Io, il tram e i collegamenti

Una serie di casuali e voluti collegamenti legano il mio viaggio a San Francisco con una birra bevuta tra amici a Roma.

Lost Abbey Cable Car
Lost Abbey Cable Car

Tutto inizia a San Francisco, in un pub: il Torondo, T-Room per gli amici.
Ricordo ancora l’emozione di aprire la mezza porta ed entrare in quello che, a qualunque sano di mente, sembrerebbe un girone infernale.
Il posto burbero e ruvido per eccellenza, ma appena il tuo sedere si adatta allo sgabello diventa una reggia dalla quale non vuoi più uscire.
Il viaggio inizia con un approccio quasi fisico, continua con le mance e le Pliny, ormai siamo sulla strada giusta. La Couvee de Tomme, incastonata tra alcune Pliny collega Lost Abbey a Russian River.
Torno a casa, ma rimango linkato alla California. Alle sue botti e alle sue wild ale.

Pausa.

San Diego. Pellegrinaggio a San Marcos. Tomme e le botti. Magheggi e sogni. Capolavori e sindrome di Stendhal. Poi gli sgabelli, l’ O’Brien’s, uno dei bar più luppolati del mondo dove puoi vedere una cameriera spostare allegramente fusti (pieni) mentre ti consiglia le birre.
E qui tra una Pliny e l’altra passano le varie Beatification, Supplication, Temptation (tutte batch 1… ça va sans dire) grazie alla presenza del Maestro.
A fine serata, come per magia, appare un souvenir.

La reliquia mi viene concessa, incartata e riportata a casa, coccolata e trasportata a Roma dove, in una notte di Settembre, è stata condivisa con un gruppo di amici. Con la sua eleganza alla Audrey Hepburn ha fatto diventare subito delle Lady Gaga qualsiasi le birre bevute fino ad allora.

Altro link, altra coincidenza (voluta), altra emozione: bere quella birra, dedicata alla T-Room, proprio “in fronte al Macche“, uno di quei posti che chiamo casa. Un altro passo verso l’illuminazione. Un altro passo verso la conoscenza. Oppure, semplicemente, prendo una tramway a cui nessuno cambierà colore e mi faccio portare fino alla prossima fermata.

Abbiamo bevuto una Lost Abbey Cable Car del 2009, una American Sour Ale di 7 gradi prodotta appositamente per il Toronado di San Francisco.
Il retro etichetta recita così, e non è neccessario altro commento:

You’ve made it to 547 Haight Street.
This destination is more San Francisco than Rice A Roni, Chinatown, and Lombard Street combined.
Welcome to Broadway for brewers everywhere. Everyone who is anyone has poured their kegs here.
For the last 20 years, this place has launched careers, confirmed legacies, and since 1987 the only name you need to know is David Keene.

Take a seat. Tip Strong. Nod appreciatively and don’t ask stupid questions. Welcome to Big Daddy’s House known to most simply as “The T-Room.”
Here the bartenders are fluent in English, German, Flemish, French, Waloon and Czech. But they’re most know for their American Lip Service.
Watch it. The lady with the jet black hair behind the bar eats idiots for lunch.

At 547 Haight Street, you won’t find any Cable Cars except for this one. But if you’re standing outside the Dutch Doors of the World Famous Toranado, you surly found the most interesting place in all San Francisco.

Its’ about RESPECT. Dave you continue to have ours. Here’s to 20 more years of punishing livers everywhere. Cheers Gina, Jim, Tomme, Vince and the Brewers of Port Brewing

Io, l’arroganza e il business

La mia visita a Stone. Il Word Bistro è enorme, con una vasta scelta e un bel giardino. L’impianto è enorme pure lui. Le magliette sono bellissime. Cosa si puo’ volere di più?

Stone on the wallDopo il santuario, la cattedrale. Il cammino mistico del bevitore mi porta a Escondido dove c’è Stone.
Alzi la mano chi non conosce l’Arrogant Bastard Ale e il suo logo. Bene, promossi. I Gargoyle sono qui.

Già dal parcheggio, enorme, inizi ad avere dei sospetti. Quando varchi la porta e pensi di essere al reparto moda giovane della Rinascente capisci che Stone non è solo una birreria, Stone è un concept. Fatto lo shopping di rito si passa al Bistro: un locale con sala interna, veranda e parco annesso in grado di ospitare un centinaio di persone sedute e molte altre ai bar da 20 e passa spine, senza contare tutti quelli che si possono perdere nel giardino…
Tutto molto pulito, sobrio, elegante e grande. Sorvolo sul cibo, anche se sono orgogliosi della loro cucina e passo alle birre: line-up di Stone alla spina con numerose, se non altrettante, birre ospiti. Lista di bottiglie profondissima con tutto il Belgio (Dupont Avril ad esempio) e tanta America.
Ho ordinato una Blind Pig, così, da bastardo arrogante.  E la cameriera “Are you sure?”  (Sai cosa stai ordinando o hai scelto a caso quella col nome divertente credendo fosse un’orzata?)  “It’s tough” (Non è una birra per fighette, per quelli che bevucchiano due dita…non mi interessa se poi ci bagni i fiori, la paghi lo stesso) Sogghigno arrogante “Lo so bene, porta, porta”. Sorride. E porta. Lo farà per mestiere? Probabilmente. ma sembrava contenta della mia scelta consapevole. I am an arrogant bastard.

Le birre di Stone sono pulite, facili e un po’ ruffiane: solo alcune “speciali” escono con prepotenza dal gruppo: anche quelle che vorrebero darti un pugno poi ti danno una pacca sulla spalla per tirarti su.

Seduto al sole, con tutta la birra che voglio e affamato dopo un piatto di tonno che definire omeopatico è ingigantire le cose, comincio a meditare.
Birrificio grande. Abbigliamento. Locale. Birre ospiti. Degustazioni. Cucina ricercata. Business. Il parallelo mi viene spontaneo. Diavolo, sono all’Open di Escondido!

Basta mangiare (!) si va a visitare all’impianto. Lo scrivo piano: 1 5 6 ettolitri di mostro teutonico, cotte 24/7 365 giorni all’anno. Magazzino luppoli grande come un monolocale e tecnologia e bancali spalmati tutti intorno in questa azienda ben oliata in cui poco sembra essere lasciato al lavoro manuale. Ma la speranza comunque rimane quando vedo che il plato lo prendono col densimetro anche loro!
Mentre visito la linea di imbottigliamento ascoltando la tour guide mi accorgo di due cose: la prima è che questa ragazza che ride, racconta la parte a macchinetta e imbarazzata svicola OGNI domanda che non sia standard fa comunque un lavoro bellissimo. Birra gratis! E la seconda è che in 4 minuti vedo nascere da un bancale di bottiglie vuote un bancale di Arrogant Bastard pronto per la spedizione. E in un’ora ci sono 15 volte 4 minuti…
Torno in sala giusto per l’apertura del bar esterno dove Dr. Bill Sysak, uno dei massimi guru della birra a tutto tondo, ci offre a raffica: El Camino (Un)Real Black Ale, una collaboration beer tra Stone, 21st Amendment e Firestone Walker che usa ingredienti californiani come il pepe rosa e i fichi. Un macigno ma molto bevibile. Seguono Sinners 09 di Lost Abbey (20 italiani a brindare alla faccia di uno che ci gufava le visite da casa…), 3 Fonteinen Oude Geuze Vintage 2006, The Bruery Berliner Weisse e altro…
Ma arrivano le 5 ed è il momento in cui sua maestà Greg “I Am A Craft Brewer” Koch si materializza dietro il bancone per spillare la première assoluta di un altra collaborative beer: la Dogfish Head+Victory+Stone Saison Du BUFF. In pratica una Saison fatta con l’Ariosto ;-). A questo punto è ora di tornare verso San Diego e abbandono la cattedrale cercando di riordinare le idee. Difficile. Meglio pensare solo alla prossima birra. Una Pliny, che qui hanno alla spina.

In conclusione Stone è un gran posto. Quello dove portereste a cena degli amici che non bevono birra (o peggio “ne bevo una sola, ma piccola, scegli tu per me”) perché è bello e voi potete farvi due chicche con la coscienza a posto.
Ma se siete alcolizzati di un certo spessore con compari di pari valore allora preferirete altri luoghi dove sollazzarvi. Qui ci venite perché è bello, perchè le birre ci sono eccome e  comunque va visto; come quando siete a da 3 giorni Roma e andate a vedere due quadri prima di murarvi ancora in un pub: così, per avere la coscienza a posto. Sì lo so, stavo parlando di me…

To be continued…

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Altre foto!

Io, i giudizi e la poesia

Lezioni di spilatura all'OpenDiciamolo, quando Teo mostrava le super cuffie sui fermentatori mi sembrava una cosa strana, un po’ circense. Per non dire di peggio.
Quando dice che lo fa per noi un po’ storco il naso perchè non credo nella santità a prescindere. E se camminerà sulle acque sarò comunque tra quelli che cercheranno il trucco alla David Copperfield.
Ammettiamolo, di Baladin in forma precaria ne ho trovate alcune, soprattutto qualche anno fa. Anche se non ne ho bevute spesso, anche a causa del prezzo…
Ma Teo è comunque il numero uno. Quello che sdogana, quello che apre le strade, quello che vende.
Quello che fa la birra. Sono convinto che molti di quelli che criticano le sue birre, o quelle di Palli come direbbero loro, se non vedessero la bottiglia ricercata e il teku e non sapessero cosa stanno bevendo non sarebbero poi così categorici. Oppure quelli che dicono che la Super non è più lei ma la bevono solo da due anni…
Teo è il punto esclamativo della birra italiana. Punto. Sono stanco di leggere e sentire chi è sempre pronto a dare contro a priori ad un uomo che fa azienda, produce reddito e comunicazione. Forse si preferiscono quei birrai che non arrivano a fine mese, che rischiano di perdere la casa, che lavorano dodici ore al giorno per fare dodici fusti, quelli che le loro birre non le trovi mai, perché non ce n’è. Perché loro “fanno artigiano”. Ma poi si pretende che vendano la birra ai prezzi della Lidl.

Per non parlare poi di Leonardo, il fido scudiero, anche lui venduto al consumismo sfrenato e al capitalismo di stampo americano. Io onestamente so solo che la ReAle è lì da 5 anni (cinque…sembrano 100…) con l’ArtigianAle a fare spettacolo e scuola, imitata e mai raggiunta nella sua eleganza.
E Leo è un ospite eccezionale, sempre pronto a condividere e a spiegare. Come alla prima lezione del corso MoBI di Caprino. A volte mi imbarazza per la sua generosità e con la sua conoscenza profonda che regala sempre qualcosa da annotare sul libretto. E arriva persino a dispiacersi perché non c’è una sedia libera per me a una degustazione dove mi sono imbucato, mentre gli altri pagano. Noblesse oblige.
Ecco che i due demoni si sono fusi in Open, tana delle tigri, summa di tutto il male birrario italiano.
Sì vado sempre all’Open quando sono a Roma e a volte capita che alcune birre siano un po’ “stale” o non in forma ottimale (da profano direi per colpa dei metri di pitone che separano cella e banco…) ma quel posto, che a me stilisticamente non piace proprio, ha un impatto enorme. E’ un Louvre della birra italiana che amiamo dove tante etichette diverse stanno fianco a fianco su quella scaffalatura, in un’armonia e in una comunione d’intenti che i loro produttori e consumatori sembra proprio non vogliano raggiungere o perseguire.
E soprattutto apre la porta della birra di qualità a un pubblico che non entrerebbe mai in un pub classico dove noi abbruttiti di classe ci sollazziamo.
E fa crescere il germe della curiosità. Se un avvocato della Roma bene scende a Trastevere per farsi una Confine dopo numerosi aperitivi all’Open, allora capisco che cosa vuol dire sdoganare.

Concludo con una nota sulla foto a corredo di questo post: un lunedì pomeriggio eravamo con alcuni amici a farci “una berretta” all’Open.

La ragazza che si occupava di servirci era un po’ in difficoltà a spinare la Montestella (mi pare fosse quella la birra). Manuele (nota per quelli che non conoscono le facce: Manuele Colonna, deus ex machina del Macche, pub-tempio del bere bene mondiale) tranquillo va dietro al bancone, le cambia il TeKu con la pinta e le fa vedere come spinarla. Un po’ come il calciatore che butta la palla fuori perché l’avversario ha i crampi. E il suo pubblico lo fischia.
Amen

Io, l’ambiente e la vigilessa

ghisa31 Luglio: Milano, svuotata, ti cuoce al vapore da tanto fa caldo.
Capisci che c’è qualcosa di strano perchè parcheggiamo davanti all’ingresso. Sarà la luce, sarà il caldo, sarà la sete. Entriamo. Il legno è sempre consumato, il bagno è sempre lo stesso e l’ambiente è sempre perfetto e il solito tavolo è libero. Ci sediamo, quasi come a casa.
Arriva il cameriere… ok come puoi chiamare cameriere uno con la maglietta degli Slayer e un metro quadro di tatuaggi?
“Devi scriverti tu con una biro quello che vuoi sul blocco (delle comande, nda).”
Sistema veloce, intelligente, rustico. Non posso chiedere di più.
Urtiga-Ligera-Pasta-Pasta-Formaggi. Cerco di scrivere bene, soprattutto i nomi delle birre.
Arrivano. WOW. Due mostri di bevibilità da bere così, disimpegnati, “leggeri” (cit.).
Dura farle resistere fino alla pasta. Buona. Monte e Sant arrivano a far da puntello ai formaggi.
Ormai il locale è pieno, il Re spina come un forsennato e se non ci fossero troppe cravatte e troppa luce sembrerebbero le 22.
Poi arriva lei. Nera e vaporosa. Profumata e seducente. Affumicata e buonissima. Prendo la prima multa. E pure la seconda. Certo con il carboazoto è ruffiana, morbida e controllata. Bevendola non la squadro, non la scompongo, non la penso. La bevo. E immagino solo di poterne avere una a pompa, una spettinata e meno compostina, un po’ più ruvida e grezza, meno tacchi a spillo e più flip-flop.
Ma son sofismi. La Ghisa è un monumento a cui il pellegrinaggio è dovuto.
Tutte le sue sorelle son bellissime ma a me piace lei. Lei che per farsi bella prima di arrivare al tavolo ci impiega un sacco…si fa desiderare.
E’ ora di andare. Al banco c’è F senza F che fa la sua pausa pranzo. Per (s)fortuna lavoro a 89,6 km da qui. Stavolta niente denunce, ci scambiamo solo la convinzione che Lambrate in questo momento stia tirando il gruppo ad andatura molto sostenuta. Raccatto due bottiglie di souvenir e ci ricacciamo nel wok milanese. Sa vedum.

Info: Birrificio Lambrate – Via Adelchi 5 – Milano

Io, i pub e il Santo Graal

frecceE’ da un po’ che quando vedo sul suolo italico qualche rarità birraria mi chiedo: “Ma è giusto che questo tesoro sia qui?” E poi lo ordino…

Ne ho parlato un po’ di tempo fa con un amico che non mi fa l’autografo: la Lou Pepe alla spina non dovrebbe uscire da Bruxelles. Poi però la ordiniamo…più volte.

A Roma all’Off Licence hanno la Lees Harvest Ale. Non ho ancora capito se si dica “me cojoini” o “sti cazzi”. Comunque ne ho comprate 4, ero in aereo, altrimenti una cassa… Per me la LHA è una tappa obbligata, degna chiusura di una cena al White Horse di Londra, magari con un piatto di formaggi inglesi.Una sorta di mistico cammino verso i segreti profondi delle Ales.

E adesso un ragazzino appoggiato a una spider se la beve a cannella nell’arsura di un pomeriggio romano. Scena da Beverly Hills 90210, non da Camra Inside 00100.

E allora? Allora mi sento come un pensionato che tra un lavoro stradale e un settebello di scopa grida dietro ai ragazzini “Uè voi siete quelli del tutto e subito, io mi sono fatto la guerra…e voi fate l’obbiettore!”

Già. Ma la voglia di andare alla fonte, sedersi e capire, non mi passa. L’idea che una kriek dell’86, marcia, ma bevuta con quattro amici tra le botti di Cantillon apra la mente e le sensazioni a quella geuze o  kriek bevuta a 2000 chilometri dalla sua casa continua a rimanermi in testa. Una Urtiga, milanese come il panettone con le uvette e i canditi, bevuta su uno sgabello di Roma mi rimanda a una pinta, calda, bevuta su un divanetto sgualcito del Kent. Roba da triangolazione per un cartografo.

Non voglio fare il beer snob, ma secondo me viaggiare e bere sul posto è doveroso, aiuta a capire e ad accrescere la nostra cultura birrarria. Cultura: parolone, forse troppo grosso per chi, semplicemente, si vuole fare una birra. Però è questa cultura, questo esserci stato che ti fa apprezzare le mille sfaccettature della nostra amata bevanda.

L’essere andato in Franconia, l’ aver bevuto delle keller ad un tavolone con dei settantenni bavaresi mi portano a non snobbare una zwickel per partito preso e a non ordinare la AiPiEi di rito. Birre a cui solo la maestosità della Tipo Pils riesce a dare un po’ di lustro nel panorama italico. Già, le basse fermentazioni non sono complesse, sono figlie di serie B rispetto a una bella triplo malto d’abbazia. Sono cose che ho sentito anche in TV. Allora ci credo.

Ma queste sono birre-panda, birre che vanno protette e che difficilmente sopravvivono lontano da casa. Le koelsh, nella loro mostruosa bevibilità, hanno il gran pregio di suicidasi appena le metti nel baule della macchina.
E allora ci devi andare, devi cercare, scoprire e bere. Bere per giorni e giorni, lunghi e tranquilli. Birre che ti parlano, anche se non capisco una parola di tedesco.

E quando entri in un locale e ti guardano strano, perchè non è appena passato un gruppo di americani a saccheggiare, due danesi a ratare o quattro inglesi ad ubriacarsi molestamente, capisci che ti puoi sedere ed imparare qualcosa. E vorresti averlo sotto casa.
Ed ecco che il cerchio si chiude: è giusto trovare vicino a casa queste birre?

Me lo chiedo da molto e non ho una risposta. So solo che, sempre e comunque, quando le bevi a casa loro sembrano più buone. E ridivento il pensionato sulla panchina: “Ti ricordi la Bibock com’era buona? E quella WV bevuta in macchina in mezzo alla campagna belga? Che buona…” E ordino un’altra AiPiEi perchè mi manca l’america…amen.

Ma Che Siete Venuti A Fa’ – Roma

Roma Caput Mundi e non ci sono mai stato. Vergogna. Arrivo in città un giovedì, ora di pranzo, caldo torrido e mi viene subito sete. Capisco perchè sono qui.
Prendo confidenza con la città: mezzi pubblici e quattro passi, senza alcun problema arrivo in via Benedetta, quasi guidato da un richiamo inconscio.
Vedo l’insegna, la scritta e lo so, lo so cosa sono venuto a fare.
Vedo il mio ospite con una maglietta psichedelica che mi accoglie in strada come se ci fossimo visti il giorno prima a casa mia. Bella. Lo lascio ai suoi problemi ed entro. Il locale è piccolissimo, il banco sulla sinistra e sulla destra un corridoio trafficatissimo di fusti. Legno consumato, vissuto, gente che si gusta una birra appollaiata sugli sgabelli. Spine. Zoigl e Kriek sono le prime de cartucce di una serata lunghissima. Mi siedo lì, al banco, e non mi muovo più. Toronado riflesso. Già. Bella. Manuele si attacca alle spine, per 5 ore da solo ristora tutta la via, ma a me sembra tutta Roma: ci danesi che sono beerlover, le spagnole che chiedono un mojito ma vengono dirottatte su una Moinette che le stende come un treno.
Quello che ordina “cantillo” perchè “je piace l’etichetta”, quello che vuole una beck’s, quella che “se non è in bottiglia mi fa schifo” E Manuele dietro, con pazienza a parlare e spiegare il dolce, il resinoso, il forte, il corpo, l’acido: quanti ne avrà convertiti questo santone heavy? Arriva un altro bicchiere, arrivano gli amici , ma il discorso col banco rimane aperto. Scherziamo con le ragazze, malediciamo l’impianto che fa le bizze, parliamo di passato e di futuro.
Bella. L’atmosfera cruda e asciutta, vissuta e parlante mi avvolge. La vetrina dei cimeli, gli sfottò da derby, i clienti così eterogenei, i soliti, quelli nuovi.
Passione e cuore con tanta disponibilità. Sono le due, la saracinesca scende.
Con Manuele e Lorenzo attacchiamo un giro vintage, tutte zozzerie. Però comunque ce le ricorderemo. Il locale così, immobile e silenzioso ti parla. E lo senti il suo spirito sdrucito e liso che ti scende dal bicchiere e ti riscalda.
Chiudiamo. La prima sera è andata, le altre seguiranno simili, avanti e indietro per Trastevere, dove il fuoco arde di luppolo.Bella!

Info: Ma Che Siete Venuti A Fa’ – Via di Benedetta 25 – Trastevere – Roma

Ma Che Siete Venuti A Fa'

Atlanta, Georgia – Parte I

Atlanta non è certo una meta ambita per i beerhunters: CNN, Delta, Coca-Cola non sono grossi richiami turistici per noi italiani. Ma se uno decidesse proprio di passarci un paio di giorni riuscirebbe comunque a bere qualcosa di potabile?
Siamo negli States,e qualcosa di potabile c’è sempre.
Atlanta ha due birrerie: Sweetwater Brewing Company e Atlanta Brewing Company (Red Brick) ed è abbastnza facile reperire i prodotti locali nei vari pub della città: ad Atlanta ogni pub che si rispetti ha una lista di birre che comprende sempre una sezione “local” con le birre del proprio stato e anche i locali commercialissimi hanno comunque un paio di spine craft.
Inoltre in città ci sono anche alcuni brewpub.
Ero alloggiato a downtown: ho visitato solo locali nel raggio di un paio di miglia dal centro, facilmente raggiungibili in taxi o a piedi.

The Porter
Indirizzo: 1156 Euclid Ave

Il pub è abbastanza fuori dal centro, ma in una zona piena di locali.
Non è molto grande ma è accogliente: arredato in legno con uno stile molto southern da distillatori clandestini.
Le spine sono ben fornite: molte le birre straniere (belghe) presenti e anche US.
Alla spina vengono servite pinte e mezze pinte americane.
Ottima l’idea dei “taste a tema”: 4 bicchieri da 4oz di quattro birre diverse ma simili. Io ho preso le IPA e i Winter Warmer saltando quello delle belghe di natale.
C’è anche una selezione di bottiglie interessante.
Il cibo è buono e tipicamente da pub (era la mia prima cena negli USA quindi non avevo ancora a noia il pub food;-) ) con qualche digressione interessante: cozze alla belga, wurstel alla bavarese e pesce.
Il servizio cordiale e tempestivo: si aspetta poco e nonostante il locale fosse pieno non cercano di mandarti via.
La birra Weyerbacher Double Simcoe IPA Piny,resinosa ed estrema. Un pugno di luppolo, benvenuti negli States.

Taco Mac Metropolis
Indirizzo:933 Peachtree St NE
Ci vado di domenica per cena, i Falcons giocano la partita che li porterà ai playoff e il locale è pieno.
Chiedo un tavolo e mi dicono “40 minutes”… vado ad aspettare al banco.
Il locale ha un numero enorme di spine (sulla brochure ne sono indicate 140..) e di bottiglie, ci sono un bel po’ di commerciali ma anche tante tante craft beers. Serve pinte e mezze pinte americane. Attacco con una Avery IPA per la nostalgia di Denver e poi con una 60 minutes.
Bevo in piedi in un angolo e consulto il menù. Solito cibo americano: burgers, steaks, burritos e pollo.
Dopo mezz’ora rintraccio la cameriera e chiedo del mio tavolo. mi risponde che, essendo andato al banco, ho perso il mio turno: “50 minutes”. Me ne vado.
Locale tipicamente americano per famiglie, molto affollato. Vasta selezione di birre (alcune viste solo lì). Personale mediamente scontroso, molto sotto agli standard della città.E non hanno la minima idea di che birre stiano servendo. Dopo i primi 5 minuti di euforia per il paradiso con 100 spine si capisce che c’è di meglio. Ho letto che spesso hanno birre “stale”: cioè “posse”, come il pane del giorno prima…
La birra Dogfish Head 60 Minute IPA semplice e soddisfacente, la troverò in ogni locale di Atlanta e nel frigo in albergo. Ah $8.99 per un sixpack…

[to be continued….]

Toronado – San Francisco

ToronadoSan Francisco: Golden Gate e Cable Car sono nella mente di tutti, quelli normali. Nella mia c’è il Toronado.

Uno dei posti più brutti ma più belli del mondo. A metà di una maledetta strada in salita c’è una porta bianca, aperta a metà, la metà superiore. Entro timoroso.  Posto piccolo, liso, consumato. Bancone a destra. Trovo uno sgabello.  Il publican sembra un po’ la versione asciutta del cantante dei Limp Bizkit, tutto coperto di tatuaggi, in nero come la notte. Cattivo.
Ordino “Pliny the Elder”. Mezza pinta. Mi guarda malissimo.
“Two bucks” : il prezzo del  paradiso. Due dollari sul bancone. Adesso voglio la Alaskan Smoked Porter! Mi ignora. “Half pint”.” Mi ignora. “Sorry”” Mi ignora.Dopo qualche giro dietro al bancone a distribuire pinte come un funambolo mi urla dietro dicendomi che non mi serve perché prima da la birra a chi lascia la mancia. “The American Way”.
“Fock”, come dice lui, con quella O che sembra un pugno in pancia. Vorrei alzarmi e andarmene mandandolo a cagare. Ma no.  “E’ la California” penso.
Arriva la seconda mezza pinta. Allungo 5 dollari e non prendo il resto. Ho capito il movimento. Let’s dance.
IPA, DIPA,Porter,Stout, Pale… il paradiso del luppolo facendo slalom tra le belghe sulla lavagna.
Sono seduto da qualche ora su quel trespolo. Fine primo round.
Il giorno dopo torno. Mi saluta. “Hey Dude”. Fock sono a casa. E via di pinte Pliny, birra a caso, Pliny, Blind Pig, birra a caso, Pliny…  Un ping pong tra Cilurzo e il resto del mondo. Converso con un afroamericano che odia tutto l’Arizona e beve Weisse tedesche col limone e una coppia dell’Oregon pazza per l’Italia e il ciclismo (di cui so quasi nulla…) che svuota pinte di DIPA californiane guardandomi come se fossi un marziano perché sono stato in Belgio, ma davvero…
Arriva anche la salsiccia presa dalla ragazza punk nel “negozio”  a fianco, che ha tre tipi di consulazioni: inside, take away e Toronado…
Altre pinte…Ogni tanto lo scuro mi ricaccia indietro i bucks: “It’s mine dude”. Wow. Comincio anche a capire quella strana lingua che parla, farcita di parolacce con accenti da Geordie e di parole che credo farebbero arrossire i Geordie suddetti, se solo le capissero…
Ordino una Cuveè  de Tomme (faccio lo splendido) e lui mi da un pugno sul pugno in segno di approvazione: “This is California dude”  penso.

Il Toronado è sicuramente uno dei pub più famosi al mondo. Non  ha un numero impressionate di spine, una quarantina, e una quarantina di bottiglie.
Serve SOLO birra (io non ho visto altro… e non oserei chiedere altro…), per il cibo  alla sua sinistra c’è un venditrice di ottime salsicce con una ventina di tipi diversi a “menù”. Il Toronado ha anche quattro o cinque tavoli, ma credo che per trovarli liberi sia necessario il bivacco. E ricordate “Tipping is not another  fuckin’ Chinese town”

Info: Toronado – 547 Haight St. – San Francisco

L’ispirazione per questo post viene dal blog di Leo Hoppy Hour e dal suo post “Saldi!