Bere birra a New York – Brooklyn

Seconda parte della guida non ragionate del bere artigianale a New York: passiamo in rassegna il meglio, e non, di Brooklyn.

Dopo la prima parte su Manhattan passiamo in rassegna alcuni locali e luoghi birrari che ho visitato a Brooklyn.

Brooklyn BreweryLa prima tappa quasi obbligata, almeno sulla carta, è alla Brooklyn Brewery. La birreria è visitabile con un piccolo tour guidato mentre la capiente tap house offre una buona parte della gamma delle birre con la grande B. La visita è un bel po’ asettica e si visita solo il “piccolo” impianto rimasto in città: la quasi totalità della produzione viene fatta presso delle contract-breweries (“su al nord” come ha detto la guida) . La visita è molto americana e ripercorre le gesta dei fondatori partiti dal basso e arrivati al top. Anche qui la simpatia non è proprio di casa, costante spiazzante di quasi tutti i locali di New York, e le birre sono quello che sono: proto-industriali senza troppo carattere servite temperatura bassissima. Non è un caso che le birre di Brooklyn, fatta eccezione per la Weizen, non si trovino mai nei pub di qualità ma bensì dei pub generalisti a fianco di Peroni, Moretti e compagnia bella. In conclusione la visita alla birreria sembra più evento per turisti che per appassionati, ma le birre vendute a prezzo politico di 4 dollari a pinta (ma devi comprare i gettoni) attirano una grande quantità di gente.

Lasciata la brewery andiamo alla scoperta di alcuni locali interessanti della zona.

La mia prima tappa a Brooklyn è stata presso quello che diventerà, se già non lo è, il locale con i migliori voti della città e di forse tutti gli Stati Uniti: Il Tørst, pub di Jeppe Jarnit-Bjergsoel: il gemello cattivo di Mikkeller.


torstIl locale, senza insegna, ha un bancone imponente tutto di marmo e pareti ricoperte di legno proveniente da vecchi fienili (!) che donano all’insieme un look vintage tra la Belle Époque 
e il proibizionismo. Io ci sono stato alle tre di un pomeriggio di un martedì di Maggio ed era completamente deserto, e per deserto intendo che il barista è emerso dalle cucine 5 minuti dopo che mi ero seduto al bancone…
La scelta delle birre è ovviamente molto focalizzata su quelle “di casa” (Jeppe è la mente del progetto gipsy Evil Twin) mentre il resto è principalmente europeo e nerd con punte che soddisfano più il rater che il bevitore, come il “dry hopping” di ciambelle sulla Imperial Biscotti Break; per questo motivo, da europeo, mi è sembrato poco interessante mentre invece ha sicuramente un grande appeal sugli appassionati americani che qui trovano un’offerta completamente differente dal solito. Gli darei sicuramente una seconda possibilità, progettando magari una visita serale perché in carta ci sono molti mostri alcoolici che mal si adattano a un pomeriggio da turista…

Il locale ha anche una stanza “segreta”, il Luksus, dove lo chef Daniel Burns prepara dei menu degustazione, molto foodie e molto considerati, in abbinamento alle birre di Jeppe. Al momento della mia visita il menu costava 95 dollari, a cui aggiungerne altri 45 per le birre in abbinamento. Con tasse e mancia temo si arrivi attorno ai $200 a testa, mica poco.

Non molto lontano dal Tørst c’è il locale che sicuramente colpito di più: il Barcade. Il pub ha una trentina di spine con una lineup non certo originalissima ma comunque di tutto rispetto e con rapido avvicendamento dei fusti. Il suo punto forte sono la quarantina e più di cabinati arcade anni 80 a disposizione dei clienti. In questo vero paradiso nerd con 25 centesimi puoi cercare di battere un record a Bubble Bubble o a Ghosts ’n Goblins sorseggiando una IPA. Ecco io il paradiso lo immagino anche così.

Nota a margine: Paul Kermizian, uno dei quattro fondatori del Barcade, nel 2002, prima di aprire il pub, è stato il regista di American Beer, un documentario/road trip girato da 4 amici in viaggio attraverso gli USA con un minivan per visitare 38 birrifici in 40 giorni. E’ una visione divertente ed istruttiva che vi consiglio.

Proseguendo la nostra esplorazione arriviamo al Fette Sau , il miglior BBQ in cui io sia mai stato. Ricavato da un vecchio garage con un aspetto dimesso il Fette Sau (che in tedesco dovrebbe voler dire qualcosa tipo “maiale grasso”) è molto affollato e spartano: fai la coda per il cibo , ordini, prendi il vassoio, ti siedi e inizia la magia. Detto così sembra facile ma devi ordinare il libbre e once e ti scontri con quell’atteggiamento tra il sufficiente e l’insofferente tipico newyorkese. E’ inutile cercare di ordinare tre costine o due pezzi di bacon (che ricorderò per sempre nei miei sogni): devi per forza usare un’unità di misura americana sperando di non ordinare cibo per un battaglione o un passerotto.
Le birre sono servite nei jar e i formati vanno dal taster al pitcher. Le spine sono una decina, come manopole hanno coltelli e mannaie, e il loro assortimento è abbastanza vario e troverete sicuramente qualcosa per accompagnare la carne. Inoltre a menu ci sono diversi flight di burbon e rye whisky.

Esattamente di fronte al Fette Sau c’è un altro locale storico e molto quotato a NYC: lo Spuyten Duyvil. Per trovarlo cercate la porta rossa… anche qui niente insegna. Il locale è arredato come una vecchia cucina di campagna e propone una ristretta selezione di spine e bottiglie, prevalentemente d’importazione. Quando ci sono stato io ho bevuto abbastanza male, ma credo fosse un caso. Per l’atmosfera old style questo pub merita sicuramente una visita, anche solo per ammirare la perizia con cui preparano taglieri e stuzzichini.

Per ultimo segnalo a Williamsburg il Rosamunde Sousage Grill. Il locale ha 24 spine e un’interessante selezione di salsicce. Ma il suo plus è nel fatto di essere gemello del locale accanto al mitico Toronado di San Francisco. Lo ammetto, quando mi è arrivato il panino nel classico cestino di plastica, un po’ la nostalgia si è fatta canaglia…

A Brooklyn ci sono molti altri locali interessanti; tra questi cito Radegast, una Bier Halle in stile stile tedesco, con birre d’importazione ed atmosfera un po’ finta. A Greenpoint c’è Brouwerij Lane, un beershop con mescita: locale spartano ed informale con molte europee industriali. Lo so, nella terra delle IPA fa un po’ storcere il naso ma a volte il bisogno di una lager ti sorprende con violenza. Ho letto cose belle anche su The Owl Farm a Park Slope, sul Bierkraft e sulla Mugs Ale House ma non sono riuscito ad andarci.

In conclusione New York non è la prima meta birraria degli USA, anzi. In un paio di giorni si visitano i locali top che, lo sottolineo ancora, non hanno quasi mai quell’atteggiamento friendly e rilassato della California o appassionato e caloroso dei beer bar di altre città americane. Manca, Blind Tiger a parte,  quell’atmosfera che ti fa “vivere” il locale e non solo ordinare birre da nerd. Quindi, se mi chiedete un parere, non andate a NY per la birra. Andateci per tutto il resto, perchè la città offre moltissimo. Ma se prorio volete fare una vacanza birraria e solo birraria, andate a Sud Ovest, coi fiori nei capelli e la tavola da surf.

Bere birra a New York – Manhattan

New York è una delle città più famose del mondo. Ma lo è anche per la birra? Ecco un breve resoconto dei luoghi che ho visitato.

New York è una destinazione magica e mitica: è uno di quei posti dove devi andare almeno una volta nella vita; non importa che tu sia stato sul Kilimangiaro, conosca tutti gli atolli del Pacifico e tutti i castelli della Loira: ogni persona con cui parlerai di viaggi e vacanze ti chiederà “Ma sei stato di New York?” con un evidente tono di superiorità. E quindi, per far loro dispetto, ci sono stato.

New York è una città enorme, ed infiniti sono gli spunti che tu più offrire. E forse per questo motivo non mi ha conquistato, anche solo birrariamente parlando.

La caratteristica principale della città è quella che già ti sembra di conoscerla perché molte cose le hai già lette o viste in televisione e al cinema;  è comunque  innegabile l’emozione momentanea data dallo skyline di Manhattan, del ponte di Brooklyn, della statua della Libertà o semplicemente della divisa di un poliziotto.

Questo senso strano di nuovo ma già visto lo ritrovi anche nelle birre e nei locali: manca quell’emozione forte, quella passione, quell’atmosfera che invece ho trovato nel (poco) resto di America che ho visto e vissuto.

Ma siamo qui non per filosofeggiare sul mio rapporto con New York e di come ci siamo parlati e di come ci siamo lasciati con la grande mela: state leggendo queste righe, cari affezionati cinque lettori, perché probabilmente volete qualche informazione su dove andare a bere come si deve nella città che non dorme mai, o quasi.

Come prima cosa c’è da dire che, date le dimensioni della città, l’offerta birraia è smodata. Quello che segue è semplicemente un piccolo sunto della mia esperienza, ma praticamente ogni locale, drugstore o supermercato offre un numero di craft beers superiore alla vostra sete.

Partiamo dagli strumenti fondamentali che ho utilizzato per cercare, scoprire e bere NYC. Non ho fatto una preparazione metodica e maniacale al viaggio; mi sono basato su due delle fonti che utilizzo più spesso: Ratebeer e Beer Advocate e sull’utilissimo Beermenus, sito che ti permette di vedere quali pub sono vicini a dove sei, cosa offrono e, molto spesso, di controllare direttamente che cosa hanno spina in quel momento: una specie di paradiso per il bevitore seriale.

E adesso via con l’elenco dei locali degni di nota che ho visitato a Manhattan!

Rattle n Hum
Rattle n Hum

A Midtown segnalo con il circoletto rosso il Rattle n Hum (40 spine e circa 100 etichette) e il The Ginger Man (70 spine e circa 200 etichette)
Entrambi sono pub  d’ispirazione britannica ma completamente diversi nella realizzazione: il primo infatti è più irlandese, ruspante informale ed accogliente con una buona selezione di spine che cambiano molto frequentemente: le birre “rare” e quelle buone ed interessanti durano di solito meno di un giorno mentre la selezione di bottiglie è poco più che interessante (Ho provato una Sculpin in bottiglia che era anzianotta…). Il cibo è il solito cibo da pub americano di buon livello. Il personale è efficiente ma non particolarmente socievole. Il martedì spesso organizzano eventi. Quando ci sono stato io quello a “ora di cena” era già finito (alle 20:30..); circa dieci le spine dedicate all’ospite Perennial,che fa alcune birre interessanti.

Birra del locale: Habanero Sculpin. Uno dei monumenti all’IPA californiana “pimpato” con una dose equilibratissima di peperoncino; pizzica, sì, ma in modo così elegante da uccidere col sorriso il tuo palato a colpi di pinte.

The Ginger Man
The Ginger Man

Il Gingerman invece è un pub elegante, più inglese, aristocratico e molto bello ma meno di atmosfera E, purtroppo, rumorosissimo se pieno; per fortuna dopo le 21 diventa vivibilissimo. Anche qui le spine sono molto interessanti e varie; la lista di bottiglie è più profonda ed accattivante rispetto al Rattle n Hum con anche numerose italiane. Il cibo è di buona qualità; interessante la lista dei bourbon e rye whisky locali per chiudere la serata col botto.
La nota dolente del locale è rappresentata al personale: ci sono stato tre volte e tutte le volte chi era bancone era abbastanza scontroso, quasi svogliato, e un po’ superiore: fastidiosissima poi l’attitudine di due bariste di correggere con fare saccente la pronuncia e i nomi delle birre; per fortuna l’ultima sera al banco c’era un suddito di Sua Maestà che ben sopportava il mio non-slang.
Bevuta del locale: Hillrock Solera Aged Bourbon. Elegantissimo, complesso al naso e morbido in bocca: un dolce bacio della buona notte

Nella grande quantità di altri locali che ci sono a Midtown il Beer Authority, grande sport bar della stessa proprietà del Rattle n Hum, mi è sembrato poco interessante per selezione e con poca attenzione per il prodotto birra. Meglio farsi un paio di isolati in più e bere le stesse birre altrove. La District Tap House con le sue 50 spine è in grado di offrire un’ottima selezione senza però troppa fantasia; la cucina offre anche qualche piatto fuori dai classici canoni del pub food.

A Hell’s Kitchen c’è il The Pony Bar (che è presente anche nell’Upper East Side) che è stata forse la più grossa delusione di New York: ci sono stato una domenica pomeriggio ed aveva solo spine di produttori del Maine (che avrei visitato dopo qualche giorno…); Il Maine Event si è rivelato una grossa delusione: quasi tutte le birre erano fuori forma e poco interessanti. Mi sarei aspettato molto di più questo locale molto quotato, ma forse ci sono capitato della giornata sbagliata. Rifare senza drammi.

Scendendo verso sud c’è Top Hops Beer Shop con 20 spine; chi ci è stato è rimasto molto soddisfatto.

L’ultimo locale che mi sento di consigliare a Manhattan è il Blind Tiger, probabilmente il miglior locale della mia New York birraria.  Per questo motivo gli dedicherò un approfondimento successivo

Vai alla seconda parte per scoprire dove bere birra a Brooklyn

Here is a collection of places you can buy bitcoin online right now.

Io, Sam e la barca

Come ha fatto Sam Calagione di Dogish Head a passare da una barca a remi alle pagine di Rolling Stone? E come si prepara un evento promozionale di successo?

Brewing up a BusinessPiù di una volta ho confessato la mia maniacale passione di procurarmi testi birrari (che spesso non riesco neanche a leggere completamente) e qualche volta ne ho pure scritto.
Un po’ di tempo fa ho acquistato Brewing Up a Business, il libro di Sam Calagione in cui parla della sua filosofia di imprenditorialità e spiega quello che serve per gestire e far crescere un business birrario di successo. Sam in oltre 250 pagine parla di Dogfish, delle sue idee di marketing più innovative e di come secondo lui le piccole imprese possano raggiungere il successo con budget anche limitati.
Il testo è ricco di aneddoti e racconti come quello di Sam “contro” il MADD (Mothers Against Drunk Driving) e molti altri.
Tra questi uno in particolare mi ha colpito: la storia di Sam che attraversa una baia a remi e finisce sulle pagine di GQ: una specie di momenti di gloria con una botta di culo pazzesca sul finale. Per questo motivo lo ripropongo qui di seguito, tradotto e adattato da me.

Se non hai successo al primo colpo

Quando abbiamo deciso di separare il ristorante dalla produzione (1997) e di costruire un nuovo impianto di imbottigliamento a Lewes, Delaware volevo creare un grande evento pubblicitario, ma sapevo anche che ogni centesimo che avevamo era stato impiegato per il nuovo progetto.

Anche se il birrificio e il ristorante erano a oltre tre ore di macchina dal New Jersey, erano “solo” a 20 miglia nautiche (37 km circa) di distanza dalle spiagge del Jersey.
Dato che avevamo pianificato di vendere le nostre birre anche nel New Jersey, ho deciso di costruire una barca a remi con cui avrei potuto fare la prima consegna di birre Dogfish Head da Lewes, Delaware, a Cape May, New Jersey.
Ho comprato un kit e ho iniziato a costruire il mio skiff nella sala da pranzo al primo piano del pub.
Ho fatto qualche ricerca sulla costa del New Jersey e ho individuato un bar che si trovava proprio sulla spiaggia di Cape May. Ho contattato il proprietario: lui mi disse che mi avrebbe aiutato a pubblicizzare l’evento e così gli ho mandato alcuni manifesti promozionali.

Abbiamo poi fatto delle piccole repliche della barca che abbiamo inviato, insieme ai primi campioni delle bottiglie uscite dal nuovo stabilimento, ad alcuni quotidiani e periodici birrari.
Una volta terminata la costruzione della barca ho fatto un paio di sessioni di canottaggio in un canale e lì ho imparato in prima persona quanto sia pesante da trasportare un fusto di birra… Dopo essere quasi annegato (ed aver perso un fusto di birra!) ho limitato il mio carico ad un semplice six-pack. Il gran giorno mio suocero e un giornalista locale mi diedero il via con una spinta e una preghiera e io, cinque ore e mezzo dopo, vedevo finalmente le coste del Jersey.

Forse avevo manie di grandezza: mi aspettavo un comitato di accoglienza di almeno un paio di dozzine di barche e molti appassionati di birra.
Invece mi aspettavano solo tre persone: il proprietario del bar, il mio distributore nel New jersey, e George Hummel, giornalista del Barleycorn, che scattava qualche foto. Mia moglie e un amico mi avevano seguito su un motoscafo e mi raggiunsero fuori del bar. Nessun altro si presentò per l’evento. Ho visto i miei manifesti, ancora arrotolati, che raccoglievano la polvere dietro al bancone del bar.

Le cose sono andate di male in peggio quando il mio distributore mi ha chiesto dove era il fusto di birra da spillare. Gli ho detto che gli avevo mandato un messaggio spiegando che doveva portarne uno lui, dato che sulla barca io non potevo portarlo.

Così ci siamo seduti al bar a bere le sei birre calde che mi ero portato. Ero esausto e tutto era andato storto, ma ho comunque parlato con George del nuovo impianto e delle birre prima di iniziare il viaggio di ritorno nel Delaware, trainato da un motoscafo.

Ho cercato di non pensarci più, e quando sono tornato al lavoro ho detto ai miei colleghi che tutto aveva funzionato alla perfezione. Ovviamente non era vero.

Ho pensato a tutte le cose che avevo fatto male. Non mi ero assicurato che il bar promuovesse l’evento. Non avevo dato seguito ai comunicati stampa per essere sicuro che i giornalisti avrebbero partecipato. Non mi ero preoccupato che le mie birre fossero davvero presenti all’evento. Avevo imparato la lezione e ho continuato a lavorare come al solito.

Ma poche settimane dopo accaddero un certo numero di coincidenze fortunate. L’articolo di George era stato pubblicato su Barleycorn con una recensione molto positiva della nostra birra “calda”. Inoltre, il giornalista di USA Today aveva pubblicato la storia senza mai contattandoci. A causa di questi articoli abbiamo quindi ricevuto una raffica di chiamate da parte di persone che volevano la nostra birra.
Abbiamo poi ricevuto una telefonata dal reparto marketing di Levi’s: avevano visto la foto di me e del mio six-pack dopo l’attraversata della baia e volevano ulteriori informazioni. Quest’impresa li convinse ad utilizzarmi come testimonial (insieme a cinque altri giovani imprenditori) per lanciare la loro nuova linea di abbigliamento casual-business.

Due mesi dopo l’attraversamento della baia mi trovavo in uno studio fotografico a Manhattan. Ero un po’ nervosoe così, per rompere il ghiaccio, ho chiesto al fotografo da quanto facesse quel lavoro. Tutti mi guardarono con stupore e disgusto. Il tizio con la macchina fotografica era il famoso fotografo Richard Avedon.
Abbiamo iniziato a parlare e lui mi ha confessato che doveva la sua longevità al fatto che beveva un sempre una birra prima di andare a letto.
La pubblicità uscì su testate come Rolling Stone, GQ e Sports Illustrated e ne hanno scritto anche su Forbes e Business Week.
Un calcolo approssimativo ha stimato che se Dogfish Head avesse comprato quegli spazi pubblicitari avrebbe speso circa 500.000 dollari!

In conclusione

Sia che si ospiti un evento pubblicitario per conto proprio o che si collabori con dei partner, ci vuole comunque un sacco di pianificazione preventiva. Se è coinvolto il pubblico, l’elemento umano è una variabile quasi imprevedibile che non lo farà andare esattamente come avevamo progettato. Ma questa non è una buona ragione per arrivarci impreparati. Tutto il tempo che si impiegherà per costruire un event-plan, per organizzarsi e per controllare ogni cosa e per pianificare anche tutti i task post-evento contribuirà alla buona riuscita dell’evento e a portare frutti anche insperati.


Disclaimer

Il testo non è una traduzione fedele di quanto si trova da pagina 138 a 140 del libro.
Ho omesso alcuni dettagli e ho modificato alcune frasi preservando, ovviamente, il senso di quanto scritto dall’autore. Ho infine inserito le mie conclusioni finali prendendo spunto da quelle dell’autore.  

Io, Vimercate e il Paradiso

Passione per la pizza a Vimercate. In un piccolo centro commerciale ho trovato una grande pizzeria d’asporto con passione per gli impasti, ingredienti di prima qualità e birre buone. Ho detto che si chiama “Paradiso”?

Pizza del paradisoA volte certe cose ti colpiscono inaspettate. Capita che un sabato sei in giro e un amico ti invita a pranzo.
Arrivi e all’indirizzo corrisponde un centro commerciale. Uno di quelli prima maniera tutti colorati, quasi inchiodato agli anni ottanta e con dentro una parrucchiera, un negozio di animali, un “tutto a un euro” e una pizzeria al taglio.

Cartoni da asporto impilati, tovaglie di plastica e sedie scompagnate. La luce blu al neon fa brillare la scritta “Paradiso” che ricorda un po’ il Drive In.

Dentro un pizzaiolo che lavora sodo e gente che beve birra mentre mangia una fetta di pizza. Birra. Ti aspetti la Prinz da 66 e invece è la Pils del Carrobbiolo, la Bitter dell’Orso Verde o la Scighera di Menaresta.
Ok da bere ce n’è.
Ci sediamo e proviamo ad ordinare ma Marco, il motore del Paradiso, dice che fa lui, che dobbiamo provare.
La prima pizza arriva quando le bottiglie sono già vuote, la 1056 è impressionante per quanto poco ti voglia tenere compagnia nel bicchiere.
Fame e primo morso. Cazzo. Sì perché quando ci vuole ci vuole. La pizza è buonissima. L’impasto è alto il giusto, cotto il giusto e buono. Molto più del giusto.

Ho condiviso con gli amici 5 pizze (le birre non si contano, vero?), tutte buonissime, e lo avete capito. Gli ingredienti sono tutti di prima qualità ma è sulla cura dell’impasto che il Paradiso gioca le sue carte: utilizzo di trebbie direttamente dai birrifici, utilizzo di farina di mais locale e di altre farine miscelate per dare esattamente l’effetto voluto da Marco. Non faccio classifiche perché dovrei prendere la residenza per provarle tutte prima di esprimere giudizi.

Usciamo, sapendo che torneremo presto. Questo posto è favoloso, un diamante nel cemento. Ruvido e senza fronzoli, con la forza di chi sa che è il proprio prodotto a parlare e non l’arredatore.

I ragazzi hanno una passione che lievita come i loro impasti e sentirli parlare delle scelte, del Salone del Gusto e degli ingredienti, di come non vogliono essere “confinati” nei disciplinari della pizza napoletana ed essere liberi di creare li fa sentire vicini alla filosofia che muove i nostri birrai.
Andateci perchè la passione per la pizza si è fermata a Vimercate.

Ecco un piccolo estratto della filosofia del paradiso, direttamente dal sito da cui ho preso la foto.

Il Paradiso della Pizza è una umile pizzeria d’asporto che cerca di proporre sapori semplici e genuini.

Il Paradiso della Pizza vi propone una pizza fatta con ingredienti semplici, ma di qualità, ma soprattutto propone la sua idea di pizza che spera che voi possiate condividere ed apprezzare.

Il paradiso della pizza – via Passirano 20 – Vimercate

 

Io, Edimburgo e la valanga

Pub Crawl ad Edimburgo sotto la neve. Tre pub storici e centrali per un paio di pinte all’insegna del bere locale. Per scoprire che si possono fare birre da meno di 4% molto luppolate e divertenti.

Il beer pilgrim deve essere sempre pronto ad ogni evenienza. Ad esempio quando si trova a dover passare una notte ad Edimburgo perché tutto il regno di sua Maestà è isolato causa neve e ghiaccio.

Trovandomi in zona stazione di Waverley/Princess Street la scelta dei pub da visitare è caduta sui più prossimi al mio hotel. Sprezzante del freddo e del ghiaccio il mio itinerario prevedeva tre tappe: aperitivo, cena e bicchiere della staffa.
Il primo pub visitato è stato il Cafe Royal: il pub, in stile vittoriano, è davvero splendido: è dominato al centro da un bancone a isola ovale e da lampadari e lampade in ottone. Il soffitto è finemente decorato, ma sono i 6 pannelli  murari in ceramica  ad attirare l’attenzione del visitatore: rappresentano 6 innovatori e risalgono al 1886, anno in cui ad Edimburgo si tenne la “International Exhibition of Industry, Science and Art”.
Ma veniamo al bancone: oltre alle solite spine commerciali il pub offre solo 4 handpumps con Real Ale di cui due quasi sempre monopolizzate da Deuchars IPA e dalla Dark Island di Orkney.
Io mi sono buttato sulla Misty Law di Kelburn: una amber ale secca e luppolata, con un po’ di diacetile al naso e con il tostato e caramellato che si fondono bene con la citricità del luppolo. Una potenziale ottima session bere.
Il secondo pub visitato, e meta per la cena, è stato il Guildford Arms.
Il locale è meno scenico e storico del Cafè Royal ma ha comunque un bel bancone in legno, un soffitto decorato ed “palco” su cui è situato il ristorante (4 tavoli..). Ho deciso di cenare qui perché ho letto da qualche parte che avevano vinto un premio per la cucina, che si è rivelata normale e assolutamente soddisfacente.
Ma veniamo alle birre: qui i cask erano ben 10 e cenando ne ho provate un po’:  la Deuchars IPA che è sempre un bel bere, come la Bitter & Twisted.
Ho apprezzato molto anche la Trade Winds di Cairngorm, una best bitter vincitrice di alcuni premi, che si presenta dorata, leggera, bilanciata e giustamente amara, con sentori non solo citrici ma anche erbacei.
Nulla però in confronto a una delle birre più divertenti del 2010: la Avalanche di Fyne Ales: una golden ale molto luppolata, con un amaro citrico in bocca che ti manda in brodo di giuggiole. Una nota di pompelmo e di frutta tropicale mi fanno pensare all’America (Amarillo e Cascade?) ma soprattutto ad ordinarne un’altra pinta: una session beer che vorrei avere in una calda giornata estiva,ma che comunque si rivela perfetta anche quando fuori fa -10!
Per i bicchieri della staffa, giusto dietro al mio hotel, ho concluso la serata all’Abbotsford: un altro pub tradizionale scozzese, inserito nell’archivio storico del CAMRA e della stessa proprietà del Guildford Arms.
Il Pub è favoloso: piccolo (avrà una trentina di posti a sedere) con un bancone centrale a isola del 1902, il soffitto decorato e, soprattutto, un bel camino acceso. Ha un ristorante al piano superiore e offre spesso birre di birrerie locali, oltre alle solite commerciali di rito. Dispone di 5 spine “a rubinetto” e di una hand pump.
Ho assaggiato la Stewart’s 80/-, una classica heavy scozzese, molto maltata, cremosa e poco luppolata, La Christmas Light della Highland Brewing Company: 3.8% per questa birra di Natale (!) molto luppolata, probabilmente con luppoli USA, con una bel tappeto maltato.
Per finire ho chiuso con una Sheepshaggers Gold di Cairngorm: abbastanza anonima, dorata e luppolata ma watery e quasi banale.
In conclusione: 3 ore in cui il gelo è stato abbondantemente stemperato dal luppolo. E, ironia della sorte, il best in show va a una birra, la Avalanche, mentre una valanga di neve ricopriva le mie speranze di lasciare facilmente Edimburgo.

“To die in a pub is my dearest plan,
with my mouth to the tap as close as I can
Then the angels would say when the singing began
Oh Lord please show mercy to this boozy man”

I luoghi

Io, l’arroganza e il business

La mia visita a Stone. Il Word Bistro è enorme, con una vasta scelta e un bel giardino. L’impianto è enorme pure lui. Le magliette sono bellissime. Cosa si puo’ volere di più?

Stone on the wallDopo il santuario, la cattedrale. Il cammino mistico del bevitore mi porta a Escondido dove c’è Stone.
Alzi la mano chi non conosce l’Arrogant Bastard Ale e il suo logo. Bene, promossi. I Gargoyle sono qui.

Già dal parcheggio, enorme, inizi ad avere dei sospetti. Quando varchi la porta e pensi di essere al reparto moda giovane della Rinascente capisci che Stone non è solo una birreria, Stone è un concept. Fatto lo shopping di rito si passa al Bistro: un locale con sala interna, veranda e parco annesso in grado di ospitare un centinaio di persone sedute e molte altre ai bar da 20 e passa spine, senza contare tutti quelli che si possono perdere nel giardino…
Tutto molto pulito, sobrio, elegante e grande. Sorvolo sul cibo, anche se sono orgogliosi della loro cucina e passo alle birre: line-up di Stone alla spina con numerose, se non altrettante, birre ospiti. Lista di bottiglie profondissima con tutto il Belgio (Dupont Avril ad esempio) e tanta America.
Ho ordinato una Blind Pig, così, da bastardo arrogante.  E la cameriera “Are you sure?”  (Sai cosa stai ordinando o hai scelto a caso quella col nome divertente credendo fosse un’orzata?)  “It’s tough” (Non è una birra per fighette, per quelli che bevucchiano due dita…non mi interessa se poi ci bagni i fiori, la paghi lo stesso) Sogghigno arrogante “Lo so bene, porta, porta”. Sorride. E porta. Lo farà per mestiere? Probabilmente. ma sembrava contenta della mia scelta consapevole. I am an arrogant bastard.

Le birre di Stone sono pulite, facili e un po’ ruffiane: solo alcune “speciali” escono con prepotenza dal gruppo: anche quelle che vorrebero darti un pugno poi ti danno una pacca sulla spalla per tirarti su.

Seduto al sole, con tutta la birra che voglio e affamato dopo un piatto di tonno che definire omeopatico è ingigantire le cose, comincio a meditare.
Birrificio grande. Abbigliamento. Locale. Birre ospiti. Degustazioni. Cucina ricercata. Business. Il parallelo mi viene spontaneo. Diavolo, sono all’Open di Escondido!

Basta mangiare (!) si va a visitare all’impianto. Lo scrivo piano: 1 5 6 ettolitri di mostro teutonico, cotte 24/7 365 giorni all’anno. Magazzino luppoli grande come un monolocale e tecnologia e bancali spalmati tutti intorno in questa azienda ben oliata in cui poco sembra essere lasciato al lavoro manuale. Ma la speranza comunque rimane quando vedo che il plato lo prendono col densimetro anche loro!
Mentre visito la linea di imbottigliamento ascoltando la tour guide mi accorgo di due cose: la prima è che questa ragazza che ride, racconta la parte a macchinetta e imbarazzata svicola OGNI domanda che non sia standard fa comunque un lavoro bellissimo. Birra gratis! E la seconda è che in 4 minuti vedo nascere da un bancale di bottiglie vuote un bancale di Arrogant Bastard pronto per la spedizione. E in un’ora ci sono 15 volte 4 minuti…
Torno in sala giusto per l’apertura del bar esterno dove Dr. Bill Sysak, uno dei massimi guru della birra a tutto tondo, ci offre a raffica: El Camino (Un)Real Black Ale, una collaboration beer tra Stone, 21st Amendment e Firestone Walker che usa ingredienti californiani come il pepe rosa e i fichi. Un macigno ma molto bevibile. Seguono Sinners 09 di Lost Abbey (20 italiani a brindare alla faccia di uno che ci gufava le visite da casa…), 3 Fonteinen Oude Geuze Vintage 2006, The Bruery Berliner Weisse e altro…
Ma arrivano le 5 ed è il momento in cui sua maestà Greg “I Am A Craft Brewer” Koch si materializza dietro il bancone per spillare la première assoluta di un altra collaborative beer: la Dogfish Head+Victory+Stone Saison Du BUFF. In pratica una Saison fatta con l’Ariosto ;-). A questo punto è ora di tornare verso San Diego e abbandono la cattedrale cercando di riordinare le idee. Difficile. Meglio pensare solo alla prossima birra. Una Pliny, che qui hanno alla spina.

In conclusione Stone è un gran posto. Quello dove portereste a cena degli amici che non bevono birra (o peggio “ne bevo una sola, ma piccola, scegli tu per me”) perché è bello e voi potete farvi due chicche con la coscienza a posto.
Ma se siete alcolizzati di un certo spessore con compari di pari valore allora preferirete altri luoghi dove sollazzarvi. Qui ci venite perché è bello, perchè le birre ci sono eccome e  comunque va visto; come quando siete a da 3 giorni Roma e andate a vedere due quadri prima di murarvi ancora in un pub: così, per avere la coscienza a posto. Sì lo so, stavo parlando di me…

To be continued…

Altre foto!

Io, San Marcos e il Tempio

La mia visita a Lost Abbey / Port Brewing del Maggio 2010. Tomme Arthur è il Signore delle Botti, e nella sua chiesa riposano più di 600 principesse addormentate. E una ventina di spine allietano l’attesa del risveglio!

Lost Abbey - Convertitevi!California, ancora. Ma questa volta andiamo più a sud, dove l’esperienza birraria si abbronza sotto il sole e surf sulle creste più vertiginose delle onde del luppolo.
La prima cosa che va detta è che la concentrazione birraria intorno a San Diego è mostruosa: birrifici, brew pub, ristoranti, pub, negozi… è subito chiaro che di sete non si muore. Per questo motivo il report sarà spezzettato in diversi capitoli e all’inizio scriverò “solo” di chi al birra la fa, per poi parlare in una seconda “serie” dei locali dove sedersi e…studiare.

La prima meta è San Marcos dove sua santità Tomme Arthur officia i riti quotidiani di birrificazione di Lost Abbey / Port Brewing.
La brewery è ospitata dai locali che videro la nascita di Stone e recentemente si è ingrandita per dare una sede adatta alle più di 600(!) botti dove riposano per molti mesi alcune delle birre che più amo. Come tutte le birrerie “umane” che ho visitato negli USA anche LA/PB ha un po’ l’aria del garage di un hombrewer elevato a potenza: impianto spartano da qualche decina di ettolitri, tank enormi da un centinaio di ettolitri e filtro d’ordinanza. Unico assaggio di tecnologia l’imbottigliatrice automatica. Ma qui ci sono le botti…

Alcuni delle birre “barricate” che preferisco nascono qui: Cuvee de Tomme, Angels’ Share, Older Viscosity, Framboise di Amorosa, Red Poppy… e le molte varianti di queste (mono-botte, bend di un solo tipo di botte, blend di più annate..). Tomme (si pronuncia Tommi, lasciando scivolare la i) spiega con tranquillità le poche cose da vedere e con dovizia di particolari risponde alle domande interessate sulle botti e sui blend: lui e un gruppo di collaboratori testano le botti in diverse fasi dell’invecchiamento e danno un giudizio sulla birra che vi è evoluta, catalogandole con un voto che va da 1 (ottima, si potrebbe vendere così com’è) a 3 (non è venuta fuori per nulla bene.)
Dopo averne seguito l’evoluzione e incrociando i giudizi alla fine viene deciso quali botti usare per la birra finale e come impostare il blend. Capisco quindi che il segreto di queste birre eccezionali sta nel manico dei birrai che “costruiscono” la birra finale e non solo nel legno o nella ricetta di base.
Ho provato alcune versioni di Older Viscosity direttamente dalle botti: quelle con la valutazione più alta erano davvero orgasmiche, quelle valutate 3 o addirittura 3- diversissime e quasi irriconoscibili: scomposte, poco fini e ruvide. E le birre finite sono incantevoli: danzano tra olfatto e palato con eleganza e quasi con superbia si lasciano bere facendo a gara per vedere chi ti stupisce di più.

Ho poi dovuto lavorare duro per testare le birre alla spina nella tap house, appena riaperta dopo una visita dell’ufficio di sanità.
Sul fronte LA mi ha impressionato la Carnevale, una saison molto belga con note fruttate che si beve da sola.
Sul lato Port Brewing invece mi è piaciuta la Mongo (dedicata alla memoria gatto della birreria: il mondo è davvero piccolo e le coincidenze davvero strane…) una D-IPA luppolata ma molto ben bilanciata, fresca e non opprimente. Ho trovato molto interessante anche la Hot Rocks, una stein-beer interessante con forti sentori di malto, di caramello e un hit di affumicato/bruciato che ci sta proprio bene.

Una caratteristica fondamentale di quasi tutte le birre di Tomme è il fatto che l’alcol c’è, ma (quasi) sempre ben nascosto ed impastato con la struttura della birra. Bevi piacevolmente bombe a mano di luppolo o vecchie e preziose signore barricate senza troppi problemi.

La prima visita al tempio è finita, ma tornerò per il party del quattro anniversario, ma questa è tutta un’altra storia. To be continued….

Vedi l’album su Flickr

“Lost Abbey? Is that a Church?”
“Almost”

Io, la California e la partenza

Parto per San Diego, cheers

La giornata è allietata dalla notizia che la Rodersch è prima nella categoria koelsch su RateBeer.com: conti o non conti siamo comunque arrivati uno per ora!
Mentre faccio i bagagli (2, uno per i vestiti e uno per le bottiglie…)  posto due link: la mappa delle migliori destinazioni di San Diego per quanto riguarda RateBeer e la mappa birrararia della California del Sud secondo le classifiche di BeerAdvocate.

Sarà dura ma tornerò con un bel report, e una valigia piena….

Io, Roma e la teoria del caos

Sink me with Sink The Bismark!Sono di ritorno da una quattro giorni intensa nella capitale, dove ormai cerco di andare ad ogni cambio di stagione.
Motivo principale, se non la scusa per scendere, la festa del Macche che è arrivato uno su ratebeer.
Sabato l’ho passato tra Macche e Bir&Fud, 12 ore intense di chiacchiere, birre e ottima cucina.
Segnalo tra le birre bevute un’ottima Contessa di Amiata, una Bia IPA ottima ma non di nuova concezione, Fou’ Foune alla spina,  una Affumicator di Beck sconvolgente da tanto è buona e ben fatta  e una Black Magic Woman che le ha dentro tutte: luppolo, caramello, tostato, smoked, dolce, amaro…. una imperial stout che è durata un’eternità nel bicchiere.
Domenica per par condicio dopo aver visto una rimontata Lazio vedo pure una rimontata AS Roma al Pub e imparo nuovi epiteti in romano vernacolo che descrivono l’arbitro e i suoi parenti stretti…  all’imbrunire alcuni volti nuovi arrivano nella capitale.
Cena al Bir&Fud e poi Open con Leonardo a fare il sempre troppo gentile ospite.
Finale al Mastro Titta a bere single malt…
Birra della serata la ReAle: sempre elegante e divertente, tanto per ricordare che da anni è lì a fare scuola.
Domenica i presagi della festa iniziano presto: all’Open incontro James di Brewdog: quattro chiacchiere ed esce una “Sink The Bismark” che apriamo e proviamo: una bomba, ma paradossalmente equilibrata, se puoi parlare di equilibrio a quelle gradazioni.
Naso da DIPA caramellosa e botta d’agrumeto, in bocca l’amarillo lotta con il dolcione del caramello e quella botta d’etilico che ti mette KO dopo un piccolo piccolo sorso.
La sera c’è la degustazione: ascolto solo la prima birra e capisco che i Punks hanno davvero un’anima: c’è passione, progetto e amore nelle parole di James che si esprime a ruota libera nella sua lingua madre e colpisce per la sincera passione che trasmettono. Ok la Nanny State è come la corazzata fantozziana, ma per il resto c’è solidità.
Poi taxi e festa del Macche. Il trionfo e il lato oscuro della birra di qualità dove  mille fan tracannavano Cnudde in plastica e Jambe-de-Bois in boccali di ceramica personalizzati mentre sotto ringhiava il metal e non potevi non darti all’headbanging. Come dice Fabio “siamo alcolizzati di qualità” e vogliamo bene a quei ragazzi e ragazze che tutte le sere da dietro quel banco ci danno la risposta alla nostra, a volte inconscia, domanda di qualità, tradizione e passione. Finalone a fare l’alba da Giorgio, perché non si era bevuto abbastanza.
E’ ora di tornare a casa, giusto il tempo di una Chaos Theory, una delle birre più sorprendenti che mi sia capitata di recente.
Arrivederci Roma e i suoi luoghi birrari, dove ti senti a casa se ti lasci prendere dalla passione.

Io, il Bimbo e Beppe

bi-duQuesta cosa qui non la voglio scrivere. No. Non esiste. Non la scrivo.
Ma voglio.
Se vivo birra lo devo a quattro persone: mio padre, che mi ha tenuto nell’ambiente per decenni,  Kuaska, che mi ha fatto vedere la luce dopo un paio di litri in terra elvetica,  Sandro che ha messo su un maccherone dopo l’altro e Beppe: bevi!
A Rodero ci sono stato appena il Bi-Du aveva aperto, con mio padre. Caso vuole che Beppe e Roby avessero una certa Rodersch alla spina, che mio padre adorasse e conoscesse Colonia e le Koelsh…e io bevevo Schweppes mentre mio padre prendeva una bottigliazza da portare a casa. Poi è arrivato Kuaska a sdoganarmi il cervello. E poi Sandro ha voluto andarci una sera. E a fare le due di notte con Beppe a parlare di birra e a insultare la mia Schweppes era divertente. Avanti veloce per un po’, non so quanto, ma credo poco, ed ero lì, a quel bancone, d’inverno a bere Confine e a parlare con Beppe e con tutto il mondo che passava di lì. Quante birre abbiamo provato insieme, quante ne abbiamo visto nascere, alcune si sono perse, altre invece sono diventate famose. E non solo dei Bi-Du.
Quante volte chiedevo la Confine tutto l’anno e quante volte “proviamoci questa…” e magari finiva nel lavandino. Ora sono rimaste le persone, le birre ma non c’è più Rodero.
Abbiamo festeggiato l’ultima cotta qualche settimana fa con la Rinco: Rodersch con una bella botta di Simcoe (no non chiedetela, non cercatela, non immaginatela: era solo per quel giorno lì nda) formaggi e salumi. Chiusura pazza in stile Rodero: quello che ti fa vivere le birre come compagnia, come divertimento e come qualcosa che esce dal bicchiere.
Ho fatto un sacco di foto, ho abbracciato la caldaia che per tanti anni ha lavorato anche per me, ho salutato i tank e ho lasciato quel posto: il portico, il banco, e quasi si sentiva ancora il profumo del mosto e l’aroma del luppolo di quando Beppe e poi Simone facevano la doppia o la tripla notturna.
Ho pronta una bottiglia di Confine, da aprire con Beppe per l’inaugurazione del nuovo impianto.
Ah comunque si dice Ròdero, con l’accento sula prima “O”.

Io, l’ambiente e la vigilessa

ghisa31 Luglio: Milano, svuotata, ti cuoce al vapore da tanto fa caldo.
Capisci che c’è qualcosa di strano perchè parcheggiamo davanti all’ingresso. Sarà la luce, sarà il caldo, sarà la sete. Entriamo. Il legno è sempre consumato, il bagno è sempre lo stesso e l’ambiente è sempre perfetto e il solito tavolo è libero. Ci sediamo, quasi come a casa.
Arriva il cameriere… ok come puoi chiamare cameriere uno con la maglietta degli Slayer e un metro quadro di tatuaggi?
“Devi scriverti tu con una biro quello che vuoi sul blocco (delle comande, nda).”
Sistema veloce, intelligente, rustico. Non posso chiedere di più.
Urtiga-Ligera-Pasta-Pasta-Formaggi. Cerco di scrivere bene, soprattutto i nomi delle birre.
Arrivano. WOW. Due mostri di bevibilità da bere così, disimpegnati, “leggeri” (cit.).
Dura farle resistere fino alla pasta. Buona. Monte e Sant arrivano a far da puntello ai formaggi.
Ormai il locale è pieno, il Re spina come un forsennato e se non ci fossero troppe cravatte e troppa luce sembrerebbero le 22.
Poi arriva lei. Nera e vaporosa. Profumata e seducente. Affumicata e buonissima. Prendo la prima multa. E pure la seconda. Certo con il carboazoto è ruffiana, morbida e controllata. Bevendola non la squadro, non la scompongo, non la penso. La bevo. E immagino solo di poterne avere una a pompa, una spettinata e meno compostina, un po’ più ruvida e grezza, meno tacchi a spillo e più flip-flop.
Ma son sofismi. La Ghisa è un monumento a cui il pellegrinaggio è dovuto.
Tutte le sue sorelle son bellissime ma a me piace lei. Lei che per farsi bella prima di arrivare al tavolo ci impiega un sacco…si fa desiderare.
E’ ora di andare. Al banco c’è F senza F che fa la sua pausa pranzo. Per (s)fortuna lavoro a 89,6 km da qui. Stavolta niente denunce, ci scambiamo solo la convinzione che Lambrate in questo momento stia tirando il gruppo ad andatura molto sostenuta. Raccatto due bottiglie di souvenir e ci ricacciamo nel wok milanese. Sa vedum.

Info: Birrificio Lambrate – Via Adelchi 5 – Milano

Atlanta, Georgia – Parte I

Atlanta non è certo una meta ambita per i beerhunters: CNN, Delta, Coca-Cola non sono grossi richiami turistici per noi italiani. Ma se uno decidesse proprio di passarci un paio di giorni riuscirebbe comunque a bere qualcosa di potabile?
Siamo negli States,e qualcosa di potabile c’è sempre.
Atlanta ha due birrerie: Sweetwater Brewing Company e Atlanta Brewing Company (Red Brick) ed è abbastnza facile reperire i prodotti locali nei vari pub della città: ad Atlanta ogni pub che si rispetti ha una lista di birre che comprende sempre una sezione “local” con le birre del proprio stato e anche i locali commercialissimi hanno comunque un paio di spine craft.
Inoltre in città ci sono anche alcuni brewpub.
Ero alloggiato a downtown: ho visitato solo locali nel raggio di un paio di miglia dal centro, facilmente raggiungibili in taxi o a piedi.

The Porter
Indirizzo: 1156 Euclid Ave

Il pub è abbastanza fuori dal centro, ma in una zona piena di locali.
Non è molto grande ma è accogliente: arredato in legno con uno stile molto southern da distillatori clandestini.
Le spine sono ben fornite: molte le birre straniere (belghe) presenti e anche US.
Alla spina vengono servite pinte e mezze pinte americane.
Ottima l’idea dei “taste a tema”: 4 bicchieri da 4oz di quattro birre diverse ma simili. Io ho preso le IPA e i Winter Warmer saltando quello delle belghe di natale.
C’è anche una selezione di bottiglie interessante.
Il cibo è buono e tipicamente da pub (era la mia prima cena negli USA quindi non avevo ancora a noia il pub food;-) ) con qualche digressione interessante: cozze alla belga, wurstel alla bavarese e pesce.
Il servizio cordiale e tempestivo: si aspetta poco e nonostante il locale fosse pieno non cercano di mandarti via.
La birra Weyerbacher Double Simcoe IPA Piny,resinosa ed estrema. Un pugno di luppolo, benvenuti negli States.

Taco Mac Metropolis
Indirizzo:933 Peachtree St NE
Ci vado di domenica per cena, i Falcons giocano la partita che li porterà ai playoff e il locale è pieno.
Chiedo un tavolo e mi dicono “40 minutes”… vado ad aspettare al banco.
Il locale ha un numero enorme di spine (sulla brochure ne sono indicate 140..) e di bottiglie, ci sono un bel po’ di commerciali ma anche tante tante craft beers. Serve pinte e mezze pinte americane. Attacco con una Avery IPA per la nostalgia di Denver e poi con una 60 minutes.
Bevo in piedi in un angolo e consulto il menù. Solito cibo americano: burgers, steaks, burritos e pollo.
Dopo mezz’ora rintraccio la cameriera e chiedo del mio tavolo. mi risponde che, essendo andato al banco, ho perso il mio turno: “50 minutes”. Me ne vado.
Locale tipicamente americano per famiglie, molto affollato. Vasta selezione di birre (alcune viste solo lì). Personale mediamente scontroso, molto sotto agli standard della città.E non hanno la minima idea di che birre stiano servendo. Dopo i primi 5 minuti di euforia per il paradiso con 100 spine si capisce che c’è di meglio. Ho letto che spesso hanno birre “stale”: cioè “posse”, come il pane del giorno prima…
La birra Dogfish Head 60 Minute IPA semplice e soddisfacente, la troverò in ogni locale di Atlanta e nel frigo in albergo. Ah $8.99 per un sixpack…

[to be continued….]