Bere birra a New York – Brooklyn

Seconda parte della guida non ragionate del bere artigianale a New York: passiamo in rassegna il meglio, e non, di Brooklyn.

Dopo la prima parte su Manhattan passiamo in rassegna alcuni locali e luoghi birrari che ho visitato a Brooklyn.

Brooklyn BreweryLa prima tappa quasi obbligata, almeno sulla carta, è alla Brooklyn Brewery. La birreria è visitabile con un piccolo tour guidato mentre la capiente tap house offre una buona parte della gamma delle birre con la grande B. La visita è un bel po’ asettica e si visita solo il “piccolo” impianto rimasto in città: la quasi totalità della produzione viene fatta presso delle contract-breweries (“su al nord” come ha detto la guida) . La visita è molto americana e ripercorre le gesta dei fondatori partiti dal basso e arrivati al top. Anche qui la simpatia non è proprio di casa, costante spiazzante di quasi tutti i locali di New York, e le birre sono quello che sono: proto-industriali senza troppo carattere servite temperatura bassissima. Non è un caso che le birre di Brooklyn, fatta eccezione per la Weizen, non si trovino mai nei pub di qualità ma bensì dei pub generalisti a fianco di Peroni, Moretti e compagnia bella. In conclusione la visita alla birreria sembra più evento per turisti che per appassionati, ma le birre vendute a prezzo politico di 4 dollari a pinta (ma devi comprare i gettoni) attirano una grande quantità di gente.

Lasciata la brewery andiamo alla scoperta di alcuni locali interessanti della zona.

La mia prima tappa a Brooklyn è stata presso quello che diventerà, se già non lo è, il locale con i migliori voti della città e di forse tutti gli Stati Uniti: Il Tørst, pub di Jeppe Jarnit-Bjergsoel: il gemello cattivo di Mikkeller.


torstIl locale, senza insegna, ha un bancone imponente tutto di marmo e pareti ricoperte di legno proveniente da vecchi fienili (!) che donano all’insieme un look vintage tra la Belle Époque 
e il proibizionismo. Io ci sono stato alle tre di un pomeriggio di un martedì di Maggio ed era completamente deserto, e per deserto intendo che il barista è emerso dalle cucine 5 minuti dopo che mi ero seduto al bancone…
La scelta delle birre è ovviamente molto focalizzata su quelle “di casa” (Jeppe è la mente del progetto gipsy Evil Twin) mentre il resto è principalmente europeo e nerd con punte che soddisfano più il rater che il bevitore, come il “dry hopping” di ciambelle sulla Imperial Biscotti Break; per questo motivo, da europeo, mi è sembrato poco interessante mentre invece ha sicuramente un grande appeal sugli appassionati americani che qui trovano un’offerta completamente differente dal solito. Gli darei sicuramente una seconda possibilità, progettando magari una visita serale perché in carta ci sono molti mostri alcoolici che mal si adattano a un pomeriggio da turista…

Il locale ha anche una stanza “segreta”, il Luksus, dove lo chef Daniel Burns prepara dei menu degustazione, molto foodie e molto considerati, in abbinamento alle birre di Jeppe. Al momento della mia visita il menu costava 95 dollari, a cui aggiungerne altri 45 per le birre in abbinamento. Con tasse e mancia temo si arrivi attorno ai $200 a testa, mica poco.

Non molto lontano dal Tørst c’è il locale che sicuramente colpito di più: il Barcade. Il pub ha una trentina di spine con una lineup non certo originalissima ma comunque di tutto rispetto e con rapido avvicendamento dei fusti. Il suo punto forte sono la quarantina e più di cabinati arcade anni 80 a disposizione dei clienti. In questo vero paradiso nerd con 25 centesimi puoi cercare di battere un record a Bubble Bubble o a Ghosts ’n Goblins sorseggiando una IPA. Ecco io il paradiso lo immagino anche così.

Nota a margine: Paul Kermizian, uno dei quattro fondatori del Barcade, nel 2002, prima di aprire il pub, è stato il regista di American Beer, un documentario/road trip girato da 4 amici in viaggio attraverso gli USA con un minivan per visitare 38 birrifici in 40 giorni. E’ una visione divertente ed istruttiva che vi consiglio.

Proseguendo la nostra esplorazione arriviamo al Fette Sau , il miglior BBQ in cui io sia mai stato. Ricavato da un vecchio garage con un aspetto dimesso il Fette Sau (che in tedesco dovrebbe voler dire qualcosa tipo “maiale grasso”) è molto affollato e spartano: fai la coda per il cibo , ordini, prendi il vassoio, ti siedi e inizia la magia. Detto così sembra facile ma devi ordinare il libbre e once e ti scontri con quell’atteggiamento tra il sufficiente e l’insofferente tipico newyorkese. E’ inutile cercare di ordinare tre costine o due pezzi di bacon (che ricorderò per sempre nei miei sogni): devi per forza usare un’unità di misura americana sperando di non ordinare cibo per un battaglione o un passerotto.
Le birre sono servite nei jar e i formati vanno dal taster al pitcher. Le spine sono una decina, come manopole hanno coltelli e mannaie, e il loro assortimento è abbastanza vario e troverete sicuramente qualcosa per accompagnare la carne. Inoltre a menu ci sono diversi flight di burbon e rye whisky.

Esattamente di fronte al Fette Sau c’è un altro locale storico e molto quotato a NYC: lo Spuyten Duyvil. Per trovarlo cercate la porta rossa… anche qui niente insegna. Il locale è arredato come una vecchia cucina di campagna e propone una ristretta selezione di spine e bottiglie, prevalentemente d’importazione. Quando ci sono stato io ho bevuto abbastanza male, ma credo fosse un caso. Per l’atmosfera old style questo pub merita sicuramente una visita, anche solo per ammirare la perizia con cui preparano taglieri e stuzzichini.

Per ultimo segnalo a Williamsburg il Rosamunde Sousage Grill. Il locale ha 24 spine e un’interessante selezione di salsicce. Ma il suo plus è nel fatto di essere gemello del locale accanto al mitico Toronado di San Francisco. Lo ammetto, quando mi è arrivato il panino nel classico cestino di plastica, un po’ la nostalgia si è fatta canaglia…

A Brooklyn ci sono molti altri locali interessanti; tra questi cito Radegast, una Bier Halle in stile stile tedesco, con birre d’importazione ed atmosfera un po’ finta. A Greenpoint c’è Brouwerij Lane, un beershop con mescita: locale spartano ed informale con molte europee industriali. Lo so, nella terra delle IPA fa un po’ storcere il naso ma a volte il bisogno di una lager ti sorprende con violenza. Ho letto cose belle anche su The Owl Farm a Park Slope, sul Bierkraft e sulla Mugs Ale House ma non sono riuscito ad andarci.

In conclusione New York non è la prima meta birraria degli USA, anzi. In un paio di giorni si visitano i locali top che, lo sottolineo ancora, non hanno quasi mai quell’atteggiamento friendly e rilassato della California o appassionato e caloroso dei beer bar di altre città americane. Manca, Blind Tiger a parte,  quell’atmosfera che ti fa “vivere” il locale e non solo ordinare birre da nerd. Quindi, se mi chiedete un parere, non andate a NY per la birra. Andateci per tutto il resto, perchè la città offre moltissimo. Ma se prorio volete fare una vacanza birraria e solo birraria, andate a Sud Ovest, coi fiori nei capelli e la tavola da surf.

Bere birra a New York – Manhattan

New York è una delle città più famose del mondo. Ma lo è anche per la birra? Ecco un breve resoconto dei luoghi che ho visitato.

New York è una destinazione magica e mitica: è uno di quei posti dove devi andare almeno una volta nella vita; non importa che tu sia stato sul Kilimangiaro, conosca tutti gli atolli del Pacifico e tutti i castelli della Loira: ogni persona con cui parlerai di viaggi e vacanze ti chiederà “Ma sei stato di New York?” con un evidente tono di superiorità. E quindi, per far loro dispetto, ci sono stato.

New York è una città enorme, ed infiniti sono gli spunti che tu più offrire. E forse per questo motivo non mi ha conquistato, anche solo birrariamente parlando.

La caratteristica principale della città è quella che già ti sembra di conoscerla perché molte cose le hai già lette o viste in televisione e al cinema;  è comunque  innegabile l’emozione momentanea data dallo skyline di Manhattan, del ponte di Brooklyn, della statua della Libertà o semplicemente della divisa di un poliziotto.

Questo senso strano di nuovo ma già visto lo ritrovi anche nelle birre e nei locali: manca quell’emozione forte, quella passione, quell’atmosfera che invece ho trovato nel (poco) resto di America che ho visto e vissuto.

Ma siamo qui non per filosofeggiare sul mio rapporto con New York e di come ci siamo parlati e di come ci siamo lasciati con la grande mela: state leggendo queste righe, cari affezionati cinque lettori, perché probabilmente volete qualche informazione su dove andare a bere come si deve nella città che non dorme mai, o quasi.

Come prima cosa c’è da dire che, date le dimensioni della città, l’offerta birraia è smodata. Quello che segue è semplicemente un piccolo sunto della mia esperienza, ma praticamente ogni locale, drugstore o supermercato offre un numero di craft beers superiore alla vostra sete.

Partiamo dagli strumenti fondamentali che ho utilizzato per cercare, scoprire e bere NYC. Non ho fatto una preparazione metodica e maniacale al viaggio; mi sono basato su due delle fonti che utilizzo più spesso: Ratebeer e Beer Advocate e sull’utilissimo Beermenus, sito che ti permette di vedere quali pub sono vicini a dove sei, cosa offrono e, molto spesso, di controllare direttamente che cosa hanno spina in quel momento: una specie di paradiso per il bevitore seriale.

E adesso via con l’elenco dei locali degni di nota che ho visitato a Manhattan!

Rattle n Hum
Rattle n Hum

A Midtown segnalo con il circoletto rosso il Rattle n Hum (40 spine e circa 100 etichette) e il The Ginger Man (70 spine e circa 200 etichette)
Entrambi sono pub  d’ispirazione britannica ma completamente diversi nella realizzazione: il primo infatti è più irlandese, ruspante informale ed accogliente con una buona selezione di spine che cambiano molto frequentemente: le birre “rare” e quelle buone ed interessanti durano di solito meno di un giorno mentre la selezione di bottiglie è poco più che interessante (Ho provato una Sculpin in bottiglia che era anzianotta…). Il cibo è il solito cibo da pub americano di buon livello. Il personale è efficiente ma non particolarmente socievole. Il martedì spesso organizzano eventi. Quando ci sono stato io quello a “ora di cena” era già finito (alle 20:30..); circa dieci le spine dedicate all’ospite Perennial,che fa alcune birre interessanti.

Birra del locale: Habanero Sculpin. Uno dei monumenti all’IPA californiana “pimpato” con una dose equilibratissima di peperoncino; pizzica, sì, ma in modo così elegante da uccidere col sorriso il tuo palato a colpi di pinte.

The Ginger Man
The Ginger Man

Il Gingerman invece è un pub elegante, più inglese, aristocratico e molto bello ma meno di atmosfera E, purtroppo, rumorosissimo se pieno; per fortuna dopo le 21 diventa vivibilissimo. Anche qui le spine sono molto interessanti e varie; la lista di bottiglie è più profonda ed accattivante rispetto al Rattle n Hum con anche numerose italiane. Il cibo è di buona qualità; interessante la lista dei bourbon e rye whisky locali per chiudere la serata col botto.
La nota dolente del locale è rappresentata al personale: ci sono stato tre volte e tutte le volte chi era bancone era abbastanza scontroso, quasi svogliato, e un po’ superiore: fastidiosissima poi l’attitudine di due bariste di correggere con fare saccente la pronuncia e i nomi delle birre; per fortuna l’ultima sera al banco c’era un suddito di Sua Maestà che ben sopportava il mio non-slang.
Bevuta del locale: Hillrock Solera Aged Bourbon. Elegantissimo, complesso al naso e morbido in bocca: un dolce bacio della buona notte

Nella grande quantità di altri locali che ci sono a Midtown il Beer Authority, grande sport bar della stessa proprietà del Rattle n Hum, mi è sembrato poco interessante per selezione e con poca attenzione per il prodotto birra. Meglio farsi un paio di isolati in più e bere le stesse birre altrove. La District Tap House con le sue 50 spine è in grado di offrire un’ottima selezione senza però troppa fantasia; la cucina offre anche qualche piatto fuori dai classici canoni del pub food.

A Hell’s Kitchen c’è il The Pony Bar (che è presente anche nell’Upper East Side) che è stata forse la più grossa delusione di New York: ci sono stato una domenica pomeriggio ed aveva solo spine di produttori del Maine (che avrei visitato dopo qualche giorno…); Il Maine Event si è rivelato una grossa delusione: quasi tutte le birre erano fuori forma e poco interessanti. Mi sarei aspettato molto di più questo locale molto quotato, ma forse ci sono capitato della giornata sbagliata. Rifare senza drammi.

Scendendo verso sud c’è Top Hops Beer Shop con 20 spine; chi ci è stato è rimasto molto soddisfatto.

L’ultimo locale che mi sento di consigliare a Manhattan è il Blind Tiger, probabilmente il miglior locale della mia New York birraria.  Per questo motivo gli dedicherò un approfondimento successivo

Vai alla seconda parte per scoprire dove bere birra a Brooklyn

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Io, San Marcos e il Tempio

La mia visita a Lost Abbey / Port Brewing del Maggio 2010. Tomme Arthur è il Signore delle Botti, e nella sua chiesa riposano più di 600 principesse addormentate. E una ventina di spine allietano l’attesa del risveglio!

Lost Abbey - Convertitevi!California, ancora. Ma questa volta andiamo più a sud, dove l’esperienza birraria si abbronza sotto il sole e surf sulle creste più vertiginose delle onde del luppolo.
La prima cosa che va detta è che la concentrazione birraria intorno a San Diego è mostruosa: birrifici, brew pub, ristoranti, pub, negozi… è subito chiaro che di sete non si muore. Per questo motivo il report sarà spezzettato in diversi capitoli e all’inizio scriverò “solo” di chi al birra la fa, per poi parlare in una seconda “serie” dei locali dove sedersi e…studiare.

La prima meta è San Marcos dove sua santità Tomme Arthur officia i riti quotidiani di birrificazione di Lost Abbey / Port Brewing.
La brewery è ospitata dai locali che videro la nascita di Stone e recentemente si è ingrandita per dare una sede adatta alle più di 600(!) botti dove riposano per molti mesi alcune delle birre che più amo. Come tutte le birrerie “umane” che ho visitato negli USA anche LA/PB ha un po’ l’aria del garage di un hombrewer elevato a potenza: impianto spartano da qualche decina di ettolitri, tank enormi da un centinaio di ettolitri e filtro d’ordinanza. Unico assaggio di tecnologia l’imbottigliatrice automatica. Ma qui ci sono le botti…

Alcuni delle birre “barricate” che preferisco nascono qui: Cuvee de Tomme, Angels’ Share, Older Viscosity, Framboise di Amorosa, Red Poppy… e le molte varianti di queste (mono-botte, bend di un solo tipo di botte, blend di più annate..). Tomme (si pronuncia Tommi, lasciando scivolare la i) spiega con tranquillità le poche cose da vedere e con dovizia di particolari risponde alle domande interessate sulle botti e sui blend: lui e un gruppo di collaboratori testano le botti in diverse fasi dell’invecchiamento e danno un giudizio sulla birra che vi è evoluta, catalogandole con un voto che va da 1 (ottima, si potrebbe vendere così com’è) a 3 (non è venuta fuori per nulla bene.)
Dopo averne seguito l’evoluzione e incrociando i giudizi alla fine viene deciso quali botti usare per la birra finale e come impostare il blend. Capisco quindi che il segreto di queste birre eccezionali sta nel manico dei birrai che “costruiscono” la birra finale e non solo nel legno o nella ricetta di base.
Ho provato alcune versioni di Older Viscosity direttamente dalle botti: quelle con la valutazione più alta erano davvero orgasmiche, quelle valutate 3 o addirittura 3- diversissime e quasi irriconoscibili: scomposte, poco fini e ruvide. E le birre finite sono incantevoli: danzano tra olfatto e palato con eleganza e quasi con superbia si lasciano bere facendo a gara per vedere chi ti stupisce di più.

Ho poi dovuto lavorare duro per testare le birre alla spina nella tap house, appena riaperta dopo una visita dell’ufficio di sanità.
Sul fronte LA mi ha impressionato la Carnevale, una saison molto belga con note fruttate che si beve da sola.
Sul lato Port Brewing invece mi è piaciuta la Mongo (dedicata alla memoria gatto della birreria: il mondo è davvero piccolo e le coincidenze davvero strane…) una D-IPA luppolata ma molto ben bilanciata, fresca e non opprimente. Ho trovato molto interessante anche la Hot Rocks, una stein-beer interessante con forti sentori di malto, di caramello e un hit di affumicato/bruciato che ci sta proprio bene.

Una caratteristica fondamentale di quasi tutte le birre di Tomme è il fatto che l’alcol c’è, ma (quasi) sempre ben nascosto ed impastato con la struttura della birra. Bevi piacevolmente bombe a mano di luppolo o vecchie e preziose signore barricate senza troppi problemi.

La prima visita al tempio è finita, ma tornerò per il party del quattro anniversario, ma questa è tutta un’altra storia. To be continued….

Vedi l’album su Flickr

“Lost Abbey? Is that a Church?”
“Almost”