In Fermento Festival si farà!

In Fermento Festival FivizzanoCi sono cose che difficilmente riesci a spiegare. Fenomeni naturali incontrollabili che non si sa bene da dove vengono ma che esplodono con tutta la loro potenza lasciandoti sorpreso.

No non sto parlando del terremoto che ha colpito il nord della Toscana la settimana scorsa ma della forza e dello spirito di coesione che ha portato gli organizzatori della quarta edizione di In Fermento Festival  di Fivizzano (MS) a voler sconfiggere la sorte e a, “semplicemente”, spostare l’evento di una settimana.

Semplicemente un corno, dico io. Le difficoltà da superare sono molte: dalla paura, ovviamente, al far combaciare gli impegni di tutti, al far sapere a tutti che il Festival si farà, eccome se si farà, nella sua “restart edition”.
Quello che serve, in questo momento, è che voi andiate a Fivizzano a bervi due birre, ma PRIMA serve che diciate in giro che In Fermento Festival si farà.

Come dice saggiamente Andrea Turco, papà di tutti noi beer blogger

Grazie a quel bellissimo senso di supporto reciproco che il mondo della birra artigianale ancora dimostra, tantissimi amici si sono attivati per spargere la voce ed è per lo stesso motivo che oggi dedico questo post alla notizia.

E quindi In Fermento Festival si terrà da venerdì 28 a domenica 30 giugno a Fivizzano, in Piazza Alcide De Gasperi, con questi orari:
– Venerdi 28 Giugno dalle h. 19:00
– Sabato 29 Giugno dalle h. 17:00
– Domenica 30 Giugno dalle h. 17:00

Per i dettagli pratici lascio ancora una volta parlare Andrea di cronachedibirra.it (li trovate qui)   e il sito della manifestazione www.infermentofestival.com

E se tutto questo non vi basta, all’autore della miglior foto (a mio insindacabile giudizio) scattata al festival che ritragga se stesso o gli organizzatori sorridenti consegnerò una Tuverbol 2007 uscita direttamente dalla mia cantina.

Al terremoto rispondiamo con la passione e una pinta in mano,  daje!

Nel mulino che vorrei ogni giorno è Borgo Day

Il BdB Day è l’evento che per me segna l’inizio dell’estate birraria. Ed è uno stato mentale che cerco di condividere in questo post.

Ormai per me il BdB day è un impegno fisso, un circoletto rosso sul mio calendario birrario dell’anno: lo aspetto per rivedere vecchi amici e per incontrarne di nuovi. Anche quest’anno l’ho iniziato il venerdì facendo visita al nuovo locale Buskers, passando poi per Trastevere e finendo al Mastro. E come al solito vado a dormire parecchio torbato e due ore dopo quello che era il limite che mi ero imposto.

Ma il viaggio permette, più o meno, di riprendersi.

Arrivando da Roma, all’uscita autostradale Valle del Salto è come se si aprisse un varco verso una dimensione diversa. Borgorose è infatti uno stato mentale, è quel posto dove succede sempre qualcosa, dove mi diverto, dove c’è sempre gente amica e dove, per assurdo, il concetto di birra viene scomposto e ricostruito.
In uno dei birrifici più grandi d’Italia, leader di settore e di respiro internazionale, entro in quella sensazione di pace con il concetto di birra da bere che in così pochi altri posti riesco a trovare. In pratica Borgorose è una specie di Nicchia senza il salame ma con l’agnello.

I tre giorni al Borgo sono stati intensi. La festa è stata ben organizzata, con 63 (!) birre alla spina e cibo ottimo (però non voglio più sentir parlare di galletto per un mese minimo, ne abbiamo fatto indigestione!). Abbiamo spillato come pazzi fin dall’apertura e ho servito decine di litri di Overdose di Opperbacco e soci ad un pubblico eterogeneo e curioso.

Ma l’importanza del BdB Day sta sempre nel fatto che riesce a far condividere sacro e profano della birra in modo naturale, rendendo una festa di paese il palcoscenico ideale per birre e personaggi birrari. Sembrano lontanissimi i tempi “stile grigliata con gli amici” di Colle Rosso (la vecchia sede del birrificio) ma non lo è lo spirito di festa.

C’era il Bonci, icona gastrofigetta, a friggere l’impossibile e Roy Paci, quello che vedi in tivvù, a sonorizzare i pomeriggi. Ma c’erano anche il prato, i bicchieri di plastica, il “famme ‘na birra qualunque”. Opposti solo sulla carta che si ritrovano in equilibrio senza alcuno sforzo. Poi c’era Andreas Gänstaller , birraio e amico, a chiudere il cerchio emozionale con i suoi abbracci che quasi non ti vogliono far andare via mai.

Ci sono stati i laboratori, molto interessanti, il cibo sempre adeguato, un bel teaser di Beer in Italy e tante tante birre di ottimo livello. Ma il senso di questo report non è quello di essere una “fredda” lista di “celo celo manca”.

Il BdB day è uno stato mentale, dicevo, e quindi ha una valenza personale che rimane mia.
Il mio consiglio è quello di fare un “salto” a Borgorose, per uno dei tanti eventi che vengono organizzati da Leonardo e dal suo staff. Vedrete un mondo birrario diverso, o con un approccio diverso. Che a me piace tanto.
E se invece non lo vedrete, comunque qualcosina da bere c’è sempre.

Tower of Love
Tower of Love 2013
TowerSlave
TowerSlave

 

Flower Tower
Flower Tower 2013

Settimana della Birra Artigianale

Il mio contributo alla settimana della birra artigianale

Da lunedì 4 a domenica 10 marzo 2013 si svolgerà la seconda Settimana della birra artigianale.
Sul sito www.settimanadellabirra.it trovate tutte le informazioni, le promozioni e gli eventi che saranno organizzati per festeggiarla degnamente.
Qui di seguito trovate invece il mio piccolo contributo, un po’ polemico 😉

e per chi si era perso il video del 2012

Generatore di nuovi stili birrari

Capita sempre più spesso di trovare nuove definizioni di stili birrari: un tetris di innovazione e tradizione che spesso ci lascia perplessi. Vediamo di crearne di nuovi e vedere l’effetto che fa.

Spesso capita di trovarsi di fronte ad una birra e di volerla per forza catalogare in uno stile. Altre volte invece si legge una definizione di stile su un’etichetta e ci si chiede se si debba essere solutori più che abili per capirne il senso. Senza trascurare le categorie di molti concorsi birrari, spesso quasi fittizie e create “apposta” per distribuire premi.
Ecco quindi un altro dei miei generatori, con cui creare stili fantasiosi che (quasi) sicuramente vedremo prodotti a breve.

Aggiorna la pagina [F5] o [Mela+R] per un altro terzetto di stili!

NB
E’ assolutamente vietato chiedere una birra dello stile appena generato al proprio barista di fiducia, all’ignaro commesso di beershop o al proprio birraio preferito con un “perchè non la fai anche tu?”. Astenersi danesi e perditempo.

Le dieci cose che hanno rovinato il “vado a bere una birra”

Quali sono i dieci fattori che hanno rovinato il concetto di “bersi una birra”? Dai non crederete mica che questa sia una lista seria…

Una volta “farsi una birra” voleva dire “vado giù al bar a bermi una roba tra amici”.
Oggi diventa sempre più complicato, e spesso mi capita di sentirmi in colpa se in un brutto pub di Roma bevo un po’ di TipoPils di seguito senza assaggiare le garrule Double IPA nordiche che tutti gli altri avventori sembrano gradire. Quindi ecco la lista (NON in ordine di importanza) delle dieci cose che hanno rovinato il concetto di “bere una birra”.

  1. Le AiPiEi

    Le Aipiei

  2. I luppoli pacifici

    I luppoli pacifici

  3. I danesi (tutti)

    I danesi tutti

  4. I Sommelier

    I Sommelier

  5. “A Roma c’è”

    Si trova solo a Roma

  6. Brewdog

    Brewdog

  7. Le “One Shot”

    Le one shot

  8. Le collaborazioni

    Le collaboriazioni

  9. Ratebeer

    Ratebeer

  10. Teo&Leo (ovviamente)

    Teo&Leo

Io, Sam e la barca

Come ha fatto Sam Calagione di Dogish Head a passare da una barca a remi alle pagine di Rolling Stone? E come si prepara un evento promozionale di successo?

Brewing up a BusinessPiù di una volta ho confessato la mia maniacale passione di procurarmi testi birrari (che spesso non riesco neanche a leggere completamente) e qualche volta ne ho pure scritto.
Un po’ di tempo fa ho acquistato Brewing Up a Business, il libro di Sam Calagione in cui parla della sua filosofia di imprenditorialità e spiega quello che serve per gestire e far crescere un business birrario di successo. Sam in oltre 250 pagine parla di Dogfish, delle sue idee di marketing più innovative e di come secondo lui le piccole imprese possano raggiungere il successo con budget anche limitati.
Il testo è ricco di aneddoti e racconti come quello di Sam “contro” il MADD (Mothers Against Drunk Driving) e molti altri.
Tra questi uno in particolare mi ha colpito: la storia di Sam che attraversa una baia a remi e finisce sulle pagine di GQ: una specie di momenti di gloria con una botta di culo pazzesca sul finale. Per questo motivo lo ripropongo qui di seguito, tradotto e adattato da me.

Se non hai successo al primo colpo

Quando abbiamo deciso di separare il ristorante dalla produzione (1997) e di costruire un nuovo impianto di imbottigliamento a Lewes, Delaware volevo creare un grande evento pubblicitario, ma sapevo anche che ogni centesimo che avevamo era stato impiegato per il nuovo progetto.

Anche se il birrificio e il ristorante erano a oltre tre ore di macchina dal New Jersey, erano “solo” a 20 miglia nautiche (37 km circa) di distanza dalle spiagge del Jersey.
Dato che avevamo pianificato di vendere le nostre birre anche nel New Jersey, ho deciso di costruire una barca a remi con cui avrei potuto fare la prima consegna di birre Dogfish Head da Lewes, Delaware, a Cape May, New Jersey.
Ho comprato un kit e ho iniziato a costruire il mio skiff nella sala da pranzo al primo piano del pub.
Ho fatto qualche ricerca sulla costa del New Jersey e ho individuato un bar che si trovava proprio sulla spiaggia di Cape May. Ho contattato il proprietario: lui mi disse che mi avrebbe aiutato a pubblicizzare l’evento e così gli ho mandato alcuni manifesti promozionali.

Abbiamo poi fatto delle piccole repliche della barca che abbiamo inviato, insieme ai primi campioni delle bottiglie uscite dal nuovo stabilimento, ad alcuni quotidiani e periodici birrari.
Una volta terminata la costruzione della barca ho fatto un paio di sessioni di canottaggio in un canale e lì ho imparato in prima persona quanto sia pesante da trasportare un fusto di birra… Dopo essere quasi annegato (ed aver perso un fusto di birra!) ho limitato il mio carico ad un semplice six-pack. Il gran giorno mio suocero e un giornalista locale mi diedero il via con una spinta e una preghiera e io, cinque ore e mezzo dopo, vedevo finalmente le coste del Jersey.

Forse avevo manie di grandezza: mi aspettavo un comitato di accoglienza di almeno un paio di dozzine di barche e molti appassionati di birra.
Invece mi aspettavano solo tre persone: il proprietario del bar, il mio distributore nel New jersey, e George Hummel, giornalista del Barleycorn, che scattava qualche foto. Mia moglie e un amico mi avevano seguito su un motoscafo e mi raggiunsero fuori del bar. Nessun altro si presentò per l’evento. Ho visto i miei manifesti, ancora arrotolati, che raccoglievano la polvere dietro al bancone del bar.

Le cose sono andate di male in peggio quando il mio distributore mi ha chiesto dove era il fusto di birra da spillare. Gli ho detto che gli avevo mandato un messaggio spiegando che doveva portarne uno lui, dato che sulla barca io non potevo portarlo.

Così ci siamo seduti al bar a bere le sei birre calde che mi ero portato. Ero esausto e tutto era andato storto, ma ho comunque parlato con George del nuovo impianto e delle birre prima di iniziare il viaggio di ritorno nel Delaware, trainato da un motoscafo.

Ho cercato di non pensarci più, e quando sono tornato al lavoro ho detto ai miei colleghi che tutto aveva funzionato alla perfezione. Ovviamente non era vero.

Ho pensato a tutte le cose che avevo fatto male. Non mi ero assicurato che il bar promuovesse l’evento. Non avevo dato seguito ai comunicati stampa per essere sicuro che i giornalisti avrebbero partecipato. Non mi ero preoccupato che le mie birre fossero davvero presenti all’evento. Avevo imparato la lezione e ho continuato a lavorare come al solito.

Ma poche settimane dopo accaddero un certo numero di coincidenze fortunate. L’articolo di George era stato pubblicato su Barleycorn con una recensione molto positiva della nostra birra “calda”. Inoltre, il giornalista di USA Today aveva pubblicato la storia senza mai contattandoci. A causa di questi articoli abbiamo quindi ricevuto una raffica di chiamate da parte di persone che volevano la nostra birra.
Abbiamo poi ricevuto una telefonata dal reparto marketing di Levi’s: avevano visto la foto di me e del mio six-pack dopo l’attraversata della baia e volevano ulteriori informazioni. Quest’impresa li convinse ad utilizzarmi come testimonial (insieme a cinque altri giovani imprenditori) per lanciare la loro nuova linea di abbigliamento casual-business.

Due mesi dopo l’attraversamento della baia mi trovavo in uno studio fotografico a Manhattan. Ero un po’ nervosoe così, per rompere il ghiaccio, ho chiesto al fotografo da quanto facesse quel lavoro. Tutti mi guardarono con stupore e disgusto. Il tizio con la macchina fotografica era il famoso fotografo Richard Avedon.
Abbiamo iniziato a parlare e lui mi ha confessato che doveva la sua longevità al fatto che beveva un sempre una birra prima di andare a letto.
La pubblicità uscì su testate come Rolling Stone, GQ e Sports Illustrated e ne hanno scritto anche su Forbes e Business Week.
Un calcolo approssimativo ha stimato che se Dogfish Head avesse comprato quegli spazi pubblicitari avrebbe speso circa 500.000 dollari!

In conclusione

Sia che si ospiti un evento pubblicitario per conto proprio o che si collabori con dei partner, ci vuole comunque un sacco di pianificazione preventiva. Se è coinvolto il pubblico, l’elemento umano è una variabile quasi imprevedibile che non lo farà andare esattamente come avevamo progettato. Ma questa non è una buona ragione per arrivarci impreparati. Tutto il tempo che si impiegherà per costruire un event-plan, per organizzarsi e per controllare ogni cosa e per pianificare anche tutti i task post-evento contribuirà alla buona riuscita dell’evento e a portare frutti anche insperati.


Disclaimer

Il testo non è una traduzione fedele di quanto si trova da pagina 138 a 140 del libro.
Ho omesso alcuni dettagli e ho modificato alcune frasi preservando, ovviamente, il senso di quanto scritto dall’autore. Ho infine inserito le mie conclusioni finali prendendo spunto da quelle dell’autore.  

Steam Beer – Il vero stile californiano

Le Steam Beer sono il vero stile birrarrio autoctono della California. Ma come nascono? A cosa si deve il nome? Quali caratteristiche hanno?

Anchor steam beer
Copyright Anchor Brewing

Intorno al 1850 in California scoppiò la febbre dell’oro: circa mezzo milione di persone arrivarono da tutto il mondo per cercare fortuna nella costa occidentale. Delle migliaia di persone che arrivarono nell’area di San Francisco pochissime fecero fortuna. Ma quasi tutte avevano sicuramente sete!

L’arte di arrangiarsi e la tecnica

Le condizioni climatiche e le carenze tecnologiche del tempo non permettevano alle birrerie californiane di produrre le birre a bassa fermentazione di tradizione tedesca che già si imponevano sul mercato americano.
La scarsità di ghiaccio e l’impossibilità di usare la refrigerazione spinse l’ingegno dei birrai a trovare nuove strade per fare birra. E proprio l’ingegno portò alla nascita di uno dei pochissimi stili veramente americani: la Steam Beer (o California Common, come si affermò nell’epoca post proibizionista).

La nascita di questo stile è quindi da datare intorno al 1850 nella zona tra San Francisco e Los Angeles, ma è bene sottolineare il fenomeno non fosse prettamente californiano.
Nell’area della baia di San Francisco in particolare erano attivi 14 birrifici intorno al 1850 e lì le notti sono abbastanza fresche, anche d’estate (come diceva Mark Twain: “Il mio peggior inverno è stata l’estate di San Francisco”); questo permise ai birrai, di origine e scuola tedesca, di utilizzare una tecnica già sperimentata in Germania ed in Belgio: usare delle grandi vasche aperte, poste sui tetti dei birrifici, per raffreddare il mosto ad una temperatura che rendesse possibile l’inoculo dei lieviti; le birre così venivano fermentate a temperature accettabili (tra i 16° e i 18° circa), anche se superiori a quelle richieste dalle basse fermentazioni vere e proprie.
Questa fermentazione a temperature “tiepide” produceva una birra dall’amaro spiccato, simile ad una lager ma con alcune caratteristiche delle Ale: principalmente sentori di esteri (frutta) al naso.

Inoltre, per eliminare gli spiacevoli off-flavour prodotti della fermentazione a temperatura “tiepida” (acetaldeide, diacetile e zolfo) veniva impiegato il Krausening, il metodo sviluppato in Germania che consiste, come molti homebrewer sanno, nell’aggiungere alla birra una piccola parte mosto non fermentato a fine fermentazione prima dell’infustamento/imbottigliamento per permettere così una rifermentazione ed una conseguente birra ben carbonata.
Ma un ruolo fondamentale nella produzione di questo stile lo rivestiva il publican, nella cui cantina le steam beer maturavano, proprio come le real ale nei pub britannici, per essere servite “pronte” alla clientela dei saloon.

L’origine del nome

Ma a cosa si deve il nome dello stile? La “steam beer” (vapore di birra) era chiamata così perché al momento dell’inserimento dei rubinetti nei keg si liberava una forte quantità di CO2 e birra; per la Anchor Brewing (attiva solo dal 1896) invece, che questo nome lo ha registrato, il nome “steam beer” deriva dal fatto che quando il mosto caldo veniva versato nelle vasche sul tetto della birreria si produceva una grande quantità di vapore.

Questo stile particolare e completamente americano è stato spesso sul punto di estinguersi ed ancora oggi soffre molto per la presenza sul mercato del suo esempio tipico e progenitrice dello stile: l’Anchor Steam Beer.
Una delle sue note caratteristiche è l’uso del luppolo Northern Brewer che, a differenza dei luppoli comunemente usati per brasare birre nella West Coast, non ha note fortemente aggrumate ma bensì lievemente fruttate, terrose ed erbacee: in sostanza più fine e meno intenso dei suoi forzuti fratelloni.
Un altro esempio commerciale, a parte quelli difficilmente reperibili in Europa, è la Flying Dog Old Scratch.

Linee Guida della Brewers Association

La California Common è una birra di colore da ambrato chiaro ad ambrato ed è di medio corpo.
Presenta un notevole carattere di malti-caramello sia nel sapore che spesso in aroma.
L’amaro da luppolo va da medio a medio alto ed è bilanciato da un basso/medio-basso grado di esteri fruttati e di malto per dare un’impressione globale di equilibrio e bevibilità.
L’aroma e i sentori di luppolo vanno da basso a medio-basso.
California Common Beer è uno stile di birra prodotta con lieviti lager ma a temperature di fermentazione da ale. Il diacetile e la “chill haze” dovrebbero essere assenti.
Original Gravity (ºPlato): 1.045-1.056 (11.2-13.8 ºPlato)
Final Gravity (ºPlato): 1.010-1.018 (2.5-4.5 ºPlato)
Alcoolicità: 3.6-4.5% (4.5-5.6%)
Amaro (IBU): 35-45 Colore SRM (EBC): 8-15 (16-30 EBC)

 

Io, le persone e la birra

Quali sono le personalità birrarie che più hanno influenzato la scena italiana e non solo? Quale origine hanno avuto molte delle nostre attuali abitudini? Ecco un primo elenco, altamente integrabile…

Andrea Turco su Cronache ha recentemente parlato delle birre che hanno influenzato il panorama artigianale italiano.
Partendo da questo spunto e da alcune considerazioni fatte recentemente durante la Quintessenza di Cantillon ho iniziato a domandarmi quali persone abbiano influenzato in maniera radicale la produzione, l’attitudine o la consapevolezza nel mondo delle birre.
L’inizio è troppo facile: Michael Jackson, è colui che ha “inventato” il concetto di birra artigianale, di degustazione e di stile birrario.

Ma oltre a lui? Ecco alcune delle mie scelte.

Lorenzo “Kuaska” Dabove
Se beviamo lambic, se sappiamo cos’è, se lo amiamo visceralmente è merito suo.
Tutti gli italiani che vanno a Bruxelles, tutti quelli che in segreto hanno sputato il primo lambic, tutti quelli che hanno portato a casa (almeno) una maglietta di Cantillon lo hanno fatto perché ne hanno sentito parlare da lui.
Se i Lambikstoempers organizzano un festival con 40 lambic e hanno 5 visitatori stranieri (4 italiani, uno con la maglietta Cantillon) vuol dire che l’interesse italico per l’acido è un valore assoluto. E poi, tempo fa, appena si entrava in un beershop si cercava un lambic; se c’era era una sorta di attestato di qualità, come il saluto della massoneria.

Vinnie Cirulzo
Pioniere dell’uso delle botti e inventore della DIPA californiana. Da solo ha ispirato l’85% dei birrai del nord Europa che al 99,9% non ci hanno capito nulla.

Teo Musso
Se i gastrofighetti adesso trincano artigianale è colpa sua. Ha sempre avuto questa visione di birra artigianale per l’alta ristorazione, ha usato da subito una bottiglia personale ed importante e ha sempre sposato il binomio cucina di livello e birre di livello. La birra è un prodotto popolare, ma l’esplosione del movimento si deve anche alla sua idea di posizionamento.

Bill Buchanan – Todd e Jason Alström

Gli inventori di Ratebeer e di BeerAdvocate: coloro che hanno permesso al concetto di “giudizio” di diventare una specie di tsunami mediatico che, volenti o nolenti, ci bagna sempre almeno i piedi.

Luigi “Schigi” D’Amelio
Inventore e re del wrestling birrario. Metà delle parole scritte in italiano sulla birra sono passate attraverso di lui. Ognuno di noi lo ha odiato ed amato tantissimo. Spesso nello stesso minuto.

Mikkeller
Famoso col nickname, tipo Zorro, perché Mikkel Borg Bjergsø è abbastanza complesso da ricordare al pari dell’elenco delle sue birre (oltre 300, in pratica una alla settimana da quando ha iniziato). Inventore del gipsy brewing, il buon Mikkel ha fatto birra (o ricette, se gli volete male) un po’ dappertutto senza avere un proprio impianto.
Ha rivoluzionato il concetto del fare birra e anche del berla con una mossa semplice ma geniale: “se faccio mille birre diverse tu te le berrai tutte e mille, se ne facessi solo 10 e pure buone forse tu ne berresti solo 10” e così molti appassionati seguono lui e i suoi epigoni attraverso selve di Imperial Stout e luppoli americani. Tutti gli altri continuano a bere pils di gusto.

Manuele Colonna
Ha trasformato una specie di sgabuzzino nel Valhalla di ogni appassionato. Bere una birra con lui ti insegna sempre qualcosa. Anche solo guardarlo in una keller della Franconia ti fa capire che “ha il sacro fuoco dentro”. Ogni volta che sentite un lieve accento romanesco dove c’è birra buona allora vuol dire che c’è uno che ha imparato qualcosa da lui.

Per ora mi fermo qua, ma ovviamente questo elenco è da integrare….