Bere birra a New York – Brooklyn

Seconda parte della guida non ragionate del bere artigianale a New York: passiamo in rassegna il meglio, e non, di Brooklyn.

Dopo la prima parte su Manhattan passiamo in rassegna alcuni locali e luoghi birrari che ho visitato a Brooklyn.

Brooklyn BreweryLa prima tappa quasi obbligata, almeno sulla carta, è alla Brooklyn Brewery. La birreria è visitabile con un piccolo tour guidato mentre la capiente tap house offre una buona parte della gamma delle birre con la grande B. La visita è un bel po’ asettica e si visita solo il “piccolo” impianto rimasto in città: la quasi totalità della produzione viene fatta presso delle contract-breweries (“su al nord” come ha detto la guida) . La visita è molto americana e ripercorre le gesta dei fondatori partiti dal basso e arrivati al top. Anche qui la simpatia non è proprio di casa, costante spiazzante di quasi tutti i locali di New York, e le birre sono quello che sono: proto-industriali senza troppo carattere servite temperatura bassissima. Non è un caso che le birre di Brooklyn, fatta eccezione per la Weizen, non si trovino mai nei pub di qualità ma bensì dei pub generalisti a fianco di Peroni, Moretti e compagnia bella. In conclusione la visita alla birreria sembra più evento per turisti che per appassionati, ma le birre vendute a prezzo politico di 4 dollari a pinta (ma devi comprare i gettoni) attirano una grande quantità di gente.

Lasciata la brewery andiamo alla scoperta di alcuni locali interessanti della zona.

La mia prima tappa a Brooklyn è stata presso quello che diventerà, se già non lo è, il locale con i migliori voti della città e di forse tutti gli Stati Uniti: Il Tørst, pub di Jeppe Jarnit-Bjergsoel: il gemello cattivo di Mikkeller.


torstIl locale, senza insegna, ha un bancone imponente tutto di marmo e pareti ricoperte di legno proveniente da vecchi fienili (!) che donano all’insieme un look vintage tra la Belle Époque 
e il proibizionismo. Io ci sono stato alle tre di un pomeriggio di un martedì di Maggio ed era completamente deserto, e per deserto intendo che il barista è emerso dalle cucine 5 minuti dopo che mi ero seduto al bancone…
La scelta delle birre è ovviamente molto focalizzata su quelle “di casa” (Jeppe è la mente del progetto gipsy Evil Twin) mentre il resto è principalmente europeo e nerd con punte che soddisfano più il rater che il bevitore, come il “dry hopping” di ciambelle sulla Imperial Biscotti Break; per questo motivo, da europeo, mi è sembrato poco interessante mentre invece ha sicuramente un grande appeal sugli appassionati americani che qui trovano un’offerta completamente differente dal solito. Gli darei sicuramente una seconda possibilità, progettando magari una visita serale perché in carta ci sono molti mostri alcoolici che mal si adattano a un pomeriggio da turista…

Il locale ha anche una stanza “segreta”, il Luksus, dove lo chef Daniel Burns prepara dei menu degustazione, molto foodie e molto considerati, in abbinamento alle birre di Jeppe. Al momento della mia visita il menu costava 95 dollari, a cui aggiungerne altri 45 per le birre in abbinamento. Con tasse e mancia temo si arrivi attorno ai $200 a testa, mica poco.

Non molto lontano dal Tørst c’è il locale che sicuramente colpito di più: il Barcade. Il pub ha una trentina di spine con una lineup non certo originalissima ma comunque di tutto rispetto e con rapido avvicendamento dei fusti. Il suo punto forte sono la quarantina e più di cabinati arcade anni 80 a disposizione dei clienti. In questo vero paradiso nerd con 25 centesimi puoi cercare di battere un record a Bubble Bubble o a Ghosts ’n Goblins sorseggiando una IPA. Ecco io il paradiso lo immagino anche così.

Nota a margine: Paul Kermizian, uno dei quattro fondatori del Barcade, nel 2002, prima di aprire il pub, è stato il regista di American Beer, un documentario/road trip girato da 4 amici in viaggio attraverso gli USA con un minivan per visitare 38 birrifici in 40 giorni. E’ una visione divertente ed istruttiva che vi consiglio.

Proseguendo la nostra esplorazione arriviamo al Fette Sau , il miglior BBQ in cui io sia mai stato. Ricavato da un vecchio garage con un aspetto dimesso il Fette Sau (che in tedesco dovrebbe voler dire qualcosa tipo “maiale grasso”) è molto affollato e spartano: fai la coda per il cibo , ordini, prendi il vassoio, ti siedi e inizia la magia. Detto così sembra facile ma devi ordinare il libbre e once e ti scontri con quell’atteggiamento tra il sufficiente e l’insofferente tipico newyorkese. E’ inutile cercare di ordinare tre costine o due pezzi di bacon (che ricorderò per sempre nei miei sogni): devi per forza usare un’unità di misura americana sperando di non ordinare cibo per un battaglione o un passerotto.
Le birre sono servite nei jar e i formati vanno dal taster al pitcher. Le spine sono una decina, come manopole hanno coltelli e mannaie, e il loro assortimento è abbastanza vario e troverete sicuramente qualcosa per accompagnare la carne. Inoltre a menu ci sono diversi flight di burbon e rye whisky.

Esattamente di fronte al Fette Sau c’è un altro locale storico e molto quotato a NYC: lo Spuyten Duyvil. Per trovarlo cercate la porta rossa… anche qui niente insegna. Il locale è arredato come una vecchia cucina di campagna e propone una ristretta selezione di spine e bottiglie, prevalentemente d’importazione. Quando ci sono stato io ho bevuto abbastanza male, ma credo fosse un caso. Per l’atmosfera old style questo pub merita sicuramente una visita, anche solo per ammirare la perizia con cui preparano taglieri e stuzzichini.

Per ultimo segnalo a Williamsburg il Rosamunde Sousage Grill. Il locale ha 24 spine e un’interessante selezione di salsicce. Ma il suo plus è nel fatto di essere gemello del locale accanto al mitico Toronado di San Francisco. Lo ammetto, quando mi è arrivato il panino nel classico cestino di plastica, un po’ la nostalgia si è fatta canaglia…

A Brooklyn ci sono molti altri locali interessanti; tra questi cito Radegast, una Bier Halle in stile stile tedesco, con birre d’importazione ed atmosfera un po’ finta. A Greenpoint c’è Brouwerij Lane, un beershop con mescita: locale spartano ed informale con molte europee industriali. Lo so, nella terra delle IPA fa un po’ storcere il naso ma a volte il bisogno di una lager ti sorprende con violenza. Ho letto cose belle anche su The Owl Farm a Park Slope, sul Bierkraft e sulla Mugs Ale House ma non sono riuscito ad andarci.

In conclusione New York non è la prima meta birraria degli USA, anzi. In un paio di giorni si visitano i locali top che, lo sottolineo ancora, non hanno quasi mai quell’atteggiamento friendly e rilassato della California o appassionato e caloroso dei beer bar di altre città americane. Manca, Blind Tiger a parte,  quell’atmosfera che ti fa “vivere” il locale e non solo ordinare birre da nerd. Quindi, se mi chiedete un parere, non andate a NY per la birra. Andateci per tutto il resto, perchè la città offre moltissimo. Ma se prorio volete fare una vacanza birraria e solo birraria, andate a Sud Ovest, coi fiori nei capelli e la tavola da surf.

Bere birra a New York – Manhattan

New York è una delle città più famose del mondo. Ma lo è anche per la birra? Ecco un breve resoconto dei luoghi che ho visitato.

New York è una destinazione magica e mitica: è uno di quei posti dove devi andare almeno una volta nella vita; non importa che tu sia stato sul Kilimangiaro, conosca tutti gli atolli del Pacifico e tutti i castelli della Loira: ogni persona con cui parlerai di viaggi e vacanze ti chiederà “Ma sei stato di New York?” con un evidente tono di superiorità. E quindi, per far loro dispetto, ci sono stato.

New York è una città enorme, ed infiniti sono gli spunti che tu più offrire. E forse per questo motivo non mi ha conquistato, anche solo birrariamente parlando.

La caratteristica principale della città è quella che già ti sembra di conoscerla perché molte cose le hai già lette o viste in televisione e al cinema;  è comunque  innegabile l’emozione momentanea data dallo skyline di Manhattan, del ponte di Brooklyn, della statua della Libertà o semplicemente della divisa di un poliziotto.

Questo senso strano di nuovo ma già visto lo ritrovi anche nelle birre e nei locali: manca quell’emozione forte, quella passione, quell’atmosfera che invece ho trovato nel (poco) resto di America che ho visto e vissuto.

Ma siamo qui non per filosofeggiare sul mio rapporto con New York e di come ci siamo parlati e di come ci siamo lasciati con la grande mela: state leggendo queste righe, cari affezionati cinque lettori, perché probabilmente volete qualche informazione su dove andare a bere come si deve nella città che non dorme mai, o quasi.

Come prima cosa c’è da dire che, date le dimensioni della città, l’offerta birraia è smodata. Quello che segue è semplicemente un piccolo sunto della mia esperienza, ma praticamente ogni locale, drugstore o supermercato offre un numero di craft beers superiore alla vostra sete.

Partiamo dagli strumenti fondamentali che ho utilizzato per cercare, scoprire e bere NYC. Non ho fatto una preparazione metodica e maniacale al viaggio; mi sono basato su due delle fonti che utilizzo più spesso: Ratebeer e Beer Advocate e sull’utilissimo Beermenus, sito che ti permette di vedere quali pub sono vicini a dove sei, cosa offrono e, molto spesso, di controllare direttamente che cosa hanno spina in quel momento: una specie di paradiso per il bevitore seriale.

E adesso via con l’elenco dei locali degni di nota che ho visitato a Manhattan!

Rattle n Hum
Rattle n Hum

A Midtown segnalo con il circoletto rosso il Rattle n Hum (40 spine e circa 100 etichette) e il The Ginger Man (70 spine e circa 200 etichette)
Entrambi sono pub  d’ispirazione britannica ma completamente diversi nella realizzazione: il primo infatti è più irlandese, ruspante informale ed accogliente con una buona selezione di spine che cambiano molto frequentemente: le birre “rare” e quelle buone ed interessanti durano di solito meno di un giorno mentre la selezione di bottiglie è poco più che interessante (Ho provato una Sculpin in bottiglia che era anzianotta…). Il cibo è il solito cibo da pub americano di buon livello. Il personale è efficiente ma non particolarmente socievole. Il martedì spesso organizzano eventi. Quando ci sono stato io quello a “ora di cena” era già finito (alle 20:30..); circa dieci le spine dedicate all’ospite Perennial,che fa alcune birre interessanti.

Birra del locale: Habanero Sculpin. Uno dei monumenti all’IPA californiana “pimpato” con una dose equilibratissima di peperoncino; pizzica, sì, ma in modo così elegante da uccidere col sorriso il tuo palato a colpi di pinte.

The Ginger Man
The Ginger Man

Il Gingerman invece è un pub elegante, più inglese, aristocratico e molto bello ma meno di atmosfera E, purtroppo, rumorosissimo se pieno; per fortuna dopo le 21 diventa vivibilissimo. Anche qui le spine sono molto interessanti e varie; la lista di bottiglie è più profonda ed accattivante rispetto al Rattle n Hum con anche numerose italiane. Il cibo è di buona qualità; interessante la lista dei bourbon e rye whisky locali per chiudere la serata col botto.
La nota dolente del locale è rappresentata al personale: ci sono stato tre volte e tutte le volte chi era bancone era abbastanza scontroso, quasi svogliato, e un po’ superiore: fastidiosissima poi l’attitudine di due bariste di correggere con fare saccente la pronuncia e i nomi delle birre; per fortuna l’ultima sera al banco c’era un suddito di Sua Maestà che ben sopportava il mio non-slang.
Bevuta del locale: Hillrock Solera Aged Bourbon. Elegantissimo, complesso al naso e morbido in bocca: un dolce bacio della buona notte

Nella grande quantità di altri locali che ci sono a Midtown il Beer Authority, grande sport bar della stessa proprietà del Rattle n Hum, mi è sembrato poco interessante per selezione e con poca attenzione per il prodotto birra. Meglio farsi un paio di isolati in più e bere le stesse birre altrove. La District Tap House con le sue 50 spine è in grado di offrire un’ottima selezione senza però troppa fantasia; la cucina offre anche qualche piatto fuori dai classici canoni del pub food.

A Hell’s Kitchen c’è il The Pony Bar (che è presente anche nell’Upper East Side) che è stata forse la più grossa delusione di New York: ci sono stato una domenica pomeriggio ed aveva solo spine di produttori del Maine (che avrei visitato dopo qualche giorno…); Il Maine Event si è rivelato una grossa delusione: quasi tutte le birre erano fuori forma e poco interessanti. Mi sarei aspettato molto di più questo locale molto quotato, ma forse ci sono capitato della giornata sbagliata. Rifare senza drammi.

Scendendo verso sud c’è Top Hops Beer Shop con 20 spine; chi ci è stato è rimasto molto soddisfatto.

L’ultimo locale che mi sento di consigliare a Manhattan è il Blind Tiger, probabilmente il miglior locale della mia New York birraria.  Per questo motivo gli dedicherò un approfondimento successivo

Vai alla seconda parte per scoprire dove bere birra a Brooklyn

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Io, Edimburgo e la valanga

Pub Crawl ad Edimburgo sotto la neve. Tre pub storici e centrali per un paio di pinte all’insegna del bere locale. Per scoprire che si possono fare birre da meno di 4% molto luppolate e divertenti.

Il beer pilgrim deve essere sempre pronto ad ogni evenienza. Ad esempio quando si trova a dover passare una notte ad Edimburgo perché tutto il regno di sua Maestà è isolato causa neve e ghiaccio.

Trovandomi in zona stazione di Waverley/Princess Street la scelta dei pub da visitare è caduta sui più prossimi al mio hotel. Sprezzante del freddo e del ghiaccio il mio itinerario prevedeva tre tappe: aperitivo, cena e bicchiere della staffa.
Il primo pub visitato è stato il Cafe Royal: il pub, in stile vittoriano, è davvero splendido: è dominato al centro da un bancone a isola ovale e da lampadari e lampade in ottone. Il soffitto è finemente decorato, ma sono i 6 pannelli  murari in ceramica  ad attirare l’attenzione del visitatore: rappresentano 6 innovatori e risalgono al 1886, anno in cui ad Edimburgo si tenne la “International Exhibition of Industry, Science and Art”.
Ma veniamo al bancone: oltre alle solite spine commerciali il pub offre solo 4 handpumps con Real Ale di cui due quasi sempre monopolizzate da Deuchars IPA e dalla Dark Island di Orkney.
Io mi sono buttato sulla Misty Law di Kelburn: una amber ale secca e luppolata, con un po’ di diacetile al naso e con il tostato e caramellato che si fondono bene con la citricità del luppolo. Una potenziale ottima session bere.
Il secondo pub visitato, e meta per la cena, è stato il Guildford Arms.
Il locale è meno scenico e storico del Cafè Royal ma ha comunque un bel bancone in legno, un soffitto decorato ed “palco” su cui è situato il ristorante (4 tavoli..). Ho deciso di cenare qui perché ho letto da qualche parte che avevano vinto un premio per la cucina, che si è rivelata normale e assolutamente soddisfacente.
Ma veniamo alle birre: qui i cask erano ben 10 e cenando ne ho provate un po’:  la Deuchars IPA che è sempre un bel bere, come la Bitter & Twisted.
Ho apprezzato molto anche la Trade Winds di Cairngorm, una best bitter vincitrice di alcuni premi, che si presenta dorata, leggera, bilanciata e giustamente amara, con sentori non solo citrici ma anche erbacei.
Nulla però in confronto a una delle birre più divertenti del 2010: la Avalanche di Fyne Ales: una golden ale molto luppolata, con un amaro citrico in bocca che ti manda in brodo di giuggiole. Una nota di pompelmo e di frutta tropicale mi fanno pensare all’America (Amarillo e Cascade?) ma soprattutto ad ordinarne un’altra pinta: una session beer che vorrei avere in una calda giornata estiva,ma che comunque si rivela perfetta anche quando fuori fa -10!
Per i bicchieri della staffa, giusto dietro al mio hotel, ho concluso la serata all’Abbotsford: un altro pub tradizionale scozzese, inserito nell’archivio storico del CAMRA e della stessa proprietà del Guildford Arms.
Il Pub è favoloso: piccolo (avrà una trentina di posti a sedere) con un bancone centrale a isola del 1902, il soffitto decorato e, soprattutto, un bel camino acceso. Ha un ristorante al piano superiore e offre spesso birre di birrerie locali, oltre alle solite commerciali di rito. Dispone di 5 spine “a rubinetto” e di una hand pump.
Ho assaggiato la Stewart’s 80/-, una classica heavy scozzese, molto maltata, cremosa e poco luppolata, La Christmas Light della Highland Brewing Company: 3.8% per questa birra di Natale (!) molto luppolata, probabilmente con luppoli USA, con una bel tappeto maltato.
Per finire ho chiuso con una Sheepshaggers Gold di Cairngorm: abbastanza anonima, dorata e luppolata ma watery e quasi banale.
In conclusione: 3 ore in cui il gelo è stato abbondantemente stemperato dal luppolo. E, ironia della sorte, il best in show va a una birra, la Avalanche, mentre una valanga di neve ricopriva le mie speranze di lasciare facilmente Edimburgo.

“To die in a pub is my dearest plan,
with my mouth to the tap as close as I can
Then the angels would say when the singing began
Oh Lord please show mercy to this boozy man”

I luoghi

Io, l’ambiente e la vigilessa

ghisa31 Luglio: Milano, svuotata, ti cuoce al vapore da tanto fa caldo.
Capisci che c’è qualcosa di strano perchè parcheggiamo davanti all’ingresso. Sarà la luce, sarà il caldo, sarà la sete. Entriamo. Il legno è sempre consumato, il bagno è sempre lo stesso e l’ambiente è sempre perfetto e il solito tavolo è libero. Ci sediamo, quasi come a casa.
Arriva il cameriere… ok come puoi chiamare cameriere uno con la maglietta degli Slayer e un metro quadro di tatuaggi?
“Devi scriverti tu con una biro quello che vuoi sul blocco (delle comande, nda).”
Sistema veloce, intelligente, rustico. Non posso chiedere di più.
Urtiga-Ligera-Pasta-Pasta-Formaggi. Cerco di scrivere bene, soprattutto i nomi delle birre.
Arrivano. WOW. Due mostri di bevibilità da bere così, disimpegnati, “leggeri” (cit.).
Dura farle resistere fino alla pasta. Buona. Monte e Sant arrivano a far da puntello ai formaggi.
Ormai il locale è pieno, il Re spina come un forsennato e se non ci fossero troppe cravatte e troppa luce sembrerebbero le 22.
Poi arriva lei. Nera e vaporosa. Profumata e seducente. Affumicata e buonissima. Prendo la prima multa. E pure la seconda. Certo con il carboazoto è ruffiana, morbida e controllata. Bevendola non la squadro, non la scompongo, non la penso. La bevo. E immagino solo di poterne avere una a pompa, una spettinata e meno compostina, un po’ più ruvida e grezza, meno tacchi a spillo e più flip-flop.
Ma son sofismi. La Ghisa è un monumento a cui il pellegrinaggio è dovuto.
Tutte le sue sorelle son bellissime ma a me piace lei. Lei che per farsi bella prima di arrivare al tavolo ci impiega un sacco…si fa desiderare.
E’ ora di andare. Al banco c’è F senza F che fa la sua pausa pranzo. Per (s)fortuna lavoro a 89,6 km da qui. Stavolta niente denunce, ci scambiamo solo la convinzione che Lambrate in questo momento stia tirando il gruppo ad andatura molto sostenuta. Raccatto due bottiglie di souvenir e ci ricacciamo nel wok milanese. Sa vedum.

Info: Birrificio Lambrate – Via Adelchi 5 – Milano

Io, i pub e il Santo Graal

frecceE’ da un po’ che quando vedo sul suolo italico qualche rarità birraria mi chiedo: “Ma è giusto che questo tesoro sia qui?” E poi lo ordino…

Ne ho parlato un po’ di tempo fa con un amico che non mi fa l’autografo: la Lou Pepe alla spina non dovrebbe uscire da Bruxelles. Poi però la ordiniamo…più volte.

A Roma all’Off Licence hanno la Lees Harvest Ale. Non ho ancora capito se si dica “me cojoini” o “sti cazzi”. Comunque ne ho comprate 4, ero in aereo, altrimenti una cassa… Per me la LHA è una tappa obbligata, degna chiusura di una cena al White Horse di Londra, magari con un piatto di formaggi inglesi.Una sorta di mistico cammino verso i segreti profondi delle Ales.

E adesso un ragazzino appoggiato a una spider se la beve a cannella nell’arsura di un pomeriggio romano. Scena da Beverly Hills 90210, non da Camra Inside 00100.

E allora? Allora mi sento come un pensionato che tra un lavoro stradale e un settebello di scopa grida dietro ai ragazzini “Uè voi siete quelli del tutto e subito, io mi sono fatto la guerra…e voi fate l’obbiettore!”

Già. Ma la voglia di andare alla fonte, sedersi e capire, non mi passa. L’idea che una kriek dell’86, marcia, ma bevuta con quattro amici tra le botti di Cantillon apra la mente e le sensazioni a quella geuze o  kriek bevuta a 2000 chilometri dalla sua casa continua a rimanermi in testa. Una Urtiga, milanese come il panettone con le uvette e i canditi, bevuta su uno sgabello di Roma mi rimanda a una pinta, calda, bevuta su un divanetto sgualcito del Kent. Roba da triangolazione per un cartografo.

Non voglio fare il beer snob, ma secondo me viaggiare e bere sul posto è doveroso, aiuta a capire e ad accrescere la nostra cultura birrarria. Cultura: parolone, forse troppo grosso per chi, semplicemente, si vuole fare una birra. Però è questa cultura, questo esserci stato che ti fa apprezzare le mille sfaccettature della nostra amata bevanda.

L’essere andato in Franconia, l’ aver bevuto delle keller ad un tavolone con dei settantenni bavaresi mi portano a non snobbare una zwickel per partito preso e a non ordinare la AiPiEi di rito. Birre a cui solo la maestosità della Tipo Pils riesce a dare un po’ di lustro nel panorama italico. Già, le basse fermentazioni non sono complesse, sono figlie di serie B rispetto a una bella triplo malto d’abbazia. Sono cose che ho sentito anche in TV. Allora ci credo.

Ma queste sono birre-panda, birre che vanno protette e che difficilmente sopravvivono lontano da casa. Le koelsh, nella loro mostruosa bevibilità, hanno il gran pregio di suicidasi appena le metti nel baule della macchina.
E allora ci devi andare, devi cercare, scoprire e bere. Bere per giorni e giorni, lunghi e tranquilli. Birre che ti parlano, anche se non capisco una parola di tedesco.

E quando entri in un locale e ti guardano strano, perchè non è appena passato un gruppo di americani a saccheggiare, due danesi a ratare o quattro inglesi ad ubriacarsi molestamente, capisci che ti puoi sedere ed imparare qualcosa. E vorresti averlo sotto casa.
Ed ecco che il cerchio si chiude: è giusto trovare vicino a casa queste birre?

Me lo chiedo da molto e non ho una risposta. So solo che, sempre e comunque, quando le bevi a casa loro sembrano più buone. E ridivento il pensionato sulla panchina: “Ti ricordi la Bibock com’era buona? E quella WV bevuta in macchina in mezzo alla campagna belga? Che buona…” E ordino un’altra AiPiEi perchè mi manca l’america…amen.

Io le IPA e Three Folks

bombe-e-granateScena: esterno Pub notte, quasi mattina.

“Non mi piacciono i lambic,li ho provati eh, ma a me piacciono solo le Ai-Pi-Ei e le Imperial”.

Mamma mia una cosa così mi rende acido, ma non acetico.

Parlo con tre ragazzi: due sono un po’ tanto provati il terzo meno.

La conversazione va sulla birra, unico comun denominatore della via.

“Per me De Molen è il migliore”. Davanti a una cosa così, a un’affermazione di principio, che fai? Cerchi le solide basi.

“Sono buone perchè sono belle pastose, la birra deve essere così!”

Ah, e le Pils? “Buoneeeeee ho provato la Tipopils e la Verhaeghe”  Pastose? Ah. Solide basi. Scricchiola tutto.

Stasera che ti sei bevuto?

“Buono sto Val d’Orcia, ho bevuto la 5 e non mi è piaciuta invece buona la sua seson” Scusa? “Sì sì la PVK”.

Ah. Faccio il brillante, sai perchè… “So Tutto”. Sorride.

Saison? “non è una seson? Dimmi che stile è! Dai!” Bisogno di catalogazione. Sento Moreno rotolarsi nel letto.

Hai bevuto la Dupont? “Noooon mi piace, non è buona.” Ah ok… Pils, sei a posto, Saison pure.

Torna Menno con le sue bombe e le sue granate “Che te piace la De Molen?”

Ne fa 173 elevato al cubo. Quale intendi? Spara 2/3 nomi in olandese. Lo guardo stupito e sussurro la bomben. Ammicca. Forse pensa che io sia uno che può vedere la luce.

“A te che stile piace?” Stile, ancora stile, mi sento come a un cocktail con Dolce & Gabbana.

Dipende. “Daiiiii uno stile”. Sorrido, satanico come un felino. Stout. “Ah vedi belle corpose imperial, corpose, son birre quelle, mamma mia, belle tostate”

No. Frena.Stop. Makke Stout, mica le tue Stout. “Ah non la conosco. Buona?” Provala. Quali stout hai bevuto?
“DeMolen” Cazzo quasi quasi lo odio sto mulino.
“Mikeller” Ecco ha fatto scopa. Dai, metti il carico.
“Brewdog” Scopa!
“e ‘n’americana”  Hai detto tutto…si intitola?
“la ieti” Ok. Ho capito che hai bevuto solo in tre locali fino ad ora.
“Ma a me me piacciono le AiPiEi” Double?
“Magari!” Pastose?
“Siiiiì” Caramellose?
“siiiiììì” Ghigno satanico.
Ti piacciono le birre dolci eh? “noo le imperialaipiei c’hanno pure 120 ibbu, sono amarissime” Eh lo so… Sì. Tipo?
“la mikkeller amariglio” Ah…bhè… tutto sto tropicale.. “Tropicale? E’ paini.” Traballo. Saranno i sanpietrini sconnessi.
Ma ti piace perchè è uno scirpoppone mappazzoso di caramello e luppolo buttato a secchi.
“E’ buooooona” E comincia a pensare che io non capisco un cazzo. Vero. Verissimo.
Allora gli consiglio la Lemon di Karma e la Hog Heaven di Avery.
Butto lì 2 nomi che secondo me dovrebbero piacergli.

A 10 metri da lui c’è il bivio.
Ma so che andrà molto più lontano.
Continuerà sulla strada del beer geek da ratebeer, facendosi riempire la testa di parole senz’anima e di sentenze sputate da un pulpito con i cobra che dovrebbe far conoscere e scoprire e non etichettare far disprezzare.
Mai sotto i 10 gradi. Ah sì stasera avrà frainteso il menu…

Disclaimer:  ogni riferimento a cose, persone o birre realmente esistenti è puramente casuale e frutto di coincidenza, l’autore declina ogni responsabilità eventuale.

Ma Che Siete Venuti A Fa’ – Roma

Roma Caput Mundi e non ci sono mai stato. Vergogna. Arrivo in città un giovedì, ora di pranzo, caldo torrido e mi viene subito sete. Capisco perchè sono qui.
Prendo confidenza con la città: mezzi pubblici e quattro passi, senza alcun problema arrivo in via Benedetta, quasi guidato da un richiamo inconscio.
Vedo l’insegna, la scritta e lo so, lo so cosa sono venuto a fare.
Vedo il mio ospite con una maglietta psichedelica che mi accoglie in strada come se ci fossimo visti il giorno prima a casa mia. Bella. Lo lascio ai suoi problemi ed entro. Il locale è piccolissimo, il banco sulla sinistra e sulla destra un corridoio trafficatissimo di fusti. Legno consumato, vissuto, gente che si gusta una birra appollaiata sugli sgabelli. Spine. Zoigl e Kriek sono le prime de cartucce di una serata lunghissima. Mi siedo lì, al banco, e non mi muovo più. Toronado riflesso. Già. Bella. Manuele si attacca alle spine, per 5 ore da solo ristora tutta la via, ma a me sembra tutta Roma: ci danesi che sono beerlover, le spagnole che chiedono un mojito ma vengono dirottatte su una Moinette che le stende come un treno.
Quello che ordina “cantillo” perchè “je piace l’etichetta”, quello che vuole una beck’s, quella che “se non è in bottiglia mi fa schifo” E Manuele dietro, con pazienza a parlare e spiegare il dolce, il resinoso, il forte, il corpo, l’acido: quanti ne avrà convertiti questo santone heavy? Arriva un altro bicchiere, arrivano gli amici , ma il discorso col banco rimane aperto. Scherziamo con le ragazze, malediciamo l’impianto che fa le bizze, parliamo di passato e di futuro.
Bella. L’atmosfera cruda e asciutta, vissuta e parlante mi avvolge. La vetrina dei cimeli, gli sfottò da derby, i clienti così eterogenei, i soliti, quelli nuovi.
Passione e cuore con tanta disponibilità. Sono le due, la saracinesca scende.
Con Manuele e Lorenzo attacchiamo un giro vintage, tutte zozzerie. Però comunque ce le ricorderemo. Il locale così, immobile e silenzioso ti parla. E lo senti il suo spirito sdrucito e liso che ti scende dal bicchiere e ti riscalda.
Chiudiamo. La prima sera è andata, le altre seguiranno simili, avanti e indietro per Trastevere, dove il fuoco arde di luppolo.Bella!

Info: Ma Che Siete Venuti A Fa’ – Via di Benedetta 25 – Trastevere – Roma

Ma Che Siete Venuti A Fa'

Atlanta, Georgia – Parte I

Atlanta non è certo una meta ambita per i beerhunters: CNN, Delta, Coca-Cola non sono grossi richiami turistici per noi italiani. Ma se uno decidesse proprio di passarci un paio di giorni riuscirebbe comunque a bere qualcosa di potabile?
Siamo negli States,e qualcosa di potabile c’è sempre.
Atlanta ha due birrerie: Sweetwater Brewing Company e Atlanta Brewing Company (Red Brick) ed è abbastnza facile reperire i prodotti locali nei vari pub della città: ad Atlanta ogni pub che si rispetti ha una lista di birre che comprende sempre una sezione “local” con le birre del proprio stato e anche i locali commercialissimi hanno comunque un paio di spine craft.
Inoltre in città ci sono anche alcuni brewpub.
Ero alloggiato a downtown: ho visitato solo locali nel raggio di un paio di miglia dal centro, facilmente raggiungibili in taxi o a piedi.

The Porter
Indirizzo: 1156 Euclid Ave

Il pub è abbastanza fuori dal centro, ma in una zona piena di locali.
Non è molto grande ma è accogliente: arredato in legno con uno stile molto southern da distillatori clandestini.
Le spine sono ben fornite: molte le birre straniere (belghe) presenti e anche US.
Alla spina vengono servite pinte e mezze pinte americane.
Ottima l’idea dei “taste a tema”: 4 bicchieri da 4oz di quattro birre diverse ma simili. Io ho preso le IPA e i Winter Warmer saltando quello delle belghe di natale.
C’è anche una selezione di bottiglie interessante.
Il cibo è buono e tipicamente da pub (era la mia prima cena negli USA quindi non avevo ancora a noia il pub food;-) ) con qualche digressione interessante: cozze alla belga, wurstel alla bavarese e pesce.
Il servizio cordiale e tempestivo: si aspetta poco e nonostante il locale fosse pieno non cercano di mandarti via.
La birra Weyerbacher Double Simcoe IPA Piny,resinosa ed estrema. Un pugno di luppolo, benvenuti negli States.

Taco Mac Metropolis
Indirizzo:933 Peachtree St NE
Ci vado di domenica per cena, i Falcons giocano la partita che li porterà ai playoff e il locale è pieno.
Chiedo un tavolo e mi dicono “40 minutes”… vado ad aspettare al banco.
Il locale ha un numero enorme di spine (sulla brochure ne sono indicate 140..) e di bottiglie, ci sono un bel po’ di commerciali ma anche tante tante craft beers. Serve pinte e mezze pinte americane. Attacco con una Avery IPA per la nostalgia di Denver e poi con una 60 minutes.
Bevo in piedi in un angolo e consulto il menù. Solito cibo americano: burgers, steaks, burritos e pollo.
Dopo mezz’ora rintraccio la cameriera e chiedo del mio tavolo. mi risponde che, essendo andato al banco, ho perso il mio turno: “50 minutes”. Me ne vado.
Locale tipicamente americano per famiglie, molto affollato. Vasta selezione di birre (alcune viste solo lì). Personale mediamente scontroso, molto sotto agli standard della città.E non hanno la minima idea di che birre stiano servendo. Dopo i primi 5 minuti di euforia per il paradiso con 100 spine si capisce che c’è di meglio. Ho letto che spesso hanno birre “stale”: cioè “posse”, come il pane del giorno prima…
La birra Dogfish Head 60 Minute IPA semplice e soddisfacente, la troverò in ogni locale di Atlanta e nel frigo in albergo. Ah $8.99 per un sixpack…

[to be continued….]

Toronado – San Francisco

ToronadoSan Francisco: Golden Gate e Cable Car sono nella mente di tutti, quelli normali. Nella mia c’è il Toronado.

Uno dei posti più brutti ma più belli del mondo. A metà di una maledetta strada in salita c’è una porta bianca, aperta a metà, la metà superiore. Entro timoroso.  Posto piccolo, liso, consumato. Bancone a destra. Trovo uno sgabello.  Il publican sembra un po’ la versione asciutta del cantante dei Limp Bizkit, tutto coperto di tatuaggi, in nero come la notte. Cattivo.
Ordino “Pliny the Elder”. Mezza pinta. Mi guarda malissimo.
“Two bucks” : il prezzo del  paradiso. Due dollari sul bancone. Adesso voglio la Alaskan Smoked Porter! Mi ignora. “Half pint”.” Mi ignora. “Sorry”” Mi ignora.Dopo qualche giro dietro al bancone a distribuire pinte come un funambolo mi urla dietro dicendomi che non mi serve perché prima da la birra a chi lascia la mancia. “The American Way”.
“Fock”, come dice lui, con quella O che sembra un pugno in pancia. Vorrei alzarmi e andarmene mandandolo a cagare. Ma no.  “E’ la California” penso.
Arriva la seconda mezza pinta. Allungo 5 dollari e non prendo il resto. Ho capito il movimento. Let’s dance.
IPA, DIPA,Porter,Stout, Pale… il paradiso del luppolo facendo slalom tra le belghe sulla lavagna.
Sono seduto da qualche ora su quel trespolo. Fine primo round.
Il giorno dopo torno. Mi saluta. “Hey Dude”. Fock sono a casa. E via di pinte Pliny, birra a caso, Pliny, Blind Pig, birra a caso, Pliny…  Un ping pong tra Cilurzo e il resto del mondo. Converso con un afroamericano che odia tutto l’Arizona e beve Weisse tedesche col limone e una coppia dell’Oregon pazza per l’Italia e il ciclismo (di cui so quasi nulla…) che svuota pinte di DIPA californiane guardandomi come se fossi un marziano perché sono stato in Belgio, ma davvero…
Arriva anche la salsiccia presa dalla ragazza punk nel “negozio”  a fianco, che ha tre tipi di consulazioni: inside, take away e Toronado…
Altre pinte…Ogni tanto lo scuro mi ricaccia indietro i bucks: “It’s mine dude”. Wow. Comincio anche a capire quella strana lingua che parla, farcita di parolacce con accenti da Geordie e di parole che credo farebbero arrossire i Geordie suddetti, se solo le capissero…
Ordino una Cuveè  de Tomme (faccio lo splendido) e lui mi da un pugno sul pugno in segno di approvazione: “This is California dude”  penso.

Il Toronado è sicuramente uno dei pub più famosi al mondo. Non  ha un numero impressionate di spine, una quarantina, e una quarantina di bottiglie.
Serve SOLO birra (io non ho visto altro… e non oserei chiedere altro…), per il cibo  alla sua sinistra c’è un venditrice di ottime salsicce con una ventina di tipi diversi a “menù”. Il Toronado ha anche quattro o cinque tavoli, ma credo che per trovarli liberi sia necessario il bivacco. E ricordate “Tipping is not another  fuckin’ Chinese town”

Info: Toronado – 547 Haight St. – San Francisco

L’ispirazione per questo post viene dal blog di Leo Hoppy Hour e dal suo post “Saldi!

Wenlock Arms – Londra

La prima volta che ci sono stato pioveva che Dio la mandava.
Dentro c’ero solo io e un anzianotto locale.
Chiedo una mezza pinta, e la tipa al banco mi guarda male e dice qualcosa di incomprensibile (“femminuccia” penso fosse troppo elegante).
Io continuo il mio giro di mezza pinta di ogni birra (8 credo) e prendo pure un Salt Beef sandwich .
A un certo punto entra un secondo anzianotto che ordina due pinte diverse: sorsatona dal primo bicchiere e poi ci versa dentro un po’ della seconda birra.
E va avanti così facendosi pinte “spruzzate” con la seconda birra.
Io intanto finisco il mio giro. E ordino una pinta di una stout che mi era davvero piaciuta. Il primo anzianotto “Finalmente bevi da uomo”. la “barista” : “stava cercando quella che gli piace”. Secondo anzianotto: “Io me la faccio da me”
Lascio il divanetto e passo un’oretta coi due anzianotti a parlare male dei francesi che avrebbero giocato contro l’Inghilterra il sabato e a demolire tutti gli stereotipi che avevano sugli italiani.
Smette di piovere, saluto ed esco. L’anzianotto mi saluta con un bel “Parli troppo bene l’inglese per essere italiano” e il secondo, rivolgendosi al primo “Hai bevuto troppo e sono solo le 4…”
Adoro quel posto…

Info: Wenlock Arms, 26 Wenlock Road, London