutto sto tropicale.. “Tropicale? E’ paini.” Traballo. Saranno i sanpietrini sconnessi.
Ma ti piace perchè è uno scirpoppone mappazzoso di caramello e luppolo buttato a secchi.
“E’ buooooona” E comincia a pensare che io non capisco un cazzo. Vero. Verissimo.
Allora gli consiglio la Lemon di Karma e la Hog Heaven di Avery.
Butto lì 2 nomi che secondo me dovrebbero piacergli.

A 10 metri da lui c’è il bivio.
Ma so che andrà molto più lontano.
Continuerà sulla strada del beer geek da ratebeer, facendosi riempire la testa di parole senz’anima e di sentenze sputate da un pulpito con i cobra che dovrebbe far conoscere e scoprire e non etichettare far disprezzare.
Mai sotto i 10 gradi. Ah sì stasera avrà frainteso il menu…

Disclaimer:  ogni riferimento a cose, persone o birre realmente esistenti è puramente casuale e frutto di coincidenza, l’autore declina ogni responsabilità eventuale.

Dove va la Birra Artigianale?

Leggo oggi con interesse su microbirrifici.org un interessante editoriale di Davide.
E’ proprio ora di fare i bevitori consapevoli e di dire che certe cose NON sono birra.
Il prezzo è giusto solo se il prodotto è a posto, poi può piacere o no.
E chissenefrega del bollino, io sono il bollino di me stesso.
E quindi inizierò a dirlo. Come ho fatto qui.
Bevute lunghe e non puzzolentose.

Birra Duff. Sarà vero?


Il commerciante messicano Rodrigo Contreras dice di aver ottenuto il brevetto nazionale per vendere la Birra Duff, anche su internet, celeberrima birra di fantasia protagonista della serie TV I Simpson.
Per ora è in vendita solo via internet, e dovrebbe essere disponibile da oggi, 10 Dicembre
A me sa un po’ tanto di bufala, anche vedendo l’immagine delle bottiglie.

Anni fa il birrificio australiano iniziò a vendere una birra chiamata “Duff Beer”, con una grafica diversa dall’originale.
Io ho una lattina in collezione e molte se ne trovano su e-bay.
Ma La Twentieth Century Fox denunciò il produttore per violazione di copyright e vinse la causa, rendendo la Duff oggetto collezionistico.