Io, i giudizi e la poesia

Lezioni di spilatura all'OpenDiciamolo, quando Teo mostrava le super cuffie sui fermentatori mi sembrava una cosa strana, un po’ circense. Per non dire di peggio.
Quando dice che lo fa per noi un po’ storco il naso perchè non credo nella santità a prescindere. E se camminerà sulle acque sarò comunque tra quelli che cercheranno il trucco alla David Copperfield.
Ammettiamolo, di Baladin in forma precaria ne ho trovate alcune, soprattutto qualche anno fa. Anche se non ne ho bevute spesso, anche a causa del prezzo…
Ma Teo è comunque il numero uno. Quello che sdogana, quello che apre le strade, quello che vende.
Quello che fa la birra. Sono convinto che molti di quelli che criticano le sue birre, o quelle di Palli come direbbero loro, se non vedessero la bottiglia ricercata e il teku e non sapessero cosa stanno bevendo non sarebbero poi così categorici. Oppure quelli che dicono che la Super non è più lei ma la bevono solo da due anni…
Teo è il punto esclamativo della birra italiana. Punto. Sono stanco di leggere e sentire chi è sempre pronto a dare contro a priori ad un uomo che fa azienda, produce reddito e comunicazione. Forse si preferiscono quei birrai che non arrivano a fine mese, che rischiano di perdere la casa, che lavorano dodici ore al giorno per fare dodici fusti, quelli che le loro birre non le trovi mai, perché non ce n’è. Perché loro “fanno artigiano”. Ma poi si pretende che vendano la birra ai prezzi della Lidl.

Per non parlare poi di Leonardo, il fido scudiero, anche lui venduto al consumismo sfrenato e al capitalismo di stampo americano. Io onestamente so solo che la ReAle è lì da 5 anni (cinque…sembrano 100…) con l’ArtigianAle a fare spettacolo e scuola, imitata e mai raggiunta nella sua eleganza.
E Leo è un ospite eccezionale, sempre pronto a condividere e a spiegare. Come alla prima lezione del corso MoBI di Caprino. A volte mi imbarazza per la sua generosità e con la sua conoscenza profonda che regala sempre qualcosa da annotare sul libretto. E arriva persino a dispiacersi perché non c’è una sedia libera per me a una degustazione dove mi sono imbucato, mentre gli altri pagano. Noblesse oblige.
Ecco che i due demoni si sono fusi in Open, tana delle tigri, summa di tutto il male birrario italiano.
Sì vado sempre all’Open quando sono a Roma e a volte capita che alcune birre siano un po’ “stale” o non in forma ottimale (da profano direi per colpa dei metri di pitone che separano cella e banco…) ma quel posto, che a me stilisticamente non piace proprio, ha un impatto enorme. E’ un Louvre della birra italiana che amiamo dove tante etichette diverse stanno fianco a fianco su quella scaffalatura, in un’armonia e in una comunione d’intenti che i loro produttori e consumatori sembra proprio non vogliano raggiungere o perseguire.
E soprattutto apre la porta della birra di qualità a un pubblico che non entrerebbe mai in un pub classico dove noi abbruttiti di classe ci sollazziamo.
E fa crescere il germe della curiosità. Se un avvocato della Roma bene scende a Trastevere per farsi una Confine dopo numerosi aperitivi all’Open, allora capisco che cosa vuol dire sdoganare.

Concludo con una nota sulla foto a corredo di questo post: un lunedì pomeriggio eravamo con alcuni amici a farci “una berretta” all’Open.

La ragazza che si occupava di servirci era un po’ in difficoltà a spinare la Montestella (mi pare fosse quella la birra). Manuele (nota per quelli che non conoscono le facce: Manuele Colonna, deus ex machina del Macche, pub-tempio del bere bene mondiale) tranquillo va dietro al bancone, le cambia il TeKu con la pinta e le fa vedere come spinarla. Un po’ come il calciatore che butta la palla fuori perché l’avversario ha i crampi. E il suo pubblico lo fischia.
Amen

Io, il Bimbo e Beppe

bi-duQuesta cosa qui non la voglio scrivere. No. Non esiste. Non la scrivo.
Ma voglio.
Se vivo birra lo devo a quattro persone: mio padre, che mi ha tenuto nell’ambiente per decenni,  Kuaska, che mi ha fatto vedere la luce dopo un paio di litri in terra elvetica,  Sandro che ha messo su un maccherone dopo l’altro e Beppe: bevi!
A Rodero ci sono stato appena il Bi-Du aveva aperto, con mio padre. Caso vuole che Beppe e Roby avessero una certa Rodersch alla spina, che mio padre adorasse e conoscesse Colonia e le Koelsh…e io bevevo Schweppes mentre mio padre prendeva una bottigliazza da portare a casa. Poi è arrivato Kuaska a sdoganarmi il cervello. E poi Sandro ha voluto andarci una sera. E a fare le due di notte con Beppe a parlare di birra e a insultare la mia Schweppes era divertente. Avanti veloce per un po’, non so quanto, ma credo poco, ed ero lì, a quel bancone, d’inverno a bere Confine e a parlare con Beppe e con tutto il mondo che passava di lì. Quante birre abbiamo provato insieme, quante ne abbiamo visto nascere, alcune si sono perse, altre invece sono diventate famose. E non solo dei Bi-Du.
Quante volte chiedevo la Confine tutto l’anno e quante volte “proviamoci questa…” e magari finiva nel lavandino. Ora sono rimaste le persone, le birre ma non c’è più Rodero.
Abbiamo festeggiato l’ultima cotta qualche settimana fa con la Rinco: Rodersch con una bella botta di Simcoe (no non chiedetela, non cercatela, non immaginatela: era solo per quel giorno lì nda) formaggi e salumi. Chiusura pazza in stile Rodero: quello che ti fa vivere le birre come compagnia, come divertimento e come qualcosa che esce dal bicchiere.
Ho fatto un sacco di foto, ho abbracciato la caldaia che per tanti anni ha lavorato anche per me, ho salutato i tank e ho lasciato quel posto: il portico, il banco, e quasi si sentiva ancora il profumo del mosto e l’aroma del luppolo di quando Beppe e poi Simone facevano la doppia o la tripla notturna.
Ho pronta una bottiglia di Confine, da aprire con Beppe per l’inaugurazione del nuovo impianto.
Ah comunque si dice Ròdero, con l’accento sula prima “O”.

Io, Manuele e il Sacro Vincolo

Anto&ManuMa che siamo andati a fa’? Spiego. Trova un borgo medioevale calmo e bellissimo. Buttaci dentro una banda di pazzi internazionali. Arredali con i costumi più folli di un carnevale acido. Prendi un gruppo di straniti siciliani incolpevoli. Battezzali tutti di birra e se non basta bagnali nella piscina di sua maestà Giorgione, il boia della monotonia. Immagina un Sindaco imbarazzato, daje Sindaco articolo 147, e un cowboy spara mentre l’highlander de Ostia ride. La sposa, bellissima come Biancaneve. Lo sposo, meno bello, come i sette nani, ma uno sopra l’altro. Bacio! Bacio!. Mettigli in mano la bomboniera: un boccale da mezzo. Adesso sazia tutti con ogni ben di dio immaginabile, moltiplica per due e aggiungi il fattore Bonci (santo subito!). Continua a dargli da bere. Continua. Continua. Altro cibo. Fai scendere la penombra, accendi le torce e metti musica che faccia muovere almeno la testa. Ecco, la ricetta dell’evento perfetto. Quello in cui puoi passare momenti divertenti con amici nuovi o vecchi, farti quattro risate e soprattutto incidere indelebilmente la giornata nella tua mente. Alzare il boccale autografato e libiamo, libiamo ne’lieti calici,bella Manu, bella Anto. Grazie a Manuele, lo Yin e Yang di via Benedetta, che dietro a una spina sembra quasi bello dal carisma che ha. Grazie a Antonella, capitello di cotanta Colonna. E grazie a tutti quelli che hanno condiviso con me queste giornate. Vista da quassù Roma è sempre più vicina.

Io, i pub e il Santo Graal

frecceE’ da un po’ che quando vedo sul suolo italico qualche rarità birraria mi chiedo: “Ma è giusto che questo tesoro sia qui?” E poi lo ordino…

Ne ho parlato un po’ di tempo fa con un amico che non mi fa l’autografo: la Lou Pepe alla spina non dovrebbe uscire da Bruxelles. Poi però la ordiniamo…più volte.

A Roma all’Off Licence hanno la Lees Harvest Ale. Non ho ancora capito se si dica “me cojoini” o “sti cazzi”. Comunque ne ho comprate 4, ero in aereo, altrimenti una cassa… Per me la LHA è una tappa obbligata, degna chiusura di una cena al White Horse di Londra, magari con un piatto di formaggi inglesi.Una sorta di mistico cammino verso i segreti profondi delle Ales.

E adesso un ragazzino appoggiato a una spider se la beve a cannella nell’arsura di un pomeriggio romano. Scena da Beverly Hills 90210, non da Camra Inside 00100.

E allora? Allora mi sento come un pensionato che tra un lavoro stradale e un settebello di scopa grida dietro ai ragazzini “Uè voi siete quelli del tutto e subito, io mi sono fatto la guerra…e voi fate l’obbiettore!”

Già. Ma la voglia di andare alla fonte, sedersi e capire, non mi passa. L’idea che una kriek dell’86, marcia, ma bevuta con quattro amici tra le botti di Cantillon apra la mente e le sensazioni a quella geuze o  kriek bevuta a 2000 chilometri dalla sua casa continua a rimanermi in testa. Una Urtiga, milanese come il panettone con le uvette e i canditi, bevuta su uno sgabello di Roma mi rimanda a una pinta, calda, bevuta su un divanetto sgualcito del Kent. Roba da triangolazione per un cartografo.

Non voglio fare il beer snob, ma secondo me viaggiare e bere sul posto è doveroso, aiuta a capire e ad accrescere la nostra cultura birrarria. Cultura: parolone, forse troppo grosso per chi, semplicemente, si vuole fare una birra. Però è questa cultura, questo esserci stato che ti fa apprezzare le mille sfaccettature della nostra amata bevanda.

L’essere andato in Franconia, l’ aver bevuto delle keller ad un tavolone con dei settantenni bavaresi mi portano a non snobbare una zwickel per partito preso e a non ordinare la AiPiEi di rito. Birre a cui solo la maestosità della Tipo Pils riesce a dare un po’ di lustro nel panorama italico. Già, le basse fermentazioni non sono complesse, sono figlie di serie B rispetto a una bella triplo malto d’abbazia. Sono cose che ho sentito anche in TV. Allora ci credo.

Ma queste sono birre-panda, birre che vanno protette e che difficilmente sopravvivono lontano da casa. Le koelsh, nella loro mostruosa bevibilità, hanno il gran pregio di suicidasi appena le metti nel baule della macchina.
E allora ci devi andare, devi cercare, scoprire e bere. Bere per giorni e giorni, lunghi e tranquilli. Birre che ti parlano, anche se non capisco una parola di tedesco.

E quando entri in un locale e ti guardano strano, perchè non è appena passato un gruppo di americani a saccheggiare, due danesi a ratare o quattro inglesi ad ubriacarsi molestamente, capisci che ti puoi sedere ed imparare qualcosa. E vorresti averlo sotto casa.
Ed ecco che il cerchio si chiude: è giusto trovare vicino a casa queste birre?

Me lo chiedo da molto e non ho una risposta. So solo che, sempre e comunque, quando le bevi a casa loro sembrano più buone. E ridivento il pensionato sulla panchina: “Ti ricordi la Bibock com’era buona? E quella WV bevuta in macchina in mezzo alla campagna belga? Che buona…” E ordino un’altra AiPiEi perchè mi manca l’america…amen.

Io le IPA e Three Folks

bombe-e-granateScena: esterno Pub notte, quasi mattina.

“Non mi piacciono i lambic,li ho provati eh, ma a me piacciono solo le Ai-Pi-Ei e le Imperial”.

Mamma mia una cosa così mi rende acido, ma non acetico.

Parlo con tre ragazzi: due sono un po’ tanto provati il terzo meno.

La conversazione va sulla birra, unico comun denominatore della via.

“Per me De Molen è il migliore”. Davanti a una cosa così, a un’affermazione di principio, che fai? Cerchi le solide basi.

“Sono buone perchè sono belle pastose, la birra deve essere così!”

Ah, e le Pils? “Buoneeeeee ho provato la Tipopils e la Verhaeghe”  Pastose? Ah. Solide basi. Scricchiola tutto.

Stasera che ti sei bevuto?

“Buono sto Val d’Orcia, ho bevuto la 5 e non mi è piaciuta invece buona la sua seson” Scusa? “Sì sì la PVK”.

Ah. Faccio il brillante, sai perchè… “So Tutto”. Sorride.

Saison? “non è una seson? Dimmi che stile è! Dai!” Bisogno di catalogazione. Sento Moreno rotolarsi nel letto.

Hai bevuto la Dupont? “Noooon mi piace, non è buona.” Ah ok… Pils, sei a posto, Saison pure.

Torna Menno con le sue bombe e le sue granate “Che te piace la De Molen?”

Ne fa 173 elevato al cubo. Quale intendi? Spara 2/3 nomi in olandese. Lo guardo stupito e sussurro la bomben. Ammicca. Forse pensa che io sia uno che può vedere la luce.

“A te che stile piace?” Stile, ancora stile, mi sento come a un cocktail con Dolce & Gabbana.

Dipende. “Daiiiii uno stile”. Sorrido, satanico come un felino. Stout. “Ah vedi belle corpose imperial, corpose, son birre quelle, mamma mia, belle tostate”

No. Frena.Stop. Makke Stout, mica le tue Stout. “Ah non la conosco. Buona?” Provala. Quali stout hai bevuto?
“DeMolen” Cazzo quasi quasi lo odio sto mulino.
“Mikeller” Ecco ha fatto scopa. Dai, metti il carico.
“Brewdog” Scopa!
“e ‘n’americana”  Hai detto tutto…si intitola?
“la ieti” Ok. Ho capito che hai bevuto solo in tre locali fino ad ora.
“Ma a me me piacciono le AiPiEi” Double?
“Magari!” Pastose?
“Siiiiì” Caramellose?
“siiiiììì” Ghigno satanico.
Ti piacciono le birre dolci eh? “noo le imperialaipiei c’hanno pure 120 ibbu, sono amarissime” Eh lo so… Sì. Tipo?
“la mikkeller amariglio” Ah…bhè… tutto sto tropicale.. “Tropicale? E’ paini.” Traballo. Saranno i sanpietrini sconnessi.
Ma ti piace perchè è uno scirpoppone mappazzoso di caramello e luppolo buttato a secchi.
“E’ buooooona” E comincia a pensare che io non capisco un cazzo. Vero. Verissimo.
Allora gli consiglio la Lemon di Karma e la Hog Heaven di Avery.
Butto lì 2 nomi che secondo me dovrebbero piacergli.

A 10 metri da lui c’è il bivio.
Ma so che andrà molto più lontano.
Continuerà sulla strada del beer geek da ratebeer, facendosi riempire la testa di parole senz’anima e di sentenze sputate da un pulpito con i cobra che dovrebbe far conoscere e scoprire e non etichettare far disprezzare.
Mai sotto i 10 gradi. Ah sì stasera avrà frainteso il menu…

Disclaimer:  ogni riferimento a cose, persone o birre realmente esistenti è puramente casuale e frutto di coincidenza, l’autore declina ogni responsabilità eventuale.