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Io, l’ambiente e la vigilessa

ghisa31 Luglio: Milano, svuotata, ti cuoce al vapore da tanto fa caldo.
Capisci che c’è qualcosa di strano perchè parcheggiamo davanti all’ingresso. Sarà la luce, sarà il caldo, sarà la sete. Entriamo. Il legno è sempre consumato, il bagno è sempre lo stesso e l’ambiente è sempre perfetto e il solito tavolo è libero. Ci sediamo, quasi come a casa.
Arriva il cameriere… ok come puoi chiamare cameriere uno con la maglietta degli Slayer e un metro quadro di tatuaggi?
“Devi scriverti tu con una biro quello che vuoi sul blocco (delle comande, nda).”
Sistema veloce, intelligente, rustico. Non posso chiedere di più.
Urtiga-Ligera-Pasta-Pasta-Formaggi. Cerco di scrivere bene, soprattutto i nomi delle birre.
Arrivano. WOW. Due mostri di bevibilità da bere così, disimpegnati, “leggeri” (cit.).
Dura farle resistere fino alla pasta. Buona. Monte e Sant arrivano a far da puntello ai formaggi.
Ormai il locale è pieno, il Re spina come un forsennato e se non ci fossero troppe cravatte e troppa luce sembrerebbero le 22.
Poi arriva lei. Nera e vaporosa. Profumata e seducente. Affumicata e buonissima. Prendo la prima multa. E pure la seconda. Certo con il carboazoto è ruffiana, morbida e controllata. Bevendola non la squadro, non la scompongo, non la penso. La bevo. E immagino solo di poterne avere una a pompa, una spettinata e meno compostina, un po’ più ruvida e grezza, meno tacchi a spillo e più flip-flop.
Ma son sofismi. La Ghisa è un monumento a cui il pellegrinaggio è dovuto.
Tutte le sue sorelle son bellissime ma a me piace lei. Lei che per farsi bella prima di arrivare al tavolo ci impiega un sacco…si fa desiderare.
E’ ora di andare. Al banco c’è F senza F che fa la sua pausa pranzo. Per (s)fortuna lavoro a 89,6 km da qui. Stavolta niente denunce, ci scambiamo solo la convinzione che Lambrate in questo momento stia tirando il gruppo ad andatura molto sostenuta. Raccatto due bottiglie di souvenir e ci ricacciamo nel wok milanese. Sa vedum.

Info: Birrificio Lambrate – Via Adelchi 5 – Milano

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Io, i pub e il Santo Graal

frecceE’ da un po’ che quando vedo sul suolo italico qualche rarità birraria mi chiedo: “Ma è giusto che questo tesoro sia qui?” E poi lo ordino…

Ne ho parlato un po’ di tempo fa con un amico che non mi fa l’autografo: la Lou Pepe alla spina non dovrebbe uscire da Bruxelles. Poi però la ordiniamo…più volte.

A Roma all’Off Licence hanno la Lees Harvest Ale. Non ho ancora capito se si dica “me cojoini” o “sti cazzi”. Comunque ne ho comprate 4, ero in aereo, altrimenti una cassa… Per me la LHA è una tappa obbligata, degna chiusura di una cena al White Horse di Londra, magari con un piatto di formaggi inglesi.Una sorta di mistico cammino verso i segreti profondi delle Ales.

E adesso un ragazzino appoggiato a una spider se la beve a cannella nell’arsura di un pomeriggio romano. Scena da Beverly Hills 90210, non da Camra Inside 00100.

E allora? Allora mi sento come un pensionato che tra un lavoro stradale e un settebello di scopa grida dietro ai ragazzini “Uè voi siete quelli del tutto e subito, io mi sono fatto la guerra…e voi fate l’obbiettore!”

Già. Ma la voglia di andare alla fonte, sedersi e capire, non mi passa. L’idea che una kriek dell’86, marcia, ma bevuta con quattro amici tra le botti di Cantillon apra la mente e le sensazioni a quella geuze o  kriek bevuta a 2000 chilometri dalla sua casa continua a rimanermi in testa. Una Urtiga, milanese come il panettone con le uvette e i canditi, bevuta su uno sgabello di Roma mi rimanda a una pinta, calda, bevuta su un divanetto sgualcito del Kent. Roba da triangolazione per un cartografo.

Non voglio fare il beer snob, ma secondo me viaggiare e bere sul posto è doveroso, aiuta a capire e ad accrescere la nostra cultura birrarria. Cultura: parolone, forse troppo grosso per chi, semplicemente, si vuole fare una birra. Però è questa cultura, questo esserci stato che ti fa apprezzare le mille sfaccettature della nostra amata bevanda.

L’essere andato in Franconia, l’ aver bevuto delle keller ad un tavolone con dei settantenni bavaresi mi portano a non snobbare una zwickel per partito preso e a non ordinare la AiPiEi di rito. Birre a cui solo la maestosità della Tipo Pils riesce a dare un po’ di lustro nel panorama italico. Già, le basse fermentazioni non sono complesse, sono figlie di serie B rispetto a una bella triplo malto d’abbazia. Sono cose che ho sentito anche in TV. Allora ci credo.

Ma queste sono birre-panda, birre che vanno protette e che difficilmente sopravvivono lontano da casa. Le koelsh, nella loro mostruosa bevibilità, hanno il gran pregio di suicidasi appena le metti nel baule della macchina.
E allora ci devi andare, devi cercare, scoprire e bere. Bere per giorni e giorni, lunghi e tranquilli. Birre che ti parlano, anche se non capisco una parola di tedesco.

E quando entri in un locale e ti guardano strano, perchè non è appena passato un gruppo di americani a saccheggiare, due danesi a ratare o quattro inglesi ad ubriacarsi molestamente, capisci che ti puoi sedere ed imparare qualcosa. E vorresti averlo sotto casa.
Ed ecco che il cerchio si chiude: è giusto trovare vicino a casa queste birre?

Me lo chiedo da molto e non ho una risposta. So solo che, sempre e comunque, quando le bevi a casa loro sembrano più buone. E ridivento il pensionato sulla panchina: “Ti ricordi la Bibock com’era buona? E quella WV bevuta in macchina in mezzo alla campagna belga? Che buona…” E ordino un’altra AiPiEi perchè mi manca l’america…amen.

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Io le IPA e Three Folks

bombe-e-granateScena: esterno Pub notte, quasi mattina.

“Non mi piacciono i lambic,li ho provati eh, ma a me piacciono solo le Ai-Pi-Ei e le Imperial”.

Mamma mia una cosa così mi rende acido, ma non acetico.

Parlo con tre ragazzi: due sono un po’ tanto provati il terzo meno.

La conversazione va sulla birra, unico comun denominatore della via.

“Per me De Molen è il migliore”. Davanti a una cosa così, a un’affermazione di principio, che fai? Cerchi le solide basi.

“Sono buone perchè sono belle pastose, la birra deve essere così!”

Ah, e le Pils? “Buoneeeeee ho provato la Tipopils e la Verhaeghe”  Pastose? Ah. Solide basi. Scricchiola tutto.

Stasera che ti sei bevuto?

“Buono sto Val d’Orcia, ho bevuto la 5 e non mi è piaciuta invece buona la sua seson” Scusa? “Sì sì la PVK”.

Ah. Faccio il brillante, sai perchè… “So Tutto”. Sorride.

Saison? “non è una seson? Dimmi che stile è! Dai!” Bisogno di catalogazione. Sento Moreno rotolarsi nel letto.

Hai bevuto la Dupont? “Noooon mi piace, non è buona.” Ah ok… Pils, sei a posto, Saison pure.

Torna Menno con le sue bombe e le sue granate “Che te piace la De Molen?”

Ne fa 173 elevato al cubo. Quale intendi? Spara 2/3 nomi in olandese. Lo guardo stupito e sussurro la bomben. Ammicca. Forse pensa che io sia uno che può vedere la luce.

“A te che stile piace?” Stile, ancora stile, mi sento come a un cocktail con Dolce & Gabbana.

Dipende. “Daiiiii uno stile”. Sorrido, satanico come un felino. Stout. “Ah vedi belle corpose imperial, corpose, son birre quelle, mamma mia, belle tostate”

No. Frena.Stop. Makke Stout, mica le tue Stout. “Ah non la conosco. Buona?” Provala. Quali stout hai bevuto?
“DeMolen” Cazzo quasi quasi lo odio sto mulino.
“Mikeller” Ecco ha fatto scopa. Dai, metti il carico.
“Brewdog” Scopa!
“e ‘n’americana”  Hai detto tutto…si intitola?
“la ieti” Ok. Ho capito che hai bevuto solo in tre locali fino ad ora.
“Ma a me me piacciono le AiPiEi” Double?
“Magari!” Pastose?
“Siiiiì” Caramellose?
“siiiiììì” Ghigno satanico.
Ti piacciono le birre dolci eh? “noo le imperialaipiei c’hanno pure 120 ibbu, sono amarissime” Eh lo so… Sì. Tipo?
“la mikkeller amariglio” Ah…bhè… tutto sto tropicale.. “Tropicale? E’ paini.” Traballo. Saranno i sanpietrini sconnessi.
Ma ti piace perchè è uno scirpoppone mappazzoso di caramello e luppolo buttato a secchi.
“E’ buooooona” E comincia a pensare che io non capisco un cazzo. Vero. Verissimo.
Allora gli consiglio la Lemon di Karma e la Hog Heaven di Avery.
Butto lì 2 nomi che secondo me dovrebbero piacergli.

A 10 metri da lui c’è il bivio.
Ma so che andrà molto più lontano.
Continuerà sulla strada del beer geek da ratebeer, facendosi riempire la testa di parole senz’anima e di sentenze sputate da un pulpito con i cobra che dovrebbe far conoscere e scoprire e non etichettare far disprezzare.
Mai sotto i 10 gradi. Ah sì stasera avrà frainteso il menu…

Disclaimer:  ogni riferimento a cose, persone o birre realmente esistenti è puramente casuale e frutto di coincidenza, l’autore declina ogni responsabilità eventuale.

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Ma Che Siete Venuti A Fa’ – Roma

Roma Caput Mundi e non ci sono mai stato. Vergogna. Arrivo in città un giovedì, ora di pranzo, caldo torrido e mi viene subito sete. Capisco perchè sono qui.
Prendo confidenza con la città: mezzi pubblici e quattro passi, senza alcun problema arrivo in via Benedetta, quasi guidato da un richiamo inconscio.
Vedo l’insegna, la scritta e lo so, lo so cosa sono venuto a fare.
Vedo il mio ospite con una maglietta psichedelica che mi accoglie in strada come se ci fossimo visti il giorno prima a casa mia. Bella. Lo lascio ai suoi problemi ed entro. Il locale è piccolissimo, il banco sulla sinistra e sulla destra un corridoio trafficatissimo di fusti. Legno consumato, vissuto, gente che si gusta una birra appollaiata sugli sgabelli. Spine. Zoigl e Kriek sono le prime de cartucce di una serata lunghissima. Mi siedo lì, al banco, e non mi muovo più. Toronado riflesso. Già. Bella. Manuele si attacca alle spine, per 5 ore da solo ristora tutta la via, ma a me sembra tutta Roma: ci danesi che sono beerlover, le spagnole che chiedono un mojito ma vengono dirottatte su una Moinette che le stende come un treno.
Quello che ordina “cantillo” perchè “je piace l’etichetta”, quello che vuole una beck’s, quella che “se non è in bottiglia mi fa schifo” E Manuele dietro, con pazienza a parlare e spiegare il dolce, il resinoso, il forte, il corpo, l’acido: quanti ne avrà convertiti questo santone heavy? Arriva un altro bicchiere, arrivano gli amici , ma il discorso col banco rimane aperto. Scherziamo con le ragazze, malediciamo l’impianto che fa le bizze, parliamo di passato e di futuro.
Bella. L’atmosfera cruda e asciutta, vissuta e parlante mi avvolge. La vetrina dei cimeli, gli sfottò da derby, i clienti così eterogenei, i soliti, quelli nuovi.
Passione e cuore con tanta disponibilità. Sono le due, la saracinesca scende.
Con Manuele e Lorenzo attacchiamo un giro vintage, tutte zozzerie. Però comunque ce le ricorderemo. Il locale così, immobile e silenzioso ti parla. E lo senti il suo spirito sdrucito e liso che ti scende dal bicchiere e ti riscalda.
Chiudiamo. La prima sera è andata, le altre seguiranno simili, avanti e indietro per Trastevere, dove il fuoco arde di luppolo.Bella!

Info: Ma Che Siete Venuti A Fa’ – Via di Benedetta 25 – Trastevere – Roma

Ma Che Siete Venuti A Fa'

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Atlanta, Georgia – Parte I

Atlanta non è certo una meta ambita per i beerhunters: CNN, Delta, Coca-Cola non sono grossi richiami turistici per noi italiani. Ma se uno decidesse proprio di passarci un paio di giorni riuscirebbe comunque a bere qualcosa di potabile?
Siamo negli States,e qualcosa di potabile c’è sempre.
Atlanta ha due birrerie: Sweetwater Brewing Company e Atlanta Brewing Company (Red Brick) ed è abbastnza facile reperire i prodotti locali nei vari pub della città: ad Atlanta ogni pub che si rispetti ha una lista di birre che comprende sempre una sezione “local” con le birre del proprio stato e anche i locali commercialissimi hanno comunque un paio di spine craft.
Inoltre in città ci sono anche alcuni brewpub.
Ero alloggiato a downtown: ho visitato solo locali nel raggio di un paio di miglia dal centro, facilmente raggiungibili in taxi o a piedi.

The Porter
Indirizzo: 1156 Euclid Ave

Il pub è abbastanza fuori dal centro, ma in una zona piena di locali.
Non è molto grande ma è accogliente: arredato in legno con uno stile molto southern da distillatori clandestini.
Le spine sono ben fornite: molte le birre straniere (belghe) presenti e anche US.
Alla spina vengono servite pinte e mezze pinte americane.
Ottima l’idea dei “taste a tema”: 4 bicchieri da 4oz di quattro birre diverse ma simili. Io ho preso le IPA e i Winter Warmer saltando quello delle belghe di natale.
C’è anche una selezione di bottiglie interessante.
Il cibo è buono e tipicamente da pub (era la mia prima cena negli USA quindi non avevo ancora a noia il pub food;-) ) con qualche digressione interessante: cozze alla belga, wurstel alla bavarese e pesce.
Il servizio cordiale e tempestivo: si aspetta poco e nonostante il locale fosse pieno non cercano di mandarti via.
La birra Weyerbacher Double Simcoe IPA Piny,resinosa ed estrema. Un pugno di luppolo, benvenuti negli States.

Taco Mac Metropolis
Indirizzo:933 Peachtree St NE
Ci vado di domenica per cena, i Falcons giocano la partita che li porterà ai playoff e il locale è pieno.
Chiedo un tavolo e mi dicono “40 minutes”… vado ad aspettare al banco.
Il locale ha un numero enorme di spine (sulla brochure ne sono indicate 140..) e di bottiglie, ci sono un bel po’ di commerciali ma anche tante tante craft beers. Serve pinte e mezze pinte americane. Attacco con una Avery IPA per la nostalgia di Denver e poi con una 60 minutes.
Bevo in piedi in un angolo e consulto il menù. Solito cibo americano: burgers, steaks, burritos e pollo.
Dopo mezz’ora rintraccio la cameriera e chiedo del mio tavolo. mi risponde che, essendo andato al banco, ho perso il mio turno: “50 minutes”. Me ne vado.
Locale tipicamente americano per famiglie, molto affollato. Vasta selezione di birre (alcune viste solo lì). Personale mediamente scontroso, molto sotto agli standard della città.E non hanno la minima idea di che birre stiano servendo. Dopo i primi 5 minuti di euforia per il paradiso con 100 spine si capisce che c’è di meglio. Ho letto che spesso hanno birre “stale”: cioè “posse”, come il pane del giorno prima…
La birra Dogfish Head 60 Minute IPA semplice e soddisfacente, la troverò in ogni locale di Atlanta e nel frigo in albergo. Ah $8.99 per un sixpack…

[to be continued....]

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